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LA SIGNORA A ROTELLE CON GLI OCCHIALI E UN FUCILE (prima parte)

Un racconto del maestro del noir Andrea Carlo Cappi in esclusiva per Cronaca Vera

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La sento arrivare. Riconosco il rumore del motore, poi il cigolio dei freni mentre il veicolo si ferma nel posto riservato ai portatori di handicap – so che è proprio davanti a me – quindi la sequenza delle portiere (lato guidatore, aperta, chiusa; vano posteriore, aperte) e infine il rumore della piattaforma sul retro che deposita la sedia a rotelle al livello della strada. L’accompagnatore chiude il veicolo, tira all’indietro la sedia a rotelle per sollevare le ruote anteriori (in quel punto c’è ancora, evidentemente, una piccola barriera architettonica stradale) e spinge la donna sul marciapiede e verso l’ingresso.
Posso sentire tutto questo. Ma non posso vederlo. Da cinque anni non posso vedere niente. È il motivo per cui sto fuori da questa banca, con il culo sul marciapiede. La gente che esce con le tasche gonfie di soldi, forse, si può impietosire e far tintinnare un euro o due nel berretto che ho davanti a me. Non capita sempre. Ma qualche volta sì. Non ho bisogno di spiegare quale sia il mio problema mettendomi un cartello davanti. I passanti lo possono capire da soli, che problema ho. Anche se non potranno mai capire tutto.
Ora lei è vicina a me, la signora sulla sedia a rotelle. Immagino che sia ancora giovane e piuttosto bella; più che altro lo intuisco dal profumo. Non mi intendo molto di fragranze, non so come si chiami, ma questo profumo lo riconosco, l’ho già sentito e l’ho sempre associato a una donna giovane e bella. Ogni volta mi sorprendo per essere in grado di riconoscere un profumo, nonostante la puzza che regna dove vivo. Probabilmente ho addosso lo stesso tanfo e nemmeno me ne accorgo più.

L’accompagnatore fa un passo avanti – sento lo scalpiccio sulla soglia della banca – e preme il pulsante del campanello. La signora sulla sedia a rotelle si toglie gli occhiali: riconosco il rumore delle stanghette che vengono ripiegate. Immagino siano occhiali da sole firmati, non come gli occhialacci scuri che porto io, più che altro per non spaventare i passanti. Ho idea che ciò che ho al posto degli occhi non sia bello da vedere. Non lo so, non posso guardarmi allo specchio.
Qualcuno all’interno della banca apre la porta laterale: sento lo scatto della serratura. La signora sulla sedia a rotelle non può passare dalla stretta apertura che dà sulla cabina del metal detector. Poco dopo, lo scatto si ripete, ma stavolta è la porta che si richiude alle spalle di lei e del suo accompagnatore.
È così ogni venerdì, da qualche settimana a questa parte. Staranno dentro venti minuti, mezz’ora al massimo, come al solito (calcolo i tempi in base ai rintocchi del campanile sull’altro lato della piazza). Lei ha una cassetta di sicurezza in questa banca: lo so perché una volta, mentre usciva, ho colto un breve scambio di battute.
Lei: «Ce l’hai tu la chiave della cassetta?»
Lui: «Sì, amore». (Si può amare qualcuno anche se è disabile. Ma forse dipende da quanto è disabile.)
Lei: «Dammela, la metto in borsetta.»
Mi siedo sempre a destra dell’ingresso della banca e posso sentire tutto con l’orecchio sinistro. Con quello destro non sento niente, il timpano se n’è andato nello stesso momento in cui ho perso la vista.

Non ho sempre vissuto in queste condizioni. Fino a cinque anni fa ero una persona “normale”. Poi una mattina salgo sulla mia macchina, infilo la chiavetta, la giro e… comprendo il pericolo. Faccio in tempo a lanciarmi fuori qualche millisecondo prima dell’esplosione, ma non abbastanza in tempo.
Qualche volta preferirei non averlo fatto. Qualche volta penso che sarebbe stato meglio restare al posto di guida e dissolvermi completamente in brandelli di carne e schizzi di sangue. Ma solo qualche volta.
La presa di coscienza dei danni è stata graduale. Al mio risveglio avevo la faccia bendata, restavano fuori solo la bocca e l’orecchio sinistro. L’ho sentito al tatto, anche se le dita erano a loro volta bendate e pressoché insensibili, forse un effetto della morfina somministratami per alleviare il dolore delle ustioni. Ho udito un fruscio di lenzuola lisce mentre muovevo le braccia. Ricordo una voce femminile, un’infermiera o una dottoressa, non saprei: «Ha avuto fortuna a sopravvivere, ispettore…»
Fortuna?
La prima voce conosciuta che ho sentito, credo qualche giorno dopo il ricovero, è stata quella di LaMazza. Ispettore LaMazza. «D’ora in avanti prendo in mano io l’inchiesta», mi ha detto. «Non preoccuparti, troveremo chi ha messo la bomba. È chiaro che ti stavi avvicinando alla verità, altrimenti non avrebbero cercato di ucciderti. Andremo fino in fondo.»
Se non altro riuscivo a parlare. Avevo perso un paio di denti, ma la bocca funzionava ancora. Gli ho detto: «E io? Io che cosa faccio?»
«Eh, non lo so. Tecnicamente c’è un piccolo problema. Eri in sospensione dal servizio, per cui non so se hai diritto a tutti i benefici. Sai come vanno certe cose.»
Lo so benissimo come vanno certe cose. Sei un poliziotto che indaga sul crimine organizzato, scopri qualcosa e d’un tratto salta fuori un pentito che dice che sei colluso, recitando un copione dettato dalla cosca. Tutta l’indagine viene buttata nel cesso. Vieni sospeso, quasi ti riducono a una larva e non hai più nemmeno diritto alla pensione.
«Ma sai che puoi sempre contare su di me», mi rassicura LaMazza con la sua vocetta acuta da leccaculo che gli ha permesso di prendere il mio posto a capo della task force antimafia. Lui non corre rischi, non arriverà mai alla verità e nessuno gli metterà mai una bomba sotto le chiappe. Ora la cosca potrà dormire sonni tranquilli.

(fine prima parte)

(Vai alla seconda parte)

Andrea Carlo Cappi

GLI ULTIMI LIBRI DI ANDREA CARLO CAPPI:

Andrea Carlo Cappi, nato a Milano nel 1964, vive da anni tra l'Italia e la Spagna. È uno dei più attivi scrittori italiani di letteratura di genere, spaziando fra thriller, avventura e fantastico. Dal 1993 ha pubblicato cinquanta titoli fra narrativa e saggistica e più di un centinaio di racconti. È anche traduttore di numerosi bestseller dall'inglese e dallo spagnolo e ha curato varie edizioni italiane dell'agente 007. Ha scritto i racconti e romanzi del "Kverse", l'universo thriller che riunisce le serie "Nightshade" (da Segretissimo Mondadori, firmata a volte con lo pseudonimo François Torrent), "Medina" (Il Giallo Mondadori, Segretissimo Mondadori) e "Black" (Cordero Editore). Sono riapparsi di recente in libreria "Medina-Milano da morire" (Cordero), "Nightshade-Obiettivo Sickrose" (Cento Autori), cui si aggiungono le novità "Black and Blue" e "Back to Black" (Cordero). Algama Editore (www.algama.it) sta pubblicando in ebook parecchi titoli editi e inediti di questo ciclo: "Malagueña", "Dossier Contreras", il serial "Missione Cuba", "Black Zero", "Black and Blue". Cappi ha dato vita anche a una saga horror-erotica con il romanzo "Danse Macabre-Le vampire di Praga" (Anordest). Ha collaborato al serial di RadioRAI "Mata Hari" e ai fumetti di "Martin Mystère", personaggio cui ha dedicato racconti e romanzi originali, tra cui "L'ultima legione di Atlantide" (Cento Autori). Ha scritto poi quattro romanzi originali con protagonisti Diabolik ed Eva Kant, ora ripubblicati da Excalibur/Il Cerchio Giallo. Per Algama è autore dell'ebook "Fenomenologia di Diabolik", saggio autorizzato sul Re del Terrore e il suo mondo in tutte le loro declinazioni, ora riproposto in un volume illustrato a colori da Edizioni NPE. Sono disponibili in ebook anche il saggio "Le grandi spie" (Vallardi), il mystery "Il gioco della dama" (dbooks.it), le storie erotiche de "La perfezione dell'amore" (Eroscultura) e il racconto fanta-erotico "Nuova carne" scritto a quattro mani con Ermione (Eroscultura); con lei Cappi ha pubblicato inoltre per Algama gli ebook "Tutto il ghiaccio del mondo" e "Cosplay". Gestisce con Giancarlo Narciso il webmagazine Borderfiction.com e con Fabio Viganò il blog "Il Rifugio dei Peccatori".

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Racconti

Lo scrittore e l’abisso

Un noir di Paolo Brera in esclusiva per Cronaca Vera

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Questa prima conversazione ha sicuramente bisogno di una spiegazione. Non preoccupatevi, l’avrete, e tutto sarà chiaro. Più avanti. Ma entriamo subito in argomento. Il mio uomo: Luciano Marchesi, anima immortale e ingegno più che discreto. Il punto di partenza, una mia frase: «Un uomo come te», pausa, «dovrebbe esprimersi di più», pausa: «Dipingere, scrivere. Dipingere! Scrivere! Pensa quanto apprezzerebbero i tuoi libri, se tu ti ci mettessi!»

«Dipingere» ripete lui pecoreccio. «Scrivere.»

«Già. Però devi deciderti. Bisogna cominciare, caro mio! Cominciare!»

«Cominciare» pecoreggia ancora lui. E a questo punto si sveglia. Perché fino a quel momento, gli stavo parlando in sogno.

 

A Luciano non piace la sua vita. Ha un lavoro e non gli piace, ha una fidanzata e non l’ama più. Abita in una città che non gli è mai piaciuta e ha un rapporto che non gli piace con una donna che gli piace un sacco ma gli fa soffrire tutte le pene della gelosia. «L’altro giorno», gli ha detto l’altro giorno, «sono stata con Michele. Lui sì che mi sa prendere». La parola prendere per Mirjana ha un significato molto concreto.

Mirjana è serba ma vive in Italia fin dalle prime avvisaglie della nuova guerra in Jugoslavia. È una donna molto bella, scontenta della sua vita tanto quanto Luciano, ma mentre se lei accettasse di essere per lui tutto (e tutta per lui), lui pianterebbe tutto, per lei Luciano non conta molto. Diciamo che ci esce insieme se non ha sottomano nessun altro. Il prezzo è lasciarsi indurre ogni tanto in un letto. Qui il fascino sbiadisce, perché Mirjana è frigida, promette ma poi non mantiene, e lascia Luciano perennemente insoddisfatto.

La fidanzata invece non gli nega un orgasmo. Solo che il rapporto è logoro e prima o poi, Luciano ne è convinto, si dovrà spezzare. Lui aspetta solo il sì di Mirjana.

Anche queste mie considerazioni, così specifiche, così precise, capisco benissimo che avrebbero bisogno di qualche chiarimento. Lo avrete. Al momento giusto.

 

Adesso importa solo registrare lo scatto d’orgoglio di Luciano.

«Scrivere!» esclama. «Sì, scrivere» continua, più riflessivo. «Perché, non sono forse capace di scrivere? Se non faccio altro!»

Non di fronte a me vuol far valere la sua professionalità, ma di fronte a un ipotetico interlocutore che non sa che il copywriter, di mestiere, scrive testi pubblicitari. Chi vespa mangia le mele. Il diavolo fa le pentole e io le uso. Non rompere le powerballs.

«Scrivere! Io devo scrivere! Sono capace di scrivere!» Questa volta l’interlocutore è reale e presente, è Giulia, la sua fidanzata e nello stesso tempo l’art director della piccola famelica agenzia pubblicitaria dove lui lavora.

«Certo ke 6 capace d scrivere! Ki mai l’ha messo in dubbio!» replica Giulia, secca e ticchettante come un’sms.

«Intendo dire, scrivere narrativa. Un romanzo.»

«Giallo», gli suggerisco.

«Un romanzo giallo», ripete lui.

«Tu vuoi scrivere un romanzo giallo?» si meraviglia Giulia, un po’ meno stile sms. «Agatha Christie Simenon e Pinketts?»

«Sì. E ho già in testa l’intreccio» si vanta Luciano.

«L’intreccio? Sei a buon punto!», lo prende in giro lei.

«Risparmiami la tua solita ironia, questa volta non mi lascerò castrare da te.» Detto questo, passa a raccontarle la storia. Dunque, c’è questa donna che è sfruttata dalla sua datrice di lavoro e la odia, però la odia così come nella vita si odia tanta gente, una cosa normale e quasi senza conseguenze (io posso senz’altro testimoniare che è una cosa normalissima). Quando però l’odiosa padrona le porta via il ragazzo, scatta la volontà omicida e lei decide di avvelenare la rivale.

Anche la trama del romanzo gliel’ho suggerita io, in sogno.

«Bello come intreccio! Savvero diabolico… Già, ma che ne sai tu di veleni?» lo deride Giulia, pure un po’ ammirata, suo malgrado.

È proprio lì il bello.

 

Per l’intreccio è indispensabile sapere con esattezzacome agisce il veleno. Quale veleno, poi? E come se lo procura la protagonista? Certo non in erboristeria, buongiorno, vorrei dei fiori di Bach e una dose letale di acido prussico, me li incarti separatamente.

«Non si può certo andarlo a comprare in erboristeria, il veleno!» impreca Luciano, e sono già le tre di notte, lui è rimasto sveglio fino a quell’ora appunto per scervellarsi su quel problema.

Ma a Milano c’è tutto, basta cercare. Prima tappa della ricerca, la biblioteca della facoltà di Giurisprudenza. Luciano è amico del bibliotecario e va dritto al sodo:

«Qui ci sono testi di medicina legale che parlano di veleni?»

«E vuoi che non ci siano?» lo prende in giro il bibliotecario.

Luciano se li fa dare e si butta a leggerli. Curaro, arsenico, stricnina. I sintomi che dà ciascuno di essi. Le modalità della morte. Gli eventuali antidoti.

Ancora non basta. Cambia biblioteca e prende a prestito volumi come il classico testo di Sotiris Dhilitiriakis sui veleni dell’antichità, poi il saggio “Il veleno nei romanzi gialli” di Carlo Oliva. Documentatissimo. Quando presenta le schede di richiesta diligentemente compilate la bibliotecaria, una bella ragazza che sembra nata con gli occhiali, lo guarda in viso: «Certo che hai un bell’interesse per i veleni!».

«Diglielo!», gli bisbiglio.

«Voglio scrivere un romanzo giallo.»

«Davvero? Complimenti!» replica la ragazza, veramente interessata. «Sei scrittore? Che libri hai scritto?»

«Per adesso nessuno», arrossisce Luciano: «Questo sarà il primo».

«Ah.» L’interesse della ragazza è alquanto scemato, e si vede.

«Comunque io scrivo di professione», cerca di salvarsi in corner lui: «Faccio il copywriter».

«Ah.» La bibliotecaria non sa che bestia è un copywriter, magari lo confonde con un copyright. Luciano però le rimarrà impresso nella memoria.

Neanche questi altri libri risolvono il problema. Per l’intreccio dev’essere credibile il modo con cui l’assassino si procura il veleno. Ma i libri non ne parlano.

La farmacia sotto casa ha un titolare arcigno che finge sempre di essere occupatissimo. Conosce bene Luciano e si sforza di rispondere alle sue domande. Luciano ha poi la fortuna che tra i clienti dell’agenzia c’è anche un fabbricante di pesticidi. Per liberarsi dei ratti si usano sostanze che sono tranquillamente in grado di uccidere anche un essere umano. Per esempio, la stricnina.

 

La ricerca è ormai finita da un pezzo, ma Luciano non ha ancora scritto una riga quando dentro un’auto abbandonata in periferia viene ritrovato il corpo della sua fidanzata. L’auto è quella di lei. All’inizio la polizia pensa a un’overdose di droga, ma le analisi indicano che c’è di mezzo un veleno. Suicidio oppure omicidio? Luciano è il primo ad essere interrogato. Emerge che con Giulia i rapporti zoppicavano da tempo.

«Lei sapeva che la sua ragazza aveva anche un’altra relazione?» domanda senza complimenti l’ufficiale di polizia.

Luciano sembra cadere dalle nuvole (e credetemi, cadrà sempre più giù, in séguito): «Una relazione? Ma scherza? E con chi?». Il poliziotto fa subito un nome. Non uno qualunque: quello, rovinoso, di un amico.

«Non è possibile!» quasi grida Luciano. Poi ci pensa su un attimo. «Non è che è stato lui?»

Anche la polizia ci aveva pensato – ne sanno una più del diavolo, quelli – ma l’alibi era ferreo, un convegno internazionale a Singapore.

Sicché l’indiziato numero uno è Luciano, “il pubblicitario dei veleni” come scrivono i giornali. La polizia indaga.

 

Appena letto il nome di Luciano su City la bibliotecaria carina con gli occhiali si ricorda dei suoi peculiari interessi bibliografici, e va alla polizia.

Parte un avviso di garanzia.

«Perché era così interessato ai veleni?» chiede sornione in aula il pm, con l’aria di sapere già la risposta.

«Volevo scrivere un romanzo giallo.»

«Ah sì? Me lo fa leggere?» Luciano da mostrare non ha neppure una riga. Perfino l’intreccio è rimasto tutto nella sua testa.

Saltano fuori anche altri testimoni: il bibliotecario di Giurisprudenza, amico ma magis amica veritas, il farmacista che si finge sempre occupato ma non gli sfugge nulla di quello che gli succede intorno, a meno che non riguardi sua moglie. Un vicino racconta di aver visto Luciano in auto con Giulia, una sera che potrebbe essere quella della morte. Però si contraddice un po’ troppo e gli inquirenti lo lasciano perdere.

«Sì, mi aveva parlato di quel romanzo», dichiara Mirjana. La sua esistenza ridà fiato agli innocentisti, il movente gelosia sembra perdere di peso. Un vero scrittore di gialli avanza un’ipotesi inedita: Giulia aveva il cancro, ha chiesto a Luciano di aiutarla ad andarsene dolcemente. L’autopsia lo smentisce: niente tumori. Il pm sa bene che uno può essere geloso anche di un’amante a cui non è fedele, e perfino di una donna che non ama più.

L’evidenza processuale si accumula. Nello stomaco di Giulia insieme al veleno c’era della birra: è più o meno ciò che resta di una happy hour. Uno scontrino trovato in auto non reca impronte digitali utili ma dice chiaro che le birre erano due. Non ha bevuto da sola, Giulia, quella sera, e uno mica va al bar con un amico la sera in cui ha deciso di suicidarsi. Al Dickens’ Inn nessuno si ricorda di Giulia né di chi stava con lei. Luciano però non ha un alibi. Così viene rinviato a giudizio per omicidio volontario.

Lui si difende disperatamente, insiste sulle ambizioni letterarie che motivavano tutto quello sforzo informativo così sospetto per tutti.

Gli italiani si dividono sempre più man mano che i media danno spazio alla vicenda. Mirjana accresce l’interesse: non solo è bella come una velina, ma si mette brevemente con l’amante di Giulia, incontrato in Questura durante gli interrogatorii. Perfino Gianni Schicchi II la contatta.

 

Solo io, Luciano e il magazziniere della ditta di pesticidi che gli ha procurato il veleno sappiamo la verità. Luciano ha davvero cominciato a documentarsi con lo scopo di scrivere un romanzo poliziesco. Però pochissimo tempo dopo ha scoperto la relazione della fidanzata. Allora si è di colpo scordato la noia in cui era ormai caduto il rapporto, si è scordato di quella troietta di Mirjana, e ha pensato solo a vendicarsi. Dei veleni sapeva ormai tutto. Non ha lasciato tracce. Però non poteva in nessun modo procurarsi un alibi falso né cancellare i passi già fatti.

La sua vicenda, dal punto di vista processuale, è quanto mai aperta. Luciano non confessa, e nemmeno lo fa il magazziniere corrotto, per la paura di essere a sua volta incriminato. Il processo resta indiziario e può ben darsi che alla fine Luciano venga assolto.

Non è questo l’essenziale. Se guardi troppo a lungo l’abisso, a un certo punto puoi scoprire che l’abisso sta guardando te. Le conseguenze sulla tua anima sono ciò che davvero conta. Per questo a suo tempo ho suggerito a Luciano di scrivere un giallo. L’ho ispirato io: che sono, per l’appunto, l’Abisso.

Paolo Brera

 

UN RACCONTO PER CRONACA VERA DI PAOLO BRERA:

Paolo Brera ha pubblicato una settantina di articoli scientifici o culturali, tradotti in sei lingue europee, due saggi (Denaro ed Emergenza Fame, quest’ultimo pubblicato insieme a Famiglia Cristiana), due romanzi e una trentina di racconti di fantascienza, sei romanzi e una decina di racconti gialli, più un fritto misto di altri racconti difficili da definire. Negli ultimi anni si è scoperto la voglia di tradurre grandi autori, per il piacere di fare da tramite fra loro e il pubblico italiano. Questo ha voluto dire mettere le mani in molte lingue (tutte indoeuropee, peraltro). Il conto finora è arrivato a quindici. Non è che le parli tutte, ma oggi c’è il Web che per chi lo sa usare è anche un colossale dizionario pratico. L’essenziale è rendere attuali questi scrittori e i loro racconti, sfuggire all’aura di erudizione letteraria che infesta l’accademia italiana, e produrre qualcosa che sia divertente da leggere. Brera ci ha provato.
Con Algama ha pubblicato i noir Il veleno degli altri, Il denaro degli altri e Il male degli altri, tre indagini del colonnello De Valera. Ne “I racconti di Brera” traduce e cura i racconti meno noti e più insoliti dei più grandi autori di sempre: da Prigionieri del Caucaso, di Lev Tolstoj e Xavier De Maistre a La locanda delle streghe, di Joseph Conrad e Ion Luca Caragiale.

TUTTI I LIBRI DI PAOLO BRERA:

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Racconti

L’angelo nell’ombra

L’uomo che mi ha addestrato era stato un veterano delle operazioni coperte della CIA, un “bagnato” specialista in eliminazioni e altre faccende poco pulite. (Un racconto in esclusiva di Daniele Cambiaso)

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Arrivare ad inquadrare un uomo nel mirino. Alla fine, si tratta solo di questo. Visti al centro del reticolo graduato, gli uomini non sembrano poi così diversi l’uno dall’altro. Dopo, basta una leggera pressione del dito sul grilletto ed è fatta. Detta così, sembra semplice, ma non lo è. Bisogna avere due qualità, principalmente. La prima è la capacità di attendere anche per ore, di cuocere a fuoco lento aspettando l’attimo perfetto, imparando a dominare l’ansia, la fretta di concludere, il desiderio di scappare via, lontano, in salvo. Ovviamente è ben chiaro il pensiero che appena un istante dopo lo sparo, da cacciatori si diventa prede e nessuno avrà mai pietà di un killer. Si diventa carne da macello. Sono le regole del gioco. L’altra qualità necessaria è la capacità di pianificare un colpo ben studiato, senza margini di errore, e di attenersi al piano scrupolosamente.

Solo così è possibile pensare di scamparla.

Anche adesso, ad esempio, lascio che i pensieri scorrano fluidi, mentre osservo da dietro una staccionata la folla che si prepara ad applaudire, ad acclamare, a gridare. Non immaginano minimamente che cosa li aspetti. Io, qui, a pochi metri da tutti, sono l’invisibile angelo della vendetta. L’angelo nell’ombra.

Mentre la sigaretta si consuma tra le dita, mi sporgo a osservare l’edificio all’angolo della piazza. Lì c’è il secondo angelo, mentre un terzo è appostato più avanti. Si chiama triangolazione di fuoco. Ma è molto importante lui, il secondo. Ancora non lo sa, forse lo sospetta, ma è la pedina sacrificabile del piano. Ce n’è sempre una, fa parte dei piani perfetti e questo lo è. Poteva toccare a me o a un altro, invece sarà lui, l’ho capito non appena l’ho visto, non so perché. Esperienza, forse. Pagherà lui per tutti. Chissà come l’hanno incastrato, ma alla fine che importa? Lo immagino anche lui pronto col dito sul grilletto, anche lui solo coi suoi pensieri, coi suoi ricordi, coi suoi fantasmi.

Sono importanti, i fantasmi.

L’uomo che mi ha addestrato era stato un veterano delle operazioni coperte della CIA, un “bagnato” specialista in eliminazioni e altre faccende poco pulite.

«Lascia che i ricordi, il dolore, la rabbia ti rendano come una lama affilata»  mi diceva. «Impara a concentrarti su un pensiero, un ricordo, un episodio. E lascia che ti conduca all’obiettivo.»

Stavamo in mezzo alle zanzare in qualche posto disperso delle Everglades. Si sentiva bestemmiare in spagnolo e in altre lingue. Era primavera e il vento portava un odore fresco che sapeva di violette di marzo.

«Il suo qual è?»  Avevo chiesto, con la voce incerta della recluta.

Mi aveva guardato con uno sguardo da pazzo. Credevo mi avrebbe riempito di insulti, come quando sbagliavo il colpo, invece respirò profondamente gettando lontano la sua Pall Mall, quindi si rilassò contro la radice gigantesca di una mangrovia. Parlò tenendo gli occhi chiusi.

«Ero in missione in Cecoslovacchia, a Praga. Dovevamo far espatriare un chimico con la sua famiglia. Invece, la missione aveva un doppio livello. Serviva a far saltare fuori un traditore che spifferava i nostri affari ai tovarish. Il chimico e la sua famiglia erano solo pedine sacrificabili. Questo l’ho capito dopo, ma il fatto è che io ero presente all’arresto di quei disgraziati. Ho visto tutto col binocolo. L’uomo, la moglie… quello che non dimenticherò mai è stato il pianto della ragazzina, la loro figlia. A un certo punto, ha urlato guardando verso di me. Non poteva sapere che ero laggiù, al buio, a osservarli, ma era come se lo sentisse. Sembrava un film muto, ero troppo distante, ma quello sguardo e quell’urlo mi sono rimasti dentro… ho ucciso, fatto ammazzare, messo bombe, ma quella ragazzina mi è rimasta dentro. Strano, vero?» Aveva concluso, con una risata incerta.

Per lui, la notte di Praga e il pianto senza suono di una ragazzina. Per me?

Facile dirlo, adesso.

Il corpo di mio fratello Ramon esibito dai castristi esultanti in televisione dopo il fallimento dello sbarco alla baia dei Porci.

La rivoluzione ci aveva tolto tutto, piantagioni di tabacco, ville, agi e lussi di una vita che sembrava rubata a un film americano. Nostro padre non si era mai ripreso e si era suicidato gettandosi da un grattacielo a Miami, nostra madre si consumava in uno strazio senza fine. Ramon era stato il primo a reagire, voleva tornare a Cuba combattendo e io lo avevo seguito. Mi ero addestrato con loro, ero andato in Guatemala, nella finca degli Allejos e avevo raggiunto Ramon nella Brigada Asalto 2506. Dopo qualche tempo, erano venuti fuori due tizi in giacca e cravatta, capelli corti a spazzola e occhiali a specchio, che odoravano di CIA lontano un miglio. Mi avevano preso e destinato a un ramo collaterale e segreto dell’operazione di sbarco.

L’Operazione 40.

Saremmo dovuti arrivare dopo lo sbarco, nei territori liberati dai rossi, per prendere in consegna gli agenti dei servizi, controllare gli edifici pubblici, le banche, le industrie, e catturare i responsabili e i dirigenti politici in tutte le città e interrogarli. Eventualmente, liquidarli. C’era da sporcarsi di sangue comunista, un lavoro perfetto per me. Mio fratello non sarebbe mai stato tagliato per questo genere di cose, cercava la gloria sui campi di battaglia, voleva essere baciato dal sole. A me l’ombra, invece, non dispiace. Ancora non lo sapevo, ma i tizi con gli occhiali a specchio l’avevano capito. Prima di tutti, prima anche di me.

Quando lasciai Ramon alla finca, mio fratello mi abbracciò così forte da farmi male. E mi consegnò il suo amuleto, una collana con un dente di squalo. Non se ne separava mai, era uno dei pochi oggetti che si era portato via da L’Avana nella nostra fuga precipitosa, diceva che lo rendeva infallibile. Esitai, pensai me lo regalasse per farmi coraggio. Scambiai il suo gesto per timore che non reggessi la pressione, quasi mi offesi. Invece, sentiva che non mi avrebbe mai più rivisto.

Il giorno dello sbarco alla Baia dei Porci ero in uno scantinato puzzolente a Miami, pronto con gli altri a raggiungere le coste di Cuba. Il massacro l’ho vissuto in diretta, appeso alle comunicazioni gridate via radio. Mio fratello moriva in quell’inferno e io assistevo alla vigliaccheria di chi negava l’appoggio aereo. Ci avevano usati e buttati via, come stracci vecchi.

Piansi.

Non avevo pianto così neppure alla morte di mio padre. Ho pianto tutte le mie lacrime quel giorno, poi basta. Nemmeno davanti alle immagini del corpo di Ramon. Neppure davanti alle foto degli altri amici presi prigionieri, umiliati in un processo pubblico, incatenati e rinchiusi in una gabbia d’acciaio come bestie feroci.

Un solo pensiero. Vendetta.

Accarezzo il mio fucile di precisione. Ramon, fratello mio, questo sarà per te.

Gli applausi salgono. Il rombo in avvicinamento di una, due tre moto.

Schiaccio a terra la sigaretta. Accarezzo il dente di squalo, poi sistemo l’arma nell’incavo della spalla, bilancio il corpo e aspetto. Un respiro profondo, mi sento bene.

Mai stato meglio.

In fondo, per me, il bersaglio è solo un criminale vigliacco. Un criminale pallido e tremante di paura che ha venduto Ramon e tutti gli altri a Castro e ai suoi. Quindi, è giusto che muoia. Non mi interessa chi finanzia l’operazione, non mi interessa chi stia dietro alla cosa. Meno ne so, meglio è. Basta che lui muoia.

Gli applausi si fanno frenetici. Qualche grido. Colgo con la coda dell’occhio delle bandierine a stelle e strisce agitate dai presenti. Dall’altra parte della strada, qualcuno apre un ombrello.

È il segnale. Ci siamo.

Sento dei colpi, ma non stacco l’occhio dal cannocchiale.

Sembrano petardi, la gente continua a gridare e applaudire. Il primo angelo ha già aperto il fuoco. Mi chiedo con quale efficacia.

Quando il bersaglio entra nel mio mirino si è portato le mani alla gola, è leggermente piegato in avanti. La donna accanto a lui gli è quasi addosso. Vedo i suoi occhi spalancati, lo stupore che si disegna sul suo volto, vedo Ramon, vedo mio padre immerso nel suo sangue a Miami.

Sparo.

Sento lo schiocco secco del colpo, assorbo il rinculo del fucile, e vedo.

Vedo esplodere la testa del bersaglio, con uno scatto all’indietro, mentre qualcuno ancora continua ad applaudire, altri si gettano a terra gridando.

Non serve altro.

Dopo, è solo una serie di movimenti rapidi, meccanici. Via il fucile, una corsa verso la salvezza. I meccanismi di copertura si attiveranno. Le pedine sacrificabili saranno immolate.

Mi immergo nell’ombra che amo col pensiero che per il resto del mondo tutto questo si chiamerà Storia. Per me, è il giorno della giustizia, della vendetta.

Ed è un bel giorno, oggi, qui a Dallas.

È il 22 novembre 1963.

UN RACCONTO DI DANIELE CAMBIASO:

Daniele Cambiaso è nato Lavagna (GE) nel 1969 e vive a Genova. Suoi racconti sono apparsi in varie antologie, tra cui Carabinieri in giallo (Giallo Mondadori, 2008), Bersagli innocenti (Dario Flaccovio, 2009), Nudi e crudi (Eclissi, 2015). Ha curato diverse antologie: Nero Liguria (Perrone Lab, 2011), Neronovecento (Cordero Editore, 2013) e, con Angelo Marenzana, Crimini di regime (Laurum, 2008) e Crimini di piombo (Laurum, 2009). Dal 2013 al 2015 ha diretto la collana di narrativa gialla e noir “Crimen” per Cordero Editore. Ha pubblicato tre romanzi, di cui l’ultimo, Off limits, 21 Editore, lo scorso anno.   Con Algama ha pubblicato il thriller La logica del Burattinaio (con Rino Casazza) sulla vera storia del baby serial killer William Vizzardelli. 

TUTTI I LIBRI DI DANIELE CAMBIASO:

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Racconti

L’ ULTIMO AUTOBUS PER BERGAMO (seconda parte)

Su Cronaca Vera, in esclusiva, un thriller breve di Rino Casazza, la rivelazione de “La logica del burattinaio” e degli apocrifi su Sherlock Holmes e Padre Brown. Seconda e ultima parte

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Sempre più terrorizzata, le propone di scendere insieme a Trezzo, offrendole ospitalità per la notte.

Flavia ribatte che è un’ idea scema, eppoi i suoi non vogliono che pernotti fuori.

Angela insiste, supplicandola di accompagnarla almeno fino a casa, da sola non se la sente proprio.

– Metti che questo qui scenda e mi segua!

– E allora? Vorrà dire che gli piaci… E poi non ho nemmeno l’ombrello, vuoi costringermi a fare il bagno?

-Te ne presterò uno per tornare, ed anche dei vestiti asciutti! Ti prego!

-Ma figuriamoci!

– Allora sai che faccio? Vengo con te fino a Dalmine!

-Non dire cazzate! – prova a ribattere Flavia, ma le ci vuol poco a capire che Angela fa sul serio, e per evitare che si faccia prendere da una crisi isterica le toccherà cedere.

Alla fermata di Trezzo scendono nella pioggia torrenziale proprio mentre un fulmine, con boato assordante, si scarica vicino al cavalcavia.

Prima d’incamminarsi, Angela attende col batticuore che il portello automatico si richiuda.

Dietro i vetri appannati scorge l’uomo dal cappellaccio, in piedi, che scruta nella loro direzione. Resta in quella posizione finché il pullman sparisce nel diluvio.

***

Il conducente dell’ autobus di mezzanotte non crede ai propri occhi. Con quel po’ po’ di tempesta pensava di fare il viaggio a vuoto, invece dopo aver raccolto sotto la pensilina di Trezzo una bruttona – ma brutta davvero! – con un giaccone fradicio e l’ombrello grondante, adesso intravedeva un altro passeggero in attesa alla fermata di Capriate.

Accosta, e sale un tipo ancor più intonato alla notte da tregenda della racchia seduta in fondo al veicolo.

E’ avvolto in un ampio impermeabile col bavero rialzato, e calza un cappello a larghe tese spiovente sulla fronte.

Si si va a sedere a poca distanza dalla ragazza.

“Certo che al mondo ce n’è di gente strana! “, pensa nel ripartire.

***

L’uomo col cappellaccio pensa: “Credevi di fregarmi, eh, bella (si fa per dire) mia? Ma l’ho capito al volo, che scendevi solo per accompagnare l’ altra stronzetta. Piaciuto lo stratagemma di aspettarti alla fermata successiva? Voglio vedere come te la cavi, adesso. Che fai, chiedi aiuto all’autista? A parte il fatto che posso anche metterlo fuori combattimento, se voglio, lui non può farmi proprio nulla: ho regolarmente pagato il biglietto, e non c’è legge che vieti di nascondere il viso dietro il bavero di un impermeabile e sotto la tesa di un cappello. Né può perquisirmi, e l’arma è pronta nella mia tasca… ”

A parte lanciargli sguardi di sottecchi, la ragazza non prende alcuna iniziativa. Sembra impotente come una mosca invischiata nella ragnatela.

L’ uomo col cappellaccio ne prova un senso di trionfo.

Alla fermata di Dalmine, la ragazza scende con andatura normale, senza alcuna agitazione, e si ferma sotto la pensilina, come immolandosi senza combattere.

All’uomo col cappellaccio viene un dubbio: “Vuoi vedere che questo rospo da guinness dei primati si è messo in testa che sono un molestatore, e pregusta l’ idea di assaporare, per la prima volta probabilmente, il sesso??”

Scende per ragiungerla e il dubbio divene certezza: la ragazza si rifugia nell’angolo, dicendo: -No, la prego, non lo faccia!- , con l’aria, invece, di pensare: “Prendimi, sono tua!”.

“Roba da non credere!” pensa l’uomo “ Ho quest’aspetto da maniaco sessuale affamato, per ingenerare simili illusioni??”

Le è addosso, l’apostrofa disgustato: -Che cazzo ti sei messa in testa, specie di mostro ambulante? – Ed estrae la pistola, perché siano chiare le sue intenzioni di semplice rapinatore di sani gusti femminili: -Tira fuori la grana, svelta!

Le si contrae il volto in una smorfia di furore, che la trasforma in una terrificante, selvaggia gorgone.

Paralizzato dallo spavento, l’uomo rimane a guardarla estrarre di tasca un pugnale a serramanico.

Sulla lama, all’istantanea luce di un lampo, gli pare di intravedere macchie scure ( sangue?) , poi lei lo aggredisce sferrandogli una, due tre coltellate all’inguine, in un ripetitivo parossismo.
Crolla a terra dilaniato dal dolore e lei urlando nello scroscio incessante: -Anche tu contro di me! Come Angela, come tutte le altre!- lo colpisce con la lama in pieno viso.

Rino Casazza

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