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L’ ULTIMO AUTOBUS PER BERGAMO (prima parte)

Su Cronaca Vera, in esclusiva, un thriller breve di Rino Casazza, la rivelazione de “La logica del burattinaio” e degli apocrifi su Sherlock Holmes e Padre Brown

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Rincantucciata in un angolo della pensilina, Angela tiene  l’ombrello aperto a mo’ di scudo, per ripararsi dagli spruzzi d’ acqua sventagliati dalle raffiche di vento.

Alle ventitré e trenta, sotto quell’ incredibile diluvio, Piazza Castello è rivelata, a squarci, solo dai fari delle rare automobili che procedono lente nel nubifragio, e dalla luce livida delle saette.

– Vallo a sapere che si scatenava una bufera! – esclama Flavia, appiattita contro l’altro angolo, l’alta figura stretta nell’impermeabile con cappuccio.

Angela è parecchio agitata.

A quest’ora potevano essere al calduccio a casa di Rossana, dove avevano trascorso tutto il giorno a studiare.

Invece Flavia, sottovalutando il minaccioso oscurarsi del cielo, l’ aveva convinta a declinare l’invito a trattenersi anche per la notte.

Angela non riesce ad allontanare l’inquietudine nemmeno con la facile battuta che l’amica, una stangona di uno e ottanta, soprannominata malignamente “Lockness” per il volto disarmonico, d’una bruttezza quasi inguardabile, è la compagna ideale per uscire di notte con un tempo da lupi.

La colpa è sua: per impressionare le altre, se n’era uscita con quell’ infelice congettura sugli efferati delitti di Dalmine e Cavenago, finendo per rimanerne suggestionata.

Ma il fatto che i corpi delle due ragazze orrendamente trucidate a colpi di coltello siano stati rinvenuti vicino al casello autostradale, non autorizza affatto a sospettare che il maniaco omicida viaggi abitualmente sull’ Autostradale Milano-Bergamo.

O no?

Oh, basta.

Deve piantarla di interessarsi alla cronaca nera.  Soprattutto  lasciar perdere i particolari più macabri  ( quei due casi ne erano, ahimé!, pieni, per l’accanimento dell’ assassino nel colpire il viso e e gli attributi femminili delle vittime…), invece di soffermarvisi con morbosa curiosità…

Dalla buia cortina di pioggia emergono  i fari e poi la sagoma del pullman, che accosta al marciapiede.

Flavia si rianima: “Finalmente! Dai, saliamo!” .

Ed esce sotto le cascate gesticolando all’indirizzo dell’autista perché apra  il portello automatico.

Angela la segue a ruota, raggiungendo di corsa la scaletta.

Sono le uniche passeggere.

Scambiano con l’autista un paio di battute sul maltempo e prendono posto nelle ultime file, posando sui i sedili vicini  i soprabiti fradici e gocciolanti.

L’interno dell’autobus, ben riscaldato e illuminato, rincuora Angela.  Lì dentro è al sicuro dalla bufera come da altri, immaginari pericoli.

Fino alla fermata di Trezzo, dove, non osa pensarci!,  le toccherà scendere e avventurarsi, sola, verso casa…

La cosa migliore è cercare di distrarsi.

Così si concentra su Roberto, il compagno di scuola cui fa il filo e che, le sembra di aver capito, piace anche a Flavia.

Una concorrenza del tutto trascurabile, anche se non è bello pensarlo.

Alla fermata di Cormano sale un tizio.

Il suo aspetto, forse per il latente stato di agitazione, non piace per nulla ad Angela.

Tenere il bavero dell’impermeabile alzato fino al naso, e portare un cappello a larghe tese calcato sulla fronte è  normale in una notte simile, ma perché una volta dentro quello non toglie né l’ uno né l’altro?

L’ uomo, dopo essersi soffermato a scrutare il fondo dell’autobus, s’incammina per il corridoio,  andando a sistemarsi due sedili più indietro.

Angela è assalita dal panico, accresciuto dall’ indifferenza di Flavia, che continua tranquillamente a leggere un libro.

Le tocca un braccio, pregandola di guardare dietro. Lei lo fa, ma non sembra preoccupata.

-Che tipo bizzarro…  Affascinante, però…- Sul suo viso sgraziato aleggia una luce maliziosa.

Angela è sbalordita: ma come, riesce a provare attraziine anche per un sinistro figuro come quello?

Non capisce che può esser proprio il maniaco assassino di Dalmine e Cavenago?

(fine prima parte)

(Vai alla seconda parte)

Rino Casazza

GLI ULTIMI LIBRI DI RINO CASAZZA:

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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Racconti

L’ ULTIMO AUTOBUS PER BERGAMO (seconda parte)

Su Cronaca Vera, in esclusiva, un thriller breve di Rino Casazza, la rivelazione de “La logica del burattinaio” e degli apocrifi su Sherlock Holmes e Padre Brown. Seconda e ultima parte

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(Vai alla prima parte)

Sempre più terrorizzata, le propone di scendere insieme a Trezzo, offrendole ospitalità per la notte.

Flavia ribatte che è un’ idea scema, eppoi i suoi non vogliono che pernotti fuori.

Angela insiste, supplicandola di accompagnarla almeno fino a casa, da sola non se la sente proprio.

– Metti che questo qui scenda e mi segua!

– E allora? Vorrà dire che gli piaci… E poi non ho nemmeno l’ombrello, vuoi costringermi a fare il bagno?

-Te ne presterò uno per tornare, ed anche dei vestiti asciutti! Ti prego!

-Ma figuriamoci!

– Allora sai che faccio? Vengo con te fino a Dalmine!

-Non dire cazzate! – prova a ribattere Flavia, ma le ci vuol poco a capire che Angela fa sul serio, e per evitare che si faccia prendere da una crisi isterica le toccherà cedere.

Alla fermata di Trezzo scendono nella pioggia torrenziale proprio mentre un fulmine, con boato assordante, si scarica vicino al cavalcavia.

Prima d’incamminarsi, Angela attende col batticuore che il portello automatico si richiuda.

Dietro i vetri appannati scorge l’uomo dal cappellaccio, in piedi, che scruta nella loro direzione. Resta in quella posizione finché il pullman sparisce nel diluvio.

***

Il conducente dell’ autobus di mezzanotte non crede ai propri occhi. Con quel po’ po’ di tempesta pensava di fare il viaggio a vuoto, invece dopo aver raccolto sotto la pensilina di Trezzo una bruttona – ma brutta davvero! – con un giaccone fradicio e l’ombrello grondante, adesso intravedeva un altro passeggero in attesa alla fermata di Capriate.

Accosta, e sale un tipo ancor più intonato alla notte da tregenda della racchia seduta in fondo al veicolo.

E’ avvolto in un ampio impermeabile col bavero rialzato, e calza un cappello a larghe tese spiovente sulla fronte.

Si si va a sedere a poca distanza dalla ragazza.

“Certo che al mondo ce n’è di gente strana! “, pensa nel ripartire.

***

L’uomo col cappellaccio pensa: “Credevi di fregarmi, eh, bella (si fa per dire) mia? Ma l’ho capito al volo, che scendevi solo per accompagnare l’ altra stronzetta. Piaciuto lo stratagemma di aspettarti alla fermata successiva? Voglio vedere come te la cavi, adesso. Che fai, chiedi aiuto all’autista? A parte il fatto che posso anche metterlo fuori combattimento, se voglio, lui non può farmi proprio nulla: ho regolarmente pagato il biglietto, e non c’è legge che vieti di nascondere il viso dietro il bavero di un impermeabile e sotto la tesa di un cappello. Né può perquisirmi, e l’arma è pronta nella mia tasca… ”

A parte lanciargli sguardi di sottecchi, la ragazza non prende alcuna iniziativa. Sembra impotente come una mosca invischiata nella ragnatela.

L’ uomo col cappellaccio ne prova un senso di trionfo.

Alla fermata di Dalmine, la ragazza scende con andatura normale, senza alcuna agitazione, e si ferma sotto la pensilina, come immolandosi senza combattere.

All’uomo col cappellaccio viene un dubbio: “Vuoi vedere che questo rospo da guinness dei primati si è messo in testa che sono un molestatore, e pregusta l’ idea di assaporare, per la prima volta probabilmente, il sesso??”

Scende per ragiungerla e il dubbio divene certezza: la ragazza si rifugia nell’angolo, dicendo: -No, la prego, non lo faccia!- , con l’aria, invece, di pensare: “Prendimi, sono tua!”.

“Roba da non credere!” pensa l’uomo “ Ho quest’aspetto da maniaco sessuale affamato, per ingenerare simili illusioni??”

Le è addosso, l’apostrofa disgustato: -Che cazzo ti sei messa in testa, specie di mostro ambulante? – Ed estrae la pistola, perché siano chiare le sue intenzioni di semplice rapinatore di sani gusti femminili: -Tira fuori la grana, svelta!

Le si contrae il volto in una smorfia di furore, che la trasforma in una terrificante, selvaggia gorgone.

Paralizzato dallo spavento, l’uomo rimane a guardarla estrarre di tasca un pugnale a serramanico.

Sulla lama, all’istantanea luce di un lampo, gli pare di intravedere macchie scure ( sangue?) , poi lei lo aggredisce sferrandogli una, due tre coltellate all’inguine, in un ripetitivo parossismo.
Crolla a terra dilaniato dal dolore e lei urlando nello scroscio incessante: -Anche tu contro di me! Come Angela, come tutte le altre!- lo colpisce con la lama in pieno viso.

Rino Casazza

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LA SIGNORA A ROTELLE CON GLI OCCHIALI E UN FUCILE (seconda parte)

La seconda parte del thriller, in esclusiva per Cronaca Vera, del maestro del noir Andrea Carlo Cappi

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(Vai alla prima parte)

Anch’io, tutto sommato, riesco a dormire sonni tranquilli. Quando chiude la banca, monto a forza di braccia (ce le ho forti, ormai, muscolose) su quello che una volta era il fondo di un mobiletto da ufficio con quattro rotelle, e sempre a forza di braccia mi trasferisco dall’altro lato della piazza, davanti alla chiesa. Poi, verso sera, mi sposto verso casa. So la strada a memoria. Come ogni bravo poliziotto, conosco questa città da sempre, fino all’ultimo vicolo. E adesso casa mia è, appunto, sotto una tettoia di plastica incrostata di merda di piccione, in un vicolo fetido di urina ed escrementi (miei, dei piccioni e dei gatti randagi con cui convivo) e frittura (del ristorante cinese il cui retro dà sul vicolo). Ma un cameriere del ristorante lava tutto con la canna dell’acqua due volte la settimana, dando una vaga illusione di igiene.

La sera, quando chiude il ristorante, lo stesso cameriere mi porta qualche bottiglia rimasta sui tavoli, in cui è avanzato un po’ di vino sul fondo. È un vino acido, che corrode lo stomaco e il fegato, ma mi aiuta a dormire, sotto una coperta lurida, in mezzo ai gatti. Sono anch’io una specie di gatto randagio, un animale sporco e puzzolente che nessuno vorrebbe tenere in casa. Senza gambe, senza occhi, con i capelli bruciati, il volto ustionato per metà e un solo orecchio funzionante.

Qualche volta mi chiedo se il mio cervello funzioni ancora normalmente, se io non abbia le allucinazioni. Qualche volta me lo chiedo. Ma solo qualche volta.

***

Questa è una piccola città, tranquilla, moderatamente turistica. Un piccolo paradiso, fino all’arrivo della cosca che ha cominciato a riciclare i suoi soldi sporchi rilevando alberghi, bar, discoteche, boutique. Chi non voleva vendere, imparava presto la lezione: il suo locale o il suo negozio prendeva fuoco. Cose che sanno tutti, ma che è pericoloso dire. Sono in molti a voler essere ciechi, in questa città.

Anch’io, in un certo senso, lo ero già prima. Avrei dovuto capire a che cosa puntava LaMazza. Avrei dovuto capire tutto su quel poliziotto sposato, con una casetta fuori città e con due figli da portare in piscina tre volte la settimana: troppe spese per il normale ménage familiare per potersi permettere certi lussi. Come il SUV nuovo. E un’amante.

Andavo spesso in ufficio fuori orario, quando non c’era nessuno. La prima volta che li ho beccati era un venerdì sera. Mi è bastato entrare per rendermi conto che c’era qualcosa di strano. Ho portato la mano alla pistola di ordinanza. Lui è spuntato un minuto dopo da dietro la parete mobile di plastica che separa le nostre scrivanie, facendo finta di non essersi accorto della mia presenza. Lei non l’ho vista, ma ho capito che era l’agente scelta Serpillo, l’ho riconosciuta dal profumo. Non ho detto niente, né a lui, né a lei, né a nessun altro. Tantomeno alla signora LaMazza. Chiamiamola solidarietà fra colleghi. Qualche volta un essere umano ha il diritto di cedere alle proprie debolezze. Ma solo qualche volta.

L’ho beccato di nuovo in un altro paio di occasioni. LaMazza e la sua amichetta non avevano imparato che io al venerdì sera andavo sempre in ufficio a quell’ora. La seconda volta ho visto la porta del cesso che si chiudeva all’improvviso. La terza volta lui non ha fatto niente per nascondersi, ormai persino LaMazza aveva capito che io avevo capito. È spuntato dal suo angolo infilandosi la camicia nei pantaloni. Lei non l’ho vista, ma ho sentito il profumo. Un profumo da donna giovane, bella e con gusti dispendiosi.

***

È lo stesso profumo che ho sentito quella mattina nel parcheggio sotto casa mia, appena ho aperto la portiera della macchina. Non veniva da fuori, veniva da dentro l’abitacolo. Oggi la mente e quello che rimane dei miei sensi sono in una connessione più stretta. Adesso non rifarei più lo stesso errore.

Ma quella mattina l’olfatto ha tardato a trasmettere il segnale al cervello, che ha impiegato qualche secondo di troppo a collegarlo al ricordo delle volte che avevo beccato LaMazza e la Serpillo.

Ho perso altro tempo, mentre mi sedevo al posto di guida, chiedendomi se quelli avessero scopato nella mia auto: se, dopo avermi fregato il posto di lavoro e la posizione, lui avesse deciso di prendersi qualcos’altro che mi apparteneva, per esempio la macchina.

E ho sprecato attimi preziosi a respingere quell’idea – altrimenti che cosa se ne faceva del SUV nuovo? – e a chiedermi allora per quale motivo sentissi quel profumo familiare e inconfondibile.

E poi a collegare tutto: il SUV, l’amante, il pentito che indicava con precisione le attività di un poliziotto corrotto che non ero io dunque doveva essere qualcun altro, qualcuno che viveva al di sopra dei mezzi garantiti da uno stipendio statale…

Troppi secondi per capire. E ormai, con un gesto meccanico, avevo già infilato la chiavetta di avviamento e la stavo girando per fare partire il motore.

E innescare la bomba.

***

È lo stesso profumo che sento adesso che la porta laterale si riapre con uno scatto. Ora i miei sensi, o ciò che ne rimane, sono in una connessione più stretta con la mente. Quel poco che funziona, funziona persino meglio di prima. E ho capito tutto.

Ogni settimana l’ispettore LaMazza viene in banca con la sua amante. Lui probabilmente è travestito, chissà, con barba e baffi finti, ma un travestimento può ingannare gli altri, non chi può riconoscerlo dal ritmo dei passi e dal suono della voce. Anche lei dev’essere travestita e mi gioco le palle (che non ho, ma forse ne ho più di molta gente) che la sedia a rotelle serve solo come specchietto per le allodole. D’altra parte in qualche modo devono portare in cassetta di sicurezza le mazzette che passa loro la cosca e scommetto che le nascondono sotto il sedile della carrozzella, pronti a tirarle fuori quando rimangono soli nella camera blindata.

Da sotto il mio giaccone fetido e unto tiro fuori il fucile a canne mozze. Un bravo poliziotto conosce la città fino all’ultimo vicolo e anche senza occhi sa dove comprare un’arma sottobanco. L’ho pagata cinquecento euro, tutti in monete da uno e da due. Di sicuro è un’arma che scotta, sarà già stata usata in qualche regolamento di conti. Diranno che c’è di mezzo il crimine organizzato, come lo hanno detto quando LaMazza e la Serpillo mi hanno messo una bomba nella macchina, convinti che sapessi qualcosa che invece ho compreso solo in quel momento.

Il primo colpo è per lui, so dove localizzarlo: esattamente dietro il cigolio delle ruote della sedia a rotelle. Miro all’altezza dello stomaco. Potrei anche averlo colpito al cuore: sparando senza occhi non si può essere sicuri. In tal caso la sua fine sarebbe più rapida e pietosa di quello che merita. Sento il suo corpo che stramazza a terra.

Un rumore di tacchi che atterrano sull’asfalto, il cigolio della sedia a rotelle che si allontana, spinta all’indietro. Miracolo, miracolo. La Serpillo è scattata in piedi. Riconosco il rumore del carrello di una semiautomatica che scorre per mettere il colpo in canna. Una voce femminile: «Non ti muovere. Chi cazzo sei?»

Glielo dico, prima di premere di nuovo il grilletto. Sento in risposta solo un gorgoglio, un rumore liquido di sangue che fuoriesce dalla bocca, poi il corpo di lei che cade all’indietro, sulla sedia a rotelle. Un cigolio di qualche secondo, poi la carrozzella si ferma.

Ricordo quando LaMazza mi ha detto che avrebbe trovato chi aveva messo la bomba. Bene, lui non è andato fino in fondo, ma io sì. L’ispettore di polizia Francesca Maria Carpi, senza gambe, senza occhi, senza capelli, con un orecchio solo, senza più impronte digitali, ormai irriconoscibile come donna e forse persino come essere umano, sì, io, lei, è arrivata fino in fondo e ha risolto il caso.

Lascio il fucile a terra, raccolgo monetine e berretto e mi allontano con calma sulle mie rotelle, a forza di braccia. Se me lo chiedono, non ho visto niente e ho sentito poco.

I passanti cominciano solo ora a rendersi conto di cos’è accaduto, avverto il brusio che cresce tutt’intorno. La folla non fa caso a una mendicante cieca e storpia. Qualche volta sì. Ma solo qualche volta.

Fine

(Vai alla prima parte)

Andrea Carlo Cappi

GLI ULTIMI LIBRI DI ANDREA CARLO CAPPI:

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LA SIGNORA A ROTELLE CON GLI OCCHIALI E UN FUCILE (prima parte)

Un racconto del maestro del noir Andrea Carlo Cappi in esclusiva per Cronaca Vera

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La sento arrivare. Riconosco il rumore del motore, poi il cigolio dei freni mentre il veicolo si ferma nel posto riservato ai portatori di handicap – so che è proprio davanti a me – quindi la sequenza delle portiere (lato guidatore, aperta, chiusa; vano posteriore, aperte) e infine il rumore della piattaforma sul retro che deposita la sedia a rotelle al livello della strada. L’accompagnatore chiude il veicolo, tira all’indietro la sedia a rotelle per sollevare le ruote anteriori (in quel punto c’è ancora, evidentemente, una piccola barriera architettonica stradale) e spinge la donna sul marciapiede e verso l’ingresso.
Posso sentire tutto questo. Ma non posso vederlo. Da cinque anni non posso vedere niente. È il motivo per cui sto fuori da questa banca, con il culo sul marciapiede. La gente che esce con le tasche gonfie di soldi, forse, si può impietosire e far tintinnare un euro o due nel berretto che ho davanti a me. Non capita sempre. Ma qualche volta sì. Non ho bisogno di spiegare quale sia il mio problema mettendomi un cartello davanti. I passanti lo possono capire da soli, che problema ho. Anche se non potranno mai capire tutto.
Ora lei è vicina a me, la signora sulla sedia a rotelle. Immagino che sia ancora giovane e piuttosto bella; più che altro lo intuisco dal profumo. Non mi intendo molto di fragranze, non so come si chiami, ma questo profumo lo riconosco, l’ho già sentito e l’ho sempre associato a una donna giovane e bella. Ogni volta mi sorprendo per essere in grado di riconoscere un profumo, nonostante la puzza che regna dove vivo. Probabilmente ho addosso lo stesso tanfo e nemmeno me ne accorgo più.

L’accompagnatore fa un passo avanti – sento lo scalpiccio sulla soglia della banca – e preme il pulsante del campanello. La signora sulla sedia a rotelle si toglie gli occhiali: riconosco il rumore delle stanghette che vengono ripiegate. Immagino siano occhiali da sole firmati, non come gli occhialacci scuri che porto io, più che altro per non spaventare i passanti. Ho idea che ciò che ho al posto degli occhi non sia bello da vedere. Non lo so, non posso guardarmi allo specchio.
Qualcuno all’interno della banca apre la porta laterale: sento lo scatto della serratura. La signora sulla sedia a rotelle non può passare dalla stretta apertura che dà sulla cabina del metal detector. Poco dopo, lo scatto si ripete, ma stavolta è la porta che si richiude alle spalle di lei e del suo accompagnatore.
È così ogni venerdì, da qualche settimana a questa parte. Staranno dentro venti minuti, mezz’ora al massimo, come al solito (calcolo i tempi in base ai rintocchi del campanile sull’altro lato della piazza). Lei ha una cassetta di sicurezza in questa banca: lo so perché una volta, mentre usciva, ho colto un breve scambio di battute.
Lei: «Ce l’hai tu la chiave della cassetta?»
Lui: «Sì, amore». (Si può amare qualcuno anche se è disabile. Ma forse dipende da quanto è disabile.)
Lei: «Dammela, la metto in borsetta.»
Mi siedo sempre a destra dell’ingresso della banca e posso sentire tutto con l’orecchio sinistro. Con quello destro non sento niente, il timpano se n’è andato nello stesso momento in cui ho perso la vista.

Non ho sempre vissuto in queste condizioni. Fino a cinque anni fa ero una persona “normale”. Poi una mattina salgo sulla mia macchina, infilo la chiavetta, la giro e… comprendo il pericolo. Faccio in tempo a lanciarmi fuori qualche millisecondo prima dell’esplosione, ma non abbastanza in tempo.
Qualche volta preferirei non averlo fatto. Qualche volta penso che sarebbe stato meglio restare al posto di guida e dissolvermi completamente in brandelli di carne e schizzi di sangue. Ma solo qualche volta.
La presa di coscienza dei danni è stata graduale. Al mio risveglio avevo la faccia bendata, restavano fuori solo la bocca e l’orecchio sinistro. L’ho sentito al tatto, anche se le dita erano a loro volta bendate e pressoché insensibili, forse un effetto della morfina somministratami per alleviare il dolore delle ustioni. Ho udito un fruscio di lenzuola lisce mentre muovevo le braccia. Ricordo una voce femminile, un’infermiera o una dottoressa, non saprei: «Ha avuto fortuna a sopravvivere, ispettore…»
Fortuna?
La prima voce conosciuta che ho sentito, credo qualche giorno dopo il ricovero, è stata quella di LaMazza. Ispettore LaMazza. «D’ora in avanti prendo in mano io l’inchiesta», mi ha detto. «Non preoccuparti, troveremo chi ha messo la bomba. È chiaro che ti stavi avvicinando alla verità, altrimenti non avrebbero cercato di ucciderti. Andremo fino in fondo.»
Se non altro riuscivo a parlare. Avevo perso un paio di denti, ma la bocca funzionava ancora. Gli ho detto: «E io? Io che cosa faccio?»
«Eh, non lo so. Tecnicamente c’è un piccolo problema. Eri in sospensione dal servizio, per cui non so se hai diritto a tutti i benefici. Sai come vanno certe cose.»
Lo so benissimo come vanno certe cose. Sei un poliziotto che indaga sul crimine organizzato, scopri qualcosa e d’un tratto salta fuori un pentito che dice che sei colluso, recitando un copione dettato dalla cosca. Tutta l’indagine viene buttata nel cesso. Vieni sospeso, quasi ti riducono a una larva e non hai più nemmeno diritto alla pensione.
«Ma sai che puoi sempre contare su di me», mi rassicura LaMazza con la sua vocetta acuta da leccaculo che gli ha permesso di prendere il mio posto a capo della task force antimafia. Lui non corre rischi, non arriverà mai alla verità e nessuno gli metterà mai una bomba sotto le chiappe. Ora la cosca potrà dormire sonni tranquilli.

(fine prima parte)

(Vai alla seconda parte)

Andrea Carlo Cappi

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