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Confessioni Vere

IO, CAMERIERA AMANTE DEL RICCO PADRONE DI CASA

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In gennaio mi sono definitivamente, e coraggiosamente, separata da mio marito. Non c’era altro da fare: litigavamo dalla mattina alla sera, e quando lui è arrivato a mettermi le mani addosso ho capito che stavo rischiando troppo.

Scelta inevitabile, ma anche molto dura. A 28 anni mi sono ritrovata con l’urgenza di cercarmi un lavoro per mantenere me e la mia bimba di 2 anni. Per fortuna una conoscente è riuscita a trovarmi dopo qualche settimana un lavoro come domestica (terza domestica!) presso una famiglia molto ricca.

Quando ho messo piede per la prima volta in quella casa sono rimasta abbagliata. Mai visto niente del genere, se non nei film: un appartamento di almeno 300 metri quadri, tutto balconi e terrazzi, splendidamente arredato.

E i padroni di casa! Lui architetto sulla quarantina, molto affascinante. Lei avvocato, elegantissima, alta e di una gelida bellezza.

Correttissimi, mi hanno offerto una paga più alta di quella che mi aspettavo, e in regola con i contributi. Per di più, avrei potuto tenere con me in casa loro la bambina dopo l’asilo nido: avremmo avuto una stanzetta tutta per noi.

“Finalmente il destino mi ripaga di tante amarezze”, mi sono detta.

Lui e lei mi parevano il ritratto della coppia perfetta: li guardavo e li ammiravo,

pensando al disastro del mio matrimonio.

I primi due mesi sono trascorsi senza il minimo problema. In più, non facevo che ricevere regali. In contrasto con la sua apparente freddezza, la signora Livia era infatti generosissima. Tutto quello che lei smetteva arrivava a me: abiti quasi nuovi, scarpe, borsette. “Non devi offenderti se ti do un po’ delle mie cose…io ne ho talmente tante!”, ripeteva.

Ho cominciato così a indossare la roba di lusso di cui la bella signora si stufava presto. E siccome nemmeno io sono da buttar via, con quei vestiti facevo un grande effetto.

Forse sarà stato per questo, ma a un certo punto il marito ha cominciato a mettermi gli occhi addosso. Mi sono sentita gelare il sangue la volta in

cui, mentre spolveravo in soggiorno, mi è arrivato alle spalle sussurrandomi: “Sei bella da morire”.

Ho finto di non sentire, ma lui e’ tornato presto alla carica. Io sempre zitta e

indifferente, finché un giorno lui ha allungato le mani sui miei fianchi. Sono scappata via di corsa, a chiudermi in camera.

Avevo le lacrime agli occhi. “Disgraziato! – pensavo -. Bello come sei, di

sicuro ci provi con tutte, ma con me non dovevi farlo. Mi hai messo in un guaio. Sai che non posso andarmene perché ho troppo bisogno di questo posto. Se sto zitta, continuerai a tormentarmi. Se mi ribello, inventerai qualche pretesto per farmi cacciare. Se racconto a tua moglie che mi stai molestando, le do un dolore che davvero non si merita”.

Ma proprio nei giorni in cui ero al culmine dell’agitazione, lui di colpo

ha smesso di infastidirmi. Ho pensato che si fosse vergognato rendendosi conto di aver sbagliato, e un po’ alla volta mi sono messa il cuore in pace.

Ma una mattina, mentre ero sola in casa, me lo sono trovato davanti: “Ti devo parlare. Mi sento in dovere di chiederti scusa. Non è mia abitudine importunare così le donne, e non sono nemmeno uno stupido dongiovanni, come puoi aver pensato”.

“Per favore, non parliamone più – gli ho risposto. – Ho già dimenticato tutto”.

Ma lui ha ribattuto: “E’ questo il problema. Io non riesco a dimenticarti. Ci ho provato, ma temo proprio di aver perso la testa per te. Non prendermi per pazzo”.

Non so se quella fosse tutta una sceneggiata al solo scopo di conquistarmi. Però ci e’ riuscito. Di colpo mi sono sentita commossa, poi rapita dal fascino di quell’uomo.

“Una volta, una volta sola”, gli ho detto quasi supplicandolo, mentre mi lasciavo baciare e carezzare. Ma sentivo, temevo che non sarebbe andata così.

Non mi sbagliavo. Siamo diventati amanti, nella classica situazione del ricco padrone con la graziosa cameriera. Non so più dirgli di no e francamente mi sento felice così, anche se ogni volta che la gentile signora mi fa un regalo vorrei nascondermi sottoterra.

 

Giorgia D.R.

 

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Confessioni Vere

LA TRANQUILLITA’ DI MOGLIE A ZERO EMOZIONI D’IMPROVVISO E’ STATA SCONVOLTA DAL MIO PASSATO…

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La mia esistenza di moglie poteva essere definita così: cielo sereno e calma piatta. Un brav’uomo tranquillo per compagno, niente figli, nessun litigio e zero emozioni.

Ma un pomeriggio questa routine si è spezzata. D’un tratto, per strada, mi è apparso davanti un volto familiare. E un’ansia mi ha preso alla gola. Era lui, Franco.

Prima di incontrare mio marito, Franco era stato tutto: il paradiso e inferno, le tempeste e quei grandi batticuore che ora non provavo più.

Lo avevo amato con tutta me stessa, in una passione divinamente tempestosa per due anni. Ma un giorno, a sorpresa, lui mi disse che avevano accolto una sua domanda di arruolamento in Marina: se ne andava per chissà quanto tempo, ed era meglio lasciarsi.

Precipitai nell’abisso di una lunga depressione. Ne sarei uscita pazza se non avessi conosciuto Enrico, che con la sua pazienza riuscì a tirarmi fuori dal baratro. Lui era l’opposto di Franco: più anziano, sempre calmo, un po’ noioso ma equilibrato. Lo sposai, più per gratitudine che per amore.

Ora ero lì davanti in strada, paralizzata dall’apparizione di Franco. Mi accorsi che gli anni – 12 anni – non lo avevano per niente cambiato.

Non sapevo che dire, le mani mi sudavano. Mi limitai a un “come stai?”.

E lui: “Mamma mia, che saluto gelido! Per due che non si vedono da un secolo…”

No, non era proprio cambiato: era il solito spavaldo. Fingeva di non ricordare di essere stato lui ad abbandonarmi. Eppure, come allora, bastava un suo sorriso per farsi perdonare tutto.

“Vieni, ti offro un caffè”. Accettai, e ascoltai il racconto dei suoi quattro anni in Marina, e poi di come si era fatto strada nella pubblicità. E aveva pure alle spalle un matrimonio, fallito in pochi mesi.

“E tu? Sei sposata, vedo. Ma lo sai che ti ho pensato tanto?”.

Che faccia tosta! “Si, sono sposata, senza figli”, replicai con rabbia. Lui osò sfiorarmi la mano, facendomi provare un brivido, e disse che voleva assolutamente rivedermi. La ragione mi diceva di non accettare, ma… “Va bene. Dopo domani mattina”.

Tornai a casa piena di dubbi, ma mi ripetevo di stare tranquilla, che non sarebbe successo niente fra me e Franco.

Ma non fu così. Il giorno del nostro appuntamento, come un automa lasciai che mi portasse da lui per farmi vedere come si era sistemato. Aveva preparato tutto per un pranzetto a due, e subito si mise a parlare, parlare…

“Laura, ho ancora bisogno di te, non ti ho mai dimenticata. Sarebbe così giusto e bello riaprire una storia bruscamente interrotta dal destino!”.

La rabbia mi assalì di nuovo, e urlai. “Macché destino! Tu sei andato via! Tu mi hai lasciata! Tu mi hai quasi fatto morire di dolore!”.

Urlavo e piangevo: lacrime che non potevo controllare, ma che confermavano quanto lui mi stesse ancora dentro il cuore.

E allora Franco mi abbracciò, chiedendomi perdono. Alle sue prime, lievi carezze, capii che ero già pronta per essere sua.

Finimmo avvinghiati sul letto, a fare l’amore con tutta la passione di due amanti che si sono ritrovati.

Prima che venisse l’ora di cena saltai giù dal letto, e con mille emozioni in corpo mi rivestii.

“Pensaci, amore mio: torniamo assieme”, mi disse mentre scappavo via.

“Non so… non so… fammi pensare”, gli risposi confusa.

I giorni passavano e io impazzivo dalla voglia di rivedere Franco. Con mio marito cercavo di nascondere la mia agitazione, ma a volte notavo che lui mi fissava malinconicamente…

Poi, una sera Enrico mi ha preso le mani e mi ha detto: “So tutto. So che lui è tornato, che vi siete visti e che lo ami ancora. Gli ho parlato, ha detto che se ti lascio andare farò la tua felicità, e guardandoti in tutti questi giorni mi sono reso conto che ha ragione. Se tu lo vuoi, puoi andare. Ma sappi che se ti farà ancora soffrire non ci sarò più io a consolarti”.

A quel punto la mia decisione l’ho presa d’istinto. Sono tornata con Franco, e non finirò mai di ringraziare Enrico per tutto il bene che mi ha fatto. Il tempo dirà se sono stata folle, ma è certo che ho seguito la strada che il cuore mi indicava.

Laura F. 

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Confessioni Vere

A CINQUANT’ANNI MI RITROVO A TIRARE AVANTI CON LAVORI SALTUARI COME AIUTO CUOCO DI UNA MOLDAVA BRONTOLONA CHE SOTTO SOTTO…

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Cinquant’anni, licenziato tre anni prima dalla mia ditta in piena crisi, ero riuscito a sopravvivere grazie a lavori saltuari ma sempre dignitosi. L’estate si presentava come il momento più favorevole, perché alberghi e pensioni hanno sempre bisogno di rinforzare il personale con lavoratori stagionali.

L’anno scorso a giugno ho trovato un posto da aiuto cuoco in una pensioncina al mare, nel Ponente Ligure. Paga bassa, alloggio più stretto di una cella da monastero, e… lavorare come dannati dall’alba fino a sera tardi.

Il primo cuoco non era un maschio, ma una giunonica signora moldava vicina ai 45, una certa Alina. Formosa e anche piacente, ma con un carattere da sergente di ferro.

Ruvida, polemica, brontolona con tutti: questa era Alina, che per giunta si riteneva una gran cuoca. Per sfortuna dei clienti non era affatto così, e siccome io una certa competenza in cucina ce l’ho, ho cominciato a farle qualche osservazione.

Apriti cielo! “Sta’ al tuo posto e zitto!”, mi rimbeccava regolarmente. “Qui comando io, e in tre anni nessuno si è mai lamentato”.

Non c’era giorno che io e lei non ci beccassimo per qualche ragione. Una volta sbagliò clamorosamente le dosi di una ricetta, e io me ne stetti zitto. Due clienti protestarono vivacemente, tanto che la padrona della pensione si infuriò, e fece pelo e contropelo a tutti e due.

Quando fummo soli, Alina mi puntò contro due occhi taglienti come lame. “Ti eri accorto che stavo sbagliando non mi hai detto niente. Lo hai fatto apposta!”.

Dentro di me gongolavo, ma le risposi con calma e corte­sia: “Alina, mi spiace, ma se tu fossi un po’ meno presuntuosa e prepotente, questo non sarebbe accaduto. Trattarmi con garbo, come si tratta un aiutante, e vedrai che le cose tra noi andranno meglio”.

Il mio discorsetto sembrò funzionare. Da quel giorno Alina cominciò a farsi meno ispida e ad accettare qual­che mio suggerimento. Io stesso trova­vo sempre meno sgradevole la vici­nanza di quella donna che, quando non aveva il muso e i nervi a fior di pelle, sapeva far risaltare gli aspetti migliori della sua femminilità.

Cosa le sia passato per la testa in quei giorni di “tregua”, non saprei dire con esattezza. Fatto sta che alla calma seguirono i suoi primi abbozzati sorrisi, qualche strusciata apparentemente casuale tra tavolo e fornelli, e poi…

Poi una sera, mentre mi stavo dirigendo verso la mia stanza-celletta, il braccio tornito di Alina spuntò dalla porta della sua stanza, mi afferrò e mi trascinò dentro.

“Vieni qua – mi ordinò sottovoce -. Se abbiamo deciso di fare la pace, facciamola sul serio!”.

Mi gettai fra le braccia di Alina, pronto a godermi tutto il suo morbido corpo. Che nottata di meraviglie fu quella!

Per non creare imbarazzanti situazioni, alle 5 sgattaiolai in camera mia per un’oretta di sonno, breve quanto beato.

Alle sei e mezza ci presentammo in cucina. Lei, tutta allegra, canticchiava nella sua lingua. Di tanto in tanto mi lanciava languidi sorrisi e mi faceva l’occhiolino. Capii che quello che era successo tra noi la sera prima non sarebbe stato che l’inizio di un’appassionata relazione.

Infatti ci ritrovammo nella sua stanza quasi tutte le notti successive, sino a metà settembre.

Che fosse sbocciato in lei il vero amore lo capii quando Alina, finita la stagione, mi propose di trascorrere con lei tre mesi a casa sua in Moldavia, prima della riapertura invernale della pensioncina.

Che cosa potevo chiedere di più? Io innamorato (o quasi), lei pure, entrambi felici amanti, e con la prospettiva di una lunga “luna di miele” in attesa di riprendere il lavoro sotto Natale. Sì, perché le ottime referenze di Alina avevano indotto la padrona della pensione a confermare il mio contratto.

Poco più di un anno è trascorso da allora, e a parte qualche litigio dovuto al carattere energico di Alina, tutto è filato liscio. Il nuovo capitolo della nostra bella storia lo scriveremo a settembre quando, appena chiusa la pensione, io e Alina diventeremo marito e moglie in una chiesetta moldava.

Peppino F.

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Confessioni Vere

HO UN MERAVIGLIOSO RAPPORTO CON LA FIGLIA DI MIA SORELLA CHE PERO’ E’ ANDATO BEN AL DI LA’ DELL’AMORE TRA ZIA E NIPOTE

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Che bello ritrovarsi a 17 anni con una nipotina neonata da coccolare! Le volevo così bene che la chiamavo la “mia Simona”, anche se non era mia e nemmeno c’erano legami di sangue tra noi. Simona era infatti figlia della sorella del mio fidanzato Franco.

Diventai ben presto la tata fissa di quella bimba dolcissima e bellissima. E le fui sempre vicina man mano che cresceva. Per ogni richiesta e necessità dei genitori di Simona, io ero sempre a disposizione, e loro non ne erano affatto gelosi: anzi, ricambiavano con affetto e gratitudine.

A 23 anni mi sposai, ma il destino non volle darmi figli. Accertamenti e terapie arrivarono sempre alla stessa conclusione: io e Franco eravamo irrimediabilmente sterili.

Ma per fortuna c’era Simona, con tutto il bene che ci volevamo. La vidi crescere e farsi sempre più bella: prima una bambolina, poi una deliziosa ragazzina, infine una splendida sedicenne.

Ovviamente avevamo smesso di vederci con la stessa assiduità di quando lei era piccola. Ma restavamo legatissime: ogni settimana ci incontravamo, e Simona mi confidava puntualmente tutti i suoi segreti e i suoi sogni.

Era sempre in attesa di un mio parere, di un consiglio del quale faceva tesoro. “Olga, tu sei la mia seconda mamma e la mia migliore amica”, mi diceva abbracciandomi per farmi sentire quanto mi volesse bene. E io, giovane donna senza figli, andavo in brodo di giuggiole.

Quello che non avrei mai messo in conto avvenne in una torrida sera di fine giugno. Franco era via per lavoro, e Simona era venuta da me per qualche giorno dal momento che i suoi genitori erano volati all’estero per la morte di un carissimo parente da anni trasferito in America.

Passammo la prima sera a chiacchierare per ore sul terrazzino di casa, sentendoci più unite che mai. Scherzavamo e ridevamo come due coetanee.

Il secondo giorno avvenne il fatto.

Appena rientrata a casa, Simona si era messa sotto la doccia. D’un tratto mi sentii chiamare a gran voce, e corsi in bagno credendo che fosse successo qualcosa.

Simona era sotto la doccia. Mi fece effetto: da anni non la vedevo più nuda, e solo allora mi resi conto dello splendore delle sue forme.

“Olga, vieni sotto anche tu”, mi disse con tono quasi perentorio. Mi sentii colta di sorpresa, ed esitai. Ma lei insistette: “Dai, che fa un caldo da morire!

Mi afferrò un braccio e ridendo mi trascinò sotto la doccia così com’ero, in maglietta e pantaloncini. Stetti al gioco, e mi misi a lanciare gridolini mentre l’acqua mi inzuppava i vestiti.

Simona mi aiutò a svestirmi sotto l’acqua scrosciante. Ridevamo come matte, ma quello che ancora mi pareva un gioco prese ben presto un’altra piega.

Lei si strinse forte a me, premette il suo seno contro il mio. Poi mi prese in viso tra le mani e con le labbra mi sfiorò la bocca.

Non fui io a sedurre la mia nipotina. Fu l’esatto contrario. Ma io non mi opposi: non lo feci quel pomeriggio e tanto meno nei giorni seguenti. Fummo vere, scatenate amanti.

Quando i suoi genitori tornarono, per un bel po’ non cambiò niente: appena possibile io e Simona ci incontravamo e ci tuffavamo in un letto.

Le cose finirono come dovevano finire: per i miei dubbi e rimorsi, e per la paura di un ardente innamoramento che avrebbe travolto le nostre famiglie. E poi, a Simona piacevano soprattutto i ragazzi, come a me mio marito. Insomma, meglio far prevalere la ragione sulla passione.

Un giorno le parlai: “Simona, quello che è successo fra noi è bellissimo ma deve finire. Cerca di capirmi: se va avanti così, presto diventerà un dramma’’.

Sulle prime lei ci rimase malissimo, giovane e focosa com’era. Ma poi capì, e come sempre ascoltò il mio consiglio.

Dopo un indispensabile periodo di “congelamento”, durante il quale evitammo di vederci, tornammo ad essere la zia e nipote di sempre, e le grandi amiche di sempre. Lei si è sposata l’anno scorso a 24 anni, e ha già un bambino stupendo. Così adesso io sono bis-zia. Una felicissima zia che – inutile dirlo – si prende cura con tutto il cuore anche del nuovo nipotino.

Olga R.

 

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