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DALLA DROGA ALLA PASSIONE PER LE BICI

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Nel 2003, ha conosciuto con la quale ha avuto una figlia che ora vive con la mamma e più recentemente un’altra bellissima storia d’amore si è purtroppo tristemente conclusa 

 

Torino

È uscito dal tunnel dell’eroina dopo quasi vent’anni, costruendosi una seconda vita come ciclomeccanico. È senz’altro una storia di riscatto quella di Alberto Bruccoleri, nato a Bruxelles 49 anni fa. Alberto è il ritratto di chi ha sconfitto la droga e di chi, nel lavoro, ha trovato il modo per darsi una seconda chances. Grazie alla passione per la magica meccanica delle bici nel 2011 ha aperto, insieme con il fratello Stefano, l’officina “Bike Zone”, in via Tarino, che si occupa del recupero delle due ruote.

49enne dal difficile passato ha saputo riscattarsi

«La mia non è una vita che si può riassumere in due righe», racconta Alberto. «Oggi sono conosciuto in tutto il quartiere Vanchiglia e stimato per quello che faccio, ma se mi guardo indietro vedo ancora tanti scheletri, fantasmi che a volte ritornano e mi rendono fragile».

In Italia, Bruccoleri, ci è arrivato nel 1976, insieme con i genitori e i suoi fratelli. Studiare non è mai stata la sua passione, tanto che in prima media ha smesso di andare a scuola e a cominciato a fare il panettiere.

Per 20 anni ha vissuto nel buio dell’eroina

Gioventù bruciata

«Ero attratto da altre cose e la scuola, a quei tempi, non mi interessava. Ho finito per leggere i libri di Freud per strada. Ho imparato a coniugare i verbi per strada. La strada è stata il mio unico maestro, anche perché, forse, non ho avuto l’opportunità di conoscerne altri».

Poi, a 16 anni, qualche amicizia sbagliata lo porta a incontrare il mondo dell’eroina. È il 1984 e quella droga, in quegli anni, va molto forte. Alberto è un ragazzo facilmente influenzabile. Come tutti quelli della sua età comincia a idolatrare amici più grandi e cerca di imitarli, in virtù di un senso di appartenenza che è sempre difficile da spiegare, anche se non sempre tutte le scelte fatte si sarebbero poi rivelate le migliori (come ammetterà lui stesso molti anni dopo).

Con il lavoro ha trovato il modo per darsi una seconda possibilità – Nel 2011 ha aperto, insieme con il fratello un’officina che recupera le due ruote e che ora gestisce da solo

Alberto si rivede, in parte, nel film “I ragazzi dello zoo di Berlino” e in altri, degli anni ’90, come “Trainspotting”.

«A 21 anni sono andato via di casa», ricorda Alberto. «Sono stato a Parma, da mia sorella, cinque anni a Lignano Sabbiadoro, ad Asti, un po’ a Torino. Sempre svolgendo il lavoro di panettiere. E la droga ha sempre fatto parte della mia esistenza».

Poi qualcosa cambia quando Alberto cerca di uscire da quel tunnel. Nel 2003, in un centro crisi di Torino, conosce una donna. Hanno entrambi qualcosa in comune, ma la loro relazione cambia velocemente quando nasce una bambina e quel piccolo fagotto cambia in toto Bruccoleri che decide che è ora di smettere di drogarsi.

«Lei è nata quasi subito, tanto che io e quella donna non ci siamo nemmeno conosciuti bene», racconta. «A un certo punto ci siamo lasciati, e ora mia figlia vive con la madre, a Ivrea».

Arriva la svolta

In cura contro la droga, Alberto ha frequentato centri di recupero, cercando anche di svoltare psicologicamente, per ritrovare fiducia nei suoi mezzi. Quella svolta, tanto attesa, arriva finalmente nel 2011. Dopo qualche anno vissuto da clochard, Alberto e suo fratello Stefano aprono una ciclofficina nel cuore di Vanchiglia. L’idea è del fratello, più esperto nel campo, e Alberto la condivide.

«Quando Stefano mi ha proposto di aprire ci ho pensato seriamente, anche perchè ero senza lavoro. Ero stato licenziato dal giorno alla notte e non sapevo più dove andare. Quando gli ho detto di sì è cambiato tutto, ho conosciuto un mondo nuovo finché, a un certo punto ho portato avanti l’attività da solo».

In quei locali, tra gomme e sellini, Alberto conosce Gloria, che poco dopo diventerà sua moglie. Una bellissima storia d’amore che, purtroppo, si è conclusa un anno e mezzo fa, provocando forti disturbi ad Alberto, che dal punto di vista dell’umore ne ha patito davvero tanto.

«Lei è rimasta incinta e io non me la sono sentita», conclude Alberto. «Avevo già una figlia e

così ci siamo lasciati. Oggi cerco di guardare avanti. Essere rinato mi fa star bene, ma dentro di me, allo stesso tempo, continuo a star male, almeno dal punto di vista affettivo. Copro questa assenza con il lavoro, ma spero, un domani, di colmare anche questo mio ultimo vuoto».

Filippo La Guerra

  • Gli manca solo qualcuno da amare Alberto Bruccolieri 49 anni nel suo laboratorio di cicloriparazione nel quartiere torinese di Vanchiglia

  • Alberto mentre racconta le sue vicessitudini, e di come la passione per le biciclette gli ha dato la possibilità di rifarsi una vita onesta

  • Il laboratorio Bike Zone al civico 11 di via Tarino.

  • Alberto mentre ripara al volo la ruota di un cliente

  • Alberto è molto stimato nel quartiere, per la sua attenzione a livello economico verso i più deboli, i pensionati e i disoccupati.

  • Nel suo laboratorio, Alberto ha una bacheca in cui vengono raccontate le battaglie dei ciclisti per vedere riconosciuti i loro legittimi diritti.

Il settimanale che dice la verità. Dal 1969 in edicola.

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Storie

NEL SUO MARTIRIO LE FONDAMENTA DELLA NOSTRA UMANITA’

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Beata Salkaházi vergine e martire. Dedicò la sua vita al servizio dei deboli

 

 

Roma

Sara Salkaházi (in origine Schalkház), nasce da una famiglia borghese di origini tedesche l’11 maggio 1899 a Kassa, l’odierna Košice, in Slovacchia, e lì studia dalle Orsoline fino a ottenere il diploma di maestra. Dopo il trattato di pace di Trianon (firmato il 4 giugno 1920, che stabilisce le sorti dell’Ungheria al termine della Prima guerra mondiale) deve lasciare il suo lavoro d’insegnante perché rifiuta di giurare fedeltà al governo cecoslovacco.

Tenace e volenterosa, persiste con risolutezza nel suo cammino ed entra a far parte della vita letteraria dell’epoca, prima come umile assistente rilegatore, poi come scrittrice e giornalista. Dal 1919, Sara pubblica i suoi articoli sui quotidiani della sua città natale, sul “Giornale Ungherese di Praga” e nel 1926 diventa redattrice del “A NÈP”, il manifesto del Partito Sociale Cristiano della Cecoslovacchia. Lo stesso anno pubblicata la sua prima novella, dal titolo “Il flauto dolce nero” e comincia a percepire la sua vera e profonda vocazione.

Nel 1929 entra nella società delle Suore dell’Assistenza del Servizio Sociale, a Budapest, e si dedica con fervente ardore alle minoranze di ragazze e donne cattoliche del suo Paese

Sostenuta dalla fede, nel 1929 entra nella società delle Suore dell’Assistenza, a Budapest, dedicandosi con fervente ardore alla minoranza di ragazze e donne cattoliche ungheresi.

«Una suora dell’assistenza è una fiaccola», dirà frequentemente. «Dobbiamo illuminare il cammino che porta la gente a Dio».

Tradimento!

Nel 1940 prende il voto perpetuo e, con il permesso delle superiori, offre la sua stessa vita in caso cominciasse la persecuzione della Chiesa, della Società e delle suore.

Il 19 marzo 1944 Hitler decreta l’occupazione dell’Ungheria e Suor Sara, salda nelle proprie convinzioni, insieme con le consorelle dell’Assistenza, con varie traversie, sprezzo del pericolo e alto senso di umanità, salva migliaia di profughi ebrei, fornendo loro documenti falsi, oltre a un rifugio e delle benevole cure.

A un certo punto però, la 17enne Erzsébet Dömötör, cameriera che era stata trasferita in un altro istituto a causa di una relazione sentimentale impropria con un soldato ungherese, per ripicca denuncia le Suore del Servizio Sociale, e il 27 dicembre 1944 le Croci frecciate irrompono nella casa al numero 3 di via Bokréta. La volontà e le preghiere non frenano gli aguzzini, i quali sequestrano i rifugiati ebrei e con loro Suor Sara Salkaházi e Vilma Bernovits, quest’ultima catechista e sua affezionata amica. Senza tanti convenevoli, né una regolare sentenza, i violenti militari nazisti trascinano tutti sulla riva del Danubio, sotto il ponte della Libertà, dove li costringono a denudarsi e li fucilano in massa.

Fu fucilata e poi gettata nel Danubio dai nazisti ungheresi, nel dicembre 1944, mentre dava rifugio a un centinaio di ebrei – Il processo di beatificazione è stato introdotto nel 1997

Senza alcun miracolo

Uno dei militari del plotone di esecuzione, racconterà durante il proprio processo gli ultimi istanti di vita di Suor Sara: «Prima che rimbombassero gli spari, una piccola donna dai capelli neri e corti si girò con un’inspiegabile tranquillità d’animo verso i suoi giustizieri, li guardò per un istante negli occhi, si inginocchiò e, alzando gli occhi al cielo, si fece un ampio segno della croce».

Sara Salkaházi lascia questa valle di lacrime con dignità e pietà per chi la sta uccidendo, raggiungendo così il regno eterno, senza il conforto dei sacramenti.

L’avvio verso la beatificazione, con il nulla osta della Santa Sede, comincia il 14 dicembre 1996, e la Salkaházi viene innalzata agli onori degli altari da Benedetto XVI il 17 settembre 2006, senza la necessità di un miracolo avvenuto per sua intercessione.

«Essa si offrì di assumersi il rischio per i perseguitati in tempi di grande paura. Il suo martirio è ancora attuale e ci regala le fondamenta della nostra umanità», recita la proclamazione di Papa Benedetto XVI. Se Salkaházi sarà canonizzata, diventerà la prima donna ungherese non appartenente alla famiglia reale a essere proclamata santa.

Padre Leo di Grazia

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HO PERSO TUTTO E VIVO IN UNA 500

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Due giorni di ritardo nel pagamento dell’affitto (in nero) gli hanno anche fatto perdere l’alloggio

 

 

Torino

È rimasto senza lavoro e senza casa e oggi si dice disperato, senza più un futuro. È difficile dare torto a Carmine Anatone, meccanico motorista di 63 anni, che da più di due mesi dorme all’interno della sua auto parcheggiata in via Carso, nel quartiere San Paolo di Torino. Una condizione terribile per chiunque, figurarsi per una persona della sua età che si è trovata, poco alla volta, senza il terreno sotto i piedi. A dovuto fare i conti con la perdita dell’impiego e poi, subito dopo, anche quella del tetto che aveva sulla testa. Il proprietario dell’autorimessa di via Cavallermaggiore 26, presso cui lavorava da tempo, si è sentito male, ha avuto un ictus e Carmine, rimasto così senza il salario, non ha più potuto pagare l’affitto della mansarda in cui viveva in corso Principe Eugenio, a due passi appena da piazza Statuto. Un postaccio, dove tuttavia l’uomo arrivava a pagare anche 300 euro al mese.

63enne ex meccanico non vede piu’ un futuro

«Ma sempre meglio che vivere alla giornata, in mezzo a una strada, come faccio ora», spiega Carmine. «Se potessi tornerei indietro con una macchina del tempo».

Amici generosi

La sua storia inizia con la perdita del lavoro a lui tanto caro e si conclude, maldestramente, con un infortunio. In un giorno di primavera, ormai quasi estate, Carmine si fa male a un piede e finisce al pronto soccorso per una visita di controllo. Quando torna a casa trova un’amara sorpresa, i nottolini cambiati e i suoi averi murati dietro a una porta. Impossibile accedervi senza una chiave. Impossibile riprendersi gli oggetti personali.

«Ho tutte le mie cose ancora dentro l’appartamento, ma i proprietari hanno cambiato la serratura da un giorno all’altro», lamenta l’ex meccanico che sopravvive grazie all’aiuto degli amici di tutta una vita. Il proprietario gli affittava quell’alloggio senza contratto e per due giorni di ritardo, dovuti ovviamente alla perdita del lavoro e alle sue prime difficoltà economiche, non ha esitato a buttarlo in mezzo a una strada, cambiando persino la serratura per non permettere ad Anatone di far ritorno nel suo vecchio appartamento. Adesso Carmine vive in una vecchia Fiat 500, che è tutto ciò che gli resta della sua vita.

In poco tempo ha perso il lavoro e la casa

Per sua fortuna, però, le persone per bene esistono ancora. Ad aiutarlo c’è un carrozziere di via Carso, Giuseppe Nitro di 49 anni. Un uomo che Carmine stesso definisce «una persona squisita». Presso la carrozzeria il povero Carmine può usare il bagno per lavarsi e per i bisogni, e di tanto in tanto il 63enne riceve anche qualche euro per comprarsi qualcosa da mangiare, un panino e un po’ d’acqua per non sentirsi lo stomaco vuoto.

Il proprietario dell’appartamento ha cambiato la serratura d’ingresso mentre lui era assente – Da due mesi tira a campare grazie alla generosità di un amico carrozziere e della titolare di un bar

Aiuto concreto

L’uomo, da quando ha perso il lavoro non ha una lira e non riceve un aiuto. Non può nemmeno fare una serie di visite mediche per dei problemi di salute, e tutto questo perché non può permettersi di pagare il ticket. A dargli una mano c’è anche la proprietaria del bar Lili’s Cafè di via Bossolasco, che sovente gli offre sovente un pasto caldo.

«Ci tengo a ringraziare i miei amici della nuova carrozzeria Sabotino e della carrozzeria Pino Niro che mi hanno aiutato economicamente e mi lavano i vestiti», aggiunge il 63enne che passa le sue giornate al Lili’s cafè. «Anche la mia amica Liliana, proprietaria del bar, mi sta aiutando molto, offrendomi sempre da bere e da mangiare, ma adesso vorrei avere una casa e trovare un lavoretto, perché così non ho più una dignità».

Chiunque desideri aiutare quest’uomo, può contattarlo direttamente al numero di cellulare 334.9590009. Vivere in una macchina non deve esser facile per chi ha un precario stato di salute che fino a poco tempo prima godeva anche di un lavoro. La sua paura, ora, si chiama freddo. L’autunno possiamo dire che è arrivato e Carmelo potrebbe ritrovarsi a dover vivere con quattro coperte in croce.

«Per questo chiedo al Comune di Torino di mettersi una mano sulla coscienza», conclude l’uomo. «Prima o poi arriverà anche l’inverno e io non voglio nemmeno pensare di continuare a vivere in una macchina. Chiedo solo una casa e un lavoretto. Non ho mai fatto del male a nessuno, vorrei solo un briciolo di rispetto».

Filippo La Guerra

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LA MIA VOCE PER I BAMBINI CHE SOFFRONO

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Cantante e attrice italiana incanta il pubblico americano tra musical e cabaret. È volata in America nel 2013 grazie a una borsa di studio

 

 

Pino Torinese (Torino)

Da un piccolo comune della città metropolitana di Torino a Broadway, New York, dove è una stella nascente di musical e cabaret. La storia di Francesca Capetta sembra una favola: 26 anni, cantante e attrice piena di talento, con grandi sogni e la forza di realizzarli, uniti a un impegno costante nell’aiutare le persone più sfortunate. Sì, perché questa ragazza, dopo quattro anni intensissimi vissuti negli Stati Uniti, dove si è trasferita nel 2013 grazie a una prestigiosa borsa di studio, è temporaneamente tornata in Italia per mettere in scena il proprio coinvolgente spettacolo “Broadway & Jazz”, il cui intero ricavato è stato devoluto in beneficenza, all’associazione umanitaria “Amitié Sans Frontières Torino”.

Il debutto tricolore di Francesca, dopo anni passati a incantare dal palco gli abitanti della Grande Mela, è stato eccezionale e si è svolto nel teatro del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino gremito da oltre 700 persone, e ha visto Marco Berry, celebre presentatore e illusionista, come ospite d’onore. Ad affiancare Francesca, oltre a Berry, nomi di rilievo della musica del nostro Paese: Alfredo Matera al pianoforte, Gian Paolo Petrini alla batteria, Stefano Cocon alla tromba, Gianluigi Corvaglia al sassofono, Davide Liberti al contrabbasso, e Cristina Meloni come direttrice del coro, con Marzia Scarteddu come aiuto regista.

Per la prima è tornata a esibirsi temporaneamente in Italia mettendo in scena il proprio coinvolgente spettacolo, il cui ricavato è stato interamente devoluto in beneficenza

Un progetto importante

La serata è stata magica, piena di emozioni, commozione e divertimento, tra un grande classico della musica. Il pubblico, incantato dalla voce calda, potente e ricca di sfumature di Francesca e una battuta di Berry, acquistando il biglietto dello spettacolo ha sostenuto un progetto importante, portato avanti dall’associazione “Giglio Onlus” (del resto, la 26enne non è certamente nuova alla beneficenza).

Nata a Torino nel 2002 per sostenere i genitori di bambini ricoverati per malattie a lunga degenza presso l’Ospedale Infantile Regina Margherita, la onlus si occuperà della ristrutturazione del nuovo Condominio solidale di casa Giglio, che sorgerà in un’ala dell’ex Seminario e sarà in grado di ospitare fino a undici famiglie.

«Ho subito accettato l’offerta di “Amitié Sans Frontieres” perché era per una splendida causa», ha spiegato Francesca. «A New York, ogni mese canto come volontaria nell’associazione “Vocal Ease”, con cui portiamo la musica negli ospedali e nelle case di riposo».

La sua passione per il teatro è nata all’età di 6 anni e si è sviluppata frequentando numerosi corsi – Fa volontariato con un’associazione che porta la musica negli ospedali e nelle case di riposo

Com’è, per il resto, la vita newyorkese di questa eccellenza italiana che ha capito ben presto che strada avrebbe preso la sua vita.

«Dopo aver visto il mio primo spettacolo a Broadway, si trattava di Mary Poppins, sono riuscita a ottenere il mio obiettivo laureandomi alla prestigiosa “American Musical and Dramatic Academy”».

È nata una stella

Senza mamma e papà vicini, partendo da zero e costruendosi una carriera artistica, ha scoperto «un’energia speciale» e, «la bellezza di poter essere chi si vuole, in una città dove tutti sono stranieri e questo ti aiuta a farti sentire il benvenuto».

Così, in questi anni, Francesca ha collezionato successi sempre maggiori, passando dall’essere scelta tra i migliori studenti dello Stato per il musical “Broadway Rising Stars”, al mettere in scena uno cabaret show tutto suo, “An Italian in New York”, andato in scena al “54 Below”, (l’ex “Studio 54”, mitico locale di culto). In questa occasione ha ottenuto solo recensioni entusiastiche da parte di numerosi giornali americani, che l’hanno definita “La nuova stella del cabaret newyorkese”.

Francesca, instancabile e determinata, ha portato, e continuerà a portare, la sua musica in Canada e in Cina, a Hong Kong, pensando al suo futuro.

Francesca, che ha iniziato a cantare a sei anni nella sua cameretta, «per la “gioia” dei vicini di casa, poverini», non ha dubbi su ciò che le riserva il domani.

«Mi piace molto il detto che se vuoi vedere come sarà il tuo domani ti basta guardare che cos’hai fatto oggi durante la giornata. Il mio futuro lo vedo a New York, a fare il lavoro che amo di più».

Marcello Soverato

 

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