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UCCISA DAL FIGLIO AVEVA DISONORATO LA FAMIGLIA

22enne arrestato l’accusa di avere ammazzato la madre, Francesca Bellocco. La 43enne sarebbe stata uccisa perché amava il boss sbagliato. Il delitto sarebbe avvenuto nell’agosto 2013 con la complicità di altre persone per punire la relazione extraconiugale della vittima – Da allora, anche il suo amante risulta scomparso nel nulla

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INUTILMENTE HA CHIESTO PERDONO…

Il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha espresso compiacimento per la collaborazione data alle indagini da un testimone oculare.

Il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha espresso compiacimento per la collaborazione data alle indagini da un testimone oculare.

22enne arrestato l’accusa di avere ammazzato la madre, Francesca Bellocco. La 43enne sarebbe stata uccisa perché amava il boss sbagliato. Il delitto sarebbe avvenuto nell’agosto 2013 con la complicità di altre persone per punire la relazione extraconiugale della vittima – Da allora, anche il suo amante risulta scomparso nel nulla

Francesca Bellocco, 43 anni, avrebbe invano implorato il perdono del suo boia: per avere disonorato la famiglia e il clan non poteva che morire.

Francesca Bellocco, 43 anni, avrebbe invano implorato il perdono del suo boia: per avere disonorato la famiglia e il clan non poteva che morire.

La donna era sposata con sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno nel nord Italia – Alla soluzione del caso si è giunti anche grazie alla determinante testimonianza di un vicino di casa

 

Rosarno (Reggio Calabria)

Uccisa dal figlio e il suo corpo fatto sparire perché aveva disonorato la famiglia e la cosca di appartenenza, violando le ferree “regole” della ‘ndrangheta, con una relazione extraconiugale con un boss legato a un altro clan. Francesca Bellocco, 43 anni, Prima di essere uccisa dal figlio 23enne, Francesco Barone, con voce strozzata dal terrore e dal dolore, ha implorato il perdono, ma niente da fare, era stata già condannata a morte per aver violato l’onore del marito, Salvatore Barone, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno a Padenghe sul Garda, alle porte di Brescia.

A portare alla luce, a distanza di circa un anno e mezzo dalla scomparsa della donne e del suo amante, il boss Domenico Cacciola, 51 anni, sono state le indagini di carabinieri e polizia coordinati dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

In manette, con le pesanti accuse di omicidio e occultamento di cadavere, è finito il figlio-boia, Francesco Barone, arrestato all’aeroporto di Lamezia Terme mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto in Lombardia.

Il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha espresso compiacimento per la collaborazione data alle indagini da un testimone oculare.

Il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha espresso compiacimento per la collaborazione data alle indagini da un testimone oculare.

Testimonianza decisiva

«Ogni valore umano è stato capovolto. Un fatto di una gravità inaudita che dimostra realmente come il tessuto ‘ndranghetista sia di una tale spietatezza e al di fuori di qualsiasi sentimento umano da arrivare a un’eliminazione contro natura come questa».

A pronunciare queste forti e dure parole, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Reggio Calabria dopo l’arresto del giovane, è stato il procuratore della Dda reggina, Federico Cafiero de Raho.

Stando a quanto sarebbe stato accertato dagli investigatori dei carabinieri e della polizia, Barone avrebbe sorpreso la madre in compagnia del suo amante nella notte fra il 17 e il 18 agosto del 2013, e in quel momento avrebbe deciso la condanna a morte della donna che gli aveva dato la vita.

A nulla, infatti, sarebbero serviti i tentativi della madre di implorare pietà o di chiedere protezione al marito, bloccato al nord Italia dal provvedimento di sorveglianza speciale, ma contattato telefonicamente.

Ad agevolare di molto il lavoro investigativo dei carabinieri e degli agenti della polizia di stato, è stato un testimone, un uomo di Rosarno e vicino di casa della famiglia Barone, il quale dopo mesi di travaglio interiore ha deciso di raccontare ciò che aveva visto la mattina del 18 agosto del 2013 attraverso le tapparelle della sua abitazione, ovvero, tre uomini armati e incappucciati fare il loro ingresso nella casa di Francesca Bellocco e, poco dopo, l’utilitaria di suo figlio Francesco uscire dal garage.

Il peggiore dei delitti*** Il 23enne, Francesco Barone, è stato arrestato con l’accusa di avere ucciso la madre dopo avere scoperto la sua relazione con il boss di un clan rivale.

Il peggiore dei delitti***
Il 23enne, Francesco Barone, è stato arrestato con l’accusa di avere ucciso la madre dopo avere scoperto la sua relazione con il boss di un clan rivale.

Depistaggio improbabile

La denuncia della scomparsa della donna, nipote del boss ergastolano, Gregorio Bellocco, era stata presentata il 21 agosto 2013 proprio dal figlio Francesco, il quale, subito dopo l’asserito “allontanamento” della madre dall’abitazione di Rosarno, risalente al 18 agosto, anziché preoccuparsi di attivare immediatamente le ricerche in paese o di avvisare le forze dell’ordine, improvvisamente e senza alcuna plausibile spiegazione, si era recato a Padenghe sul Garda, dal padre 50enne.

La tesi dell’allontanamento volontario di Francesca Bellocco, sostenuta dai suoi congiunti, è stata contraddetta dalle indagini compiute dagli investigatori delle forze dell’ordine attraverso l’esame di una vasta mole di tabulati telefonici, intercettazioni, anche ambientali, e con l’acquisizione delle dichiarazioni fatte dal vicino di casa.

«Questa indagine è estremamente importante per due motivi. Il primo è che si è riusciti a spezzare quella coltre di omertà ispirata al familismo amorale che domina questa terra», ha dichiarato il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza, che poi ha continuato. «Il secondo è che per la prima volta ci troviamo di fronte a un testimone che ha sentito il dovere civico di denunciare quanto visto, perché non si sentiva in grado di tenere per sé questa cosa. Quest’uomo, ora in una località protetta, ha accettato di sconvolgere la propria vita, di abbandonare tutto, insieme alla sua famiglia pur di rispondere a una chiamata della giustizia, nel senso più alto del termine».

Il boss Domenico Cacciola, 51 anni, l’amante di Francesca Bellocco, risulta essere scomparso negli stessi giorni in cui la donna veniva uccisa.

Il boss Domenico Cacciola, 51 anni, l’amante di Francesca Bellocco, risulta essere scomparso negli stessi giorni in cui la donna veniva uccisa.

Antonello Lupis

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1 Commento

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  1. billy

    2016/02/02 a 12:14

    Ottimo articolo, ben fatto, complimenti

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Cesare Serviatti: il “Landru de noantri”.

Condannato per tre delitti, ne confessò altri cinque. Ma le prove non furono mai trovate

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Nella storia criminale italiana c’è un caso che ricorda, e per certi versi è anche più spaventoso, quello celeberrimo di Henri Landru, l’omino insignificante giustiziato in Francia nel 1922 per aver sedotto e ucciso per rubarne l’eredità 10 donne, poi bruciando il loro cadaveri in un forno a legna.

 

Questa storia  inizia, in modo terribilmente sensazionale, il 16 novembre del 1932.

Alla Stazione di Napoli Centrale vengono ritrovate su un treno proveniente da Torino Porta Nuova due valigie abbandonate con un contenuto raccapricciante: alcuni pezzi di uno sconosciuto cadavere di donna.

Il giorno dopo, alla Stazione di Roma Termini viene ritrovata su un treno partito da La Spezia un’altra valigia con le parti restanti del corpo.

Come sempre accadeva in quell’epoca quando si verificavano episodi di cronaca nera di vasta risonanza, le forze dell’ordine si mobilitano in grande stile, decise ad assicurare al più presto i colpevoli alla giustizia.

Il regime tende ad accreditarsi come portatore dell’ ordine sociale, e vuole, anche per ragioni propagandistiche, che i i criminali siano colpiti prontamente.

Tuttavia spesso la fretta era cattiva consigliera.

Lo dimostrano il caso del “mostro di Sarzana”, con l’incriminazione sbagliata dell’insegnante Vincenzo Montepagani, che rischiò di finire sulla forca innocente, e soprattutto quello di Gino Girolimoni. Costui fu accusato di una serie di rapimenti e uccisioni di bambine avvenuti nella capitale tra il 1924 e il 1928. Pur essendo stato  prosciolto senza essere nemmeno processato, non riuscì, e non riesce ancora, a scrollarsi di dosso il marchio di seviziatore d’inermi creature.

Per il caso della donna smembrata e infilata in tre valige, le indagini vanno molto meglio, grazie alle capacità di due ottimi “sbrirri” della Questura romana: il Commissario Musco e il Vice Commissario De Simone.

Del primo si dice che, ironia della sorte!, fosse entrato in polizia a causa del suo antifascismo: il concorso per Commissario, infatti, era l’unico che non richiedeva l’iscrizione al Partito ( anche se, poi, una legge attribuì d’ufficio ai funzionari della Polizia la tessera del Fascio…)

I due si erano già occupati, senza venirne a capo, della morte di una cameriera romana, Bice Margarucci, restituita decapitata e mutilata dal mare a Santa Marinella, sul Tirreno, nel novembre 1930. Gli altri pezzi del cadavere furono ritrovati allo stesso modo. Erano giunti lì trascinati dalla corrente del Tevere. L’ assassino aveva fatto a pezzi il cadavere per potersene più agevolmente disfare gettandoli nel fiume.

Il corpo ritrovato sui treni non era riconoscibile, ma Musco e De Simone sospettarono un collegamento con l’altro omicidio, e cercarono di arrivare alla sua identificazione partendo dalle risultanze della precedente indagine.

Bice Margarucci era una donna sola, senza parenti e con pochi conoscenti. Possedeva un discreto gruzzolo, sparito, e si sapeva che poco prima della morte aveva conosciuto un uomo misterioso attraverso un’inserzione matrimoniale.

Quando da alcuni dettagli -l’ora della comparsa delle valigie sul treno e il ritrovamento di un coltello insanguinato nei pressi della Stazione di La Spezia – si riesce a restringere il campo di ricerca alla città ligure, gli investigatori incominciano a cercare qualcuno che corrisponda al profilo di una cameriera con pochi legami famigliari e sociali, in cerca di marito, con buoni risparmi, che abbia trovato l’anima gemella in un annuncio per cuori solitari.

E colgono nel segno: si presenta Olga Melgradi, una cameriera di origini umbre che lavora a Roma. Sostiene di non aver più notizie di un’amica, Paola Gorietti, quarant’anni, orfana e nubile, a servizio presso una ricca famiglia romana sino a qualche tempo prima.

La donna, sostiene la Melgradi, ha conosciuto un uomo affascinante rispondendo a un avviso sulla stampa. Paola ha raccontato a Olga, sua unica confidente, di aver ricevuto una proposta di matrimonio da quel distinto signore, maresciallo in pensione, che la voleva al suo fianco nel gestire un piccolo albergo a La Spezia. Paola ha accettato, e le risulta partita per la nuova vita, ma da allora non ne ha più saputo nulla.

E’ in grado di fare il nome del maresciallo così innamorato di Paola: Cesare Serviatti.

Le immediate ricerche portano a scoprire che a quel nome corrisponde un cinquantaduenne originario di Subiaco, sposato e residente a Roma con la moglie. E’ effettivamente in pensione, e in passato ha fatto l’albergatore a La Spezia. E’ una persona socievole e affabile, che ha svolto molti mestieri, tra cui il macellaio e l’infermiere. Unico precedente torbido, la cacciata da una clinica romana sotto l’accusa di maltrattamenti ai pazienti.

Ce n’è abbastanza per piombare a casa Serviatti, in via Principe Amedeo, per interrogarlo.

Serviatti dappricipio resiste ma poi, messo alle strette, si arrende e confessa.

E’ lui l’assassino sia della Margarucci che della Gorietti.

Per individuare le vittime, ha elaborato un’accurata strategia. Il primo passo consiste nel pubblicare sui giornali il seguente annuncio:”Pensionato, 450 mensile, conoscerebbe Signorina con mezzi. Preferibilmente conoscenza scopo matrimonio”.

Le zitelle inappagate non mancano, e molte abboccano.

Qui avviene la seconda scrematura: Serviatti si concentra sulle donne abbienti che, vivendo da sole, non abbiano amici o famigliari interessati a ricercarle una volta scomparse.

Ma non c’è solo questo.

Serviatti comincia a raccontare altri dettagli che fanno inorridire gli inquirenti.

Uccide le sue prede strangolandole durante un amplesso. Continua a possederle anche dopo morte. Non ne disseziona il cadavere per facilitare il suo “smaltimento” ma per soddisfare incontrollabili pulsioni sadiche.

Ammette l’omicidio di un’altra donna scomparsa, l’ex cantante lirica Pasqua Bartolini Tiraboschi, adescata, derubata e soppressa con modalità analoghe, e sostiene che l’elenco delle sue vittime comprende altre cinque sventurate, di cui non fa però il nome.

Il processo, celebratosi a tempo di record nell’estate del 1933, non riesce a venire chiaramente a capo dell’ambigua natura dell’assassino.

È un ladro senza scrupoli, che non esita a uccidere per arricchirsi, e poi cerca di farla franca sbarazzandosi del cadavere delle vittime?

O un maniaco necrofilo e necrosadico?

A un certo punto, forse su suggerimento degli avvocati, che sperano di fargli ottenere l’infermità mentale per salvarlo dalla pena di morte, rende dichiarazioni deliranti, affermando che sarebbe stato spinto a commettere le sue violenze da una forza misteriosa.

Nella vicenda gioca un ruolo importante la moglie.

La donna con ogni evidenza l’ha coperto, ma riesce a sfuggire all’accusa di complicità convicendo i giudici di averlo aiutato nelle truffe, non negli omicidi, di cui è all’oscuro.

Non dimentichiamo che all’epoca era in auge la teoria lombrosiana sulla tendenza naturale a delinquere, desumibile dai tratti somatici, sfavorevole a riconoscere l’attenuante dello squilibrio mentale.

Successive analisi hanno evidenziato che sulla personalità di Serviatti ha con ogni probabilità influito la sua infanzia travagliata, con la perdita precoce dei genitori, fonte di gravi difficoltà economiche e scompensi educativi e caratteriali.

Ma oramai il suo destino è scritto.
Un truffatore di donne ingenue e romantiche, nonché loro efferato boia, versione romanesca di Landru, non può scamparla nell’Italia di Mussolini.

Riconosciutagli la capacità d’intendere e di volere, rimedia l’ergastolo per i primi due omicidi, e la pena di morte per il terzo.

Interpretando l’ostilità che lo circonda, da parte del regime e dell’opinione pubblica, il Re rimane sordo alla sua domanda di grazia.

Il 13 ottobre 1933 muore con l’ignominia dei traditori, fucilato alla schiena dal plotone di esecuzione.

(Rino Casazza)

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Mostro di Firenze, le verità nascoste su Pietro Pacciani

Le leggende sul delitto della Tassinaia e sul passato del contadino di Mercatale

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Negli ultimi tempi il caso del “Mostro Di Firenze” è tornato alla ribalta per l’aprirsi di un nuovo filone d’inchiesta, che coinvolge due ottuagenari, un ex legionario, Giampiero Vigilanti, e un medico, Francesco Caccamo, compasani di Pietro Pacciani.
In attesa di conoscerne gli sviluppi, val la pena di tornare su quello che, se resta valida l’ipotesi che il famoso “contadino di Mercatale” fosse il “Mostro”, assieme agli altrettanto celebri “compagni di merende”, è il “delitto matrice” della serie.

 

Tutti sanno che Pietro Pacciani, accusato di essere il “Mostro di Firenze”, pur senza essere mai stato condannato definitivamente per morte sopravvenuta in corso di processo, aveva un precedente penale giovanile per omicidio, risalente al 1951.

Fu un delitto di natura “passionale”: Pacciani uccise un rivale amoroso, sorpreso ad amoreggiare con la sua fidanzata.

È rimasto nell’immaginario collettivo un dettaglio, riferito dai mass media, decisamente spaventoso: Pacciani violentò la ragazza fedifraga vicino al cadavere ancora caldo della vittima.

Secondo il principale accusatore di Pacciani, l’investigatore Ruggero Perugini, capo della SAM ( Squadra anti-mostro) questo episodio è l’imprintig, a livello psicologico, per le successive azioni del “contadino di Marcatale” nei panni di “Mostro di Firenze”.

Infatti, questo serial killer aggrediva coppiette appartate nel corso di un amplesso , uccidendo l’uomo e poi infliggendo alla donna, dopo aver ucciso anche lei, barbare mutilazioni agli organi genitali.

Il processo per il “delitto della Tassinaia”, come venne chiamato dal nome della località di montagna in cui si consumò, ebbe all’epoca un’enorme risonanza, tanto che un cantastorie gli dedicò una ballata ancora adesso assai popolare in quelle zone.

“Delitto a Tassinaia di Vicchio:/ sorprende la fidanzata con l’amante; /uccide il rivale a colpi di coltello./Un grande e tragico fatto è avvenuto/nel comune di Vicchio nel Mugello. / Un giovinotto iniquo e fello/che a sentirlo desta pietà, /tal Pietro Pacciani di ventisei anni/che a parlarne il sangue si ghiaccia,/ lui sta a Paterno, poder detto l’Aiaccia,/or sentite quello che fa.”

La lettura della sentenza d’appello, divenuta definitiva, pronunciata il 18 dicembre 1952, riserva alcune sorprese.

Il comportamento di Pacciani – reo confesso – si conferma spietato e brutale, sia per come si accanisce sul rivale a colpi di coltello, sia per il trattamento riservato al cadavere, trascinato senza riguardi per la boscaglia , nel tentativo, non riuscito, di occultarlo.

Per quanto riguarda, invece, il rapporto con la fidanzata, Miranda Bugli, in quell’occasione, le cose andarono assai diversamente rispetto alla “vulgata”.

La Bagli, infatti fu condannata con una pena severa, 10 anni di reclusione, per concorso in omicidio.

Del famoso stupro su di lei di Pacciani a omicidio avvenuto, non c’è, conseguentemente, alcuna conferma.

 

La sentenza di condanna per Pietro Pacciani e Miranda Bugli, nella foto

 

Secondo la Corte la ragazza, sorpresa mentre amoreggiava consenziente con la vittima, lo straccivendolo Severino Bonini, istigò Pacciani ad aggredirlo, facendogli intendere di essere oggetto di un tentativo di violenza carnale, mentre invece lei e Bonini erano soltanto ai preliminari di un rapporto.

(Rino Casazza)

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La storia incredibile ma vera di Giorgio William Vizzardelli, il serial killer ragazzino

Dal gennaio 1937 al gennaio 1939, in pieno Ventennio Fascista, nella cittadina di Sarzana in provincia di La Spezia si è svolta una vicenda di cronaca nera senza eguali nella storia del crimine mondiale

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Dal gennaio 1937 al gennaio 1940, in pieno Ventennio Fascista, nella cittadina di Sarzana in provincia di La Spezia si è svolta una vicenda di cronaca nera senza eguali nella storia del crimine mondiale.
Ne è stato protagonista colui che può essere definito il primo serial killer italiano, l’assassino minorenne che divenne il più giovane ergastolano d’Italia, passato alla storia come il Mostro di Sarzana.
Ecco il racconto di questa storia vera, talmente eccezionale da sembrare inventata, scritta da uno dei migliori autori italiani di narrativa di “genere” italiani, Andrea Carlo Cappi, e da Rino Casazza, coautore, assieme a Daniele Cambiaso de “La logica del Burattinaio”, che fa rivivere ai giorni nostri la vicenda di Vizzardelli

 

Carrara, 11 agosto 1973
In una casa del popolare quartiere di San Luca, la professoressa Liliana Vizzardelli scopre che il fratello si è chiuso a chiave nel bagno. Chiama immediatamente un vicino di casa, il carabiniere Arturo Nicelli, che sfonda la porta. Lo spettacolo è agghiacciante: il fratello, feritosi a un braccio e alla gola con un coltello da cucina, si è lasciato morire dissanguato, con la testa appoggiata sul water perché il sangue defluisse nella tazza. La morte, risalente a molte ore prima, dev’essere stata lenta e dolorosa.
Il maresciallo dei carabinieri Ciro Intermite, tra i primi a compiere i rilievi del caso, non può fare a meno di notare l’attenzione del suicida nei confronti della sorella: ha appeso le sue scarpe alla chiave della porta con una cordicella, per impedire che si macchiassero di sangue.
I giornali locali riempiono le pagine della solitamente tranquilla cronaca estiva con la notizia della tragedia e dei suoi retroscena. Il suicida non è una persona qualunque: si tratta dell’uomo che, circa trentacinque anni prima, era salito agli onori delle cronache nazionali con il soprannome di Mostro di Sarzana.

LA VERA STORIA DEL BABY SERIAL KILLER:

Sarzana, 4 gennaio 1937
È il primo giorno di lezione dopo le vacanze di Natale, nel collegio Casa delle Missioni, gestito dall’ordine di San Vincenzo de’ Paoli. Gli studenti Bassano, Collini e Oleggini stanno camminando in corridoio, nei pressi della direzione, quando echeggiano numerosi colpi di arma da fuoco. Un uomo con il volto coperto da una sciarpa e da un cappello esce correndo dall’ufficio del direttore, senza smettere di sparare. Bassano resta ferito, mentre l’individuo prosegue la sua corsa verso le scale.
Lo sconosciuto incrocia don Andrea Bruno, il portiere del collegio, e gli spara al torace, a distanza ravvicinata. Quando il personale accorre sul luogo della sparatoria, l’uomo si è già dileguato.
Nel suo ufficio, don Umberto Bernardelli, direttore del collegio, è a terra dietro la scrivania, morto. Il cassetto in cui il direttore teneva una busta con una rilevante quantità di denaro è aperto e vuoto.
Arrivano i carabinieri, guidati dal brigadiere Mignone, che cerca di interrogare i feriti prima che vengano trasportati in ospedale. Don Bruno riesce a parlare, benché a fatica. Alla domanda sull’identità dell’assassino, ripete la parola «Avviamento», riferendosi alla Scuola di Avviamento adiacente al colleggio. Parla di «Registro», tanto che uno degli studenti corre a prendere un registro e gli legge dei nomi, ma il ferito scuote il capo. L’ultimo indizio che riesce a dare al brigadiere riguarda l’abito marrone dello sconosciuto, indicazione confermata dai due studenti Collini e Oleggini. Il portiere del collegio morirà alcune ore più tardi.
Il commissario Paolo Cozzi, trovati nelle vicinanze la sciarpa e il cappello usati dall’assassino per coprire il proprio volto, sospetta immediatamente che si tratti di una persona conosciuta nel collegio, ma non omette di indirizzare le indagini sulla pista della vita privata di don Bernardelli. Il trentaquattrenne direttore del collegio era un personaggio discusso, sospettato di relazioni illecite con alcune donne (tra cui un’insegnante del collegio, Luigia Bertolotti) e noto per le sue numerose speculazioni immobiliari. Più volte richiamato dall’Ordine, da qualche tempo don Bernardelli sembrava preoccupato, come se un’oscura minaccia incombesse su di lui.
I sospetti del gidice istruttore Scala di La Spezia, incaricato del caso, si orientano inizialmente sulle due persone che si trovavano nell’ufficio del direttore poco prima della sparatoria: il primo è don Mario Andolfatto, parroco di Castelnuovo Magra, bisognoso di soldi tanto per il restauro della propria chiesa quanto per questioni personali. Quando don Andolfatto risulta coinvolto in alcune transazioni immobiliari compiute da don Bernardelli, la sua posizione si aggrava. Soltanto la testimonianza di numerosi suoi parrocchiani che lo hanno visto a Castelnuovo Magra all’ora del delitto gli evita l’incriminazione.
L’altra persona a colloquio con la vittima prima della sparatoria era Vincenzo Montepagani, che si rivela presto come il sospettato ideale: trentaquattro anni, studente irregolare di ingegneria prima a Genova, poi a Milano e infine a Pisa, non si è ancora laureato e, in perenne bisogno di soldi, è appena riuscito a farsi assumere da don Bernardelli per le ripetizioni agli studenti della Scuola di Avviamento, grazie alla raccomandazione di un’insegnante. Si presenta al lavoro con un malconcio vestito marrone e talvolta il personale del collegio lo scambia per un estraneo.
Un conoscente di Montepagani, Gabriele Canda, dichiara spontaneamente alla polizia di avere visto l’indiziato, senza cappello né sciarpa, camminare con fare circospetto poco lontano dal collegio in prossimità dell’ora del delitto. Montepagani replica di essersi allontanato dall’istituto molto prima, proprio mentre il camion del carbone percorreva il vialetto privato della scuola, e di avere visto uno studente che si allontanava in bicicletta. Lo studente, identificato come il tredicenne Giorgio Manzini, ricorda di avere visto il camion, ma non Montepagani.
Il vestito marrone e il lavoro alla Scuola di Avviamento corrispondono a quanto detto da don Bruno prima di morire. Gli studenti Collini e Oleggini dichiarano che Montepagani potrebbe essere l’assassino mascherato. A casa del cugino dell’indiziato, la polizia sequestra una pistola calibro 9, lo stesso dei proiettili che hanno ucciso i due religiosi e ferito lo studente Bassano. Questo basta per il rinvio a giudizio presso il tribunale di La Spezia.
A Sarzana la maggior parte della popolazione è convinta dell’innocenza di Montepagani e, mentre vengono raccolte firme a suo favore, lo stesso podestà si incarica della difesa dell’imputato. Alla fine viene deciso di trasferire il processo a Milano, dove l’avvocato Tamburi viene affiancato dal collega Borzone.
La prima udienza ha luogo il 23 maggio 1938. Montepagani viene accusato di duplice omicidio aggravato, tentato omicidio aggravato e furto aggravato, in relazione ala scomparsa dalla scrivania della busta, il cui contenuto è stato stimato in circa quindicimila lire. A favore dell’insegnante depongono numerosi docenti e allievi. Il pubblico ministero, cavalier Lo Bartolo, non ha dubbi sulla colpevolezza e dopo una decina di giorni di dibattimento chiede il massimo della pena: la fucilazione. Della stessa opinione sono gli avvocati di parte civile che rappresentano le famiglie delle vittime. Prima che la camera di consiglio si riunisca alle cinque del pomeriggio del 3 giugno, Montepagani ribadisce per l’ultima volta la propria innocenza. Verrà creduto: la sentenza lo dichiarerà assolto per non avere commesso i fatti.

Sarzana, 18 agosto 1938
La polizia si è rassegnata a ricominciare le indagini, subendo pressioni da Mussolini in persona. Il duce è convinto che un assassino di preti a Sarzana, noto covo di antifascisti, non possa che avere una matrice politica.
Intanto un nuovo duplice omicidio sconvolge gli abitanti della cittadina: l’assassinio, sulla strada per Falcinello, del ventunenne barbiere Livio Delfini e del ventitreenne tassista Bruno Veneziani, padre di famiglia, entrambi ripetutamente colpiti da proiettili calibro 9 e calibro 7,65. Gli spari sono stati uditi da un contadino poco dopo mezzanotte, tra il 19 e il 20 agosto 1938. I corpi sono molto lontani l’uno dall’altro, come se, feriti, avessero tentato la fuga ma fossero stati braccati e raggiunti dall’omicida. Il taxi del Veneziani, riconosciuto dalla targa SP3455, viene ritrovato in un fosso poco lontano.
Delfini, prima di allontanarsi da Sarzana, aveva fatto credere agli amici di avere un appuntamento con una donna; il ragazzo si vantava spesso di avventure più o meno reali. Ma è nota la sua attività di intermediario per matrimoni, condotta in società con l’ex sacerdote Enrico Varesi, un tempo parroco di Crespiano, a cinquanta chilometri da Sarzana. Corre inoltre voce che la madre di Delfini, affittacamere, gestisca in effetti una casa di piacere. Lo scenario ricostruito è quello di un regolamento di conti relativo ad affari poco puliti della famiglia Delfini, in cui il taxista sarebbe stato coinvolto solo per avere accompagnato in macchina l’amico.
Il delitto di Falcinello, che va ad aggiungersi al caso irrisolto del collegio, scatena una nuova ondata di maldicenze e sospetti, portando alla luce i lati oscuri di una cittadina di provincia, solo apparentemente tranquilla. Molti pensano che i due fatti di sangue siano in qualche modo correlati.
La polizia interroga l’ex prete Varesi e la sua amante Maria Luisa Giampietri. La donna conferma la versione dell’uommo: è vero che entrambi si trovano in serie difficoltà economiche e che lui è stato coinvolto in piccole truffe, ma non esiste alcuna relazione tra loro e i delitti di Sarzana. Alla fine l’indiziato riesce a dimostrare che al momento del delitto si trovava a Parma.

Sarzana, 29 dicembre 1938
Quella mattina un pensionato che si occupa delle pulizie all’archivio notarile nota alcuni rivoletti di sangue che escono da sotto il portone del Palazzo della Finanza, in via Regina Elena.
Quando il portone viene aperto, si scopre il cadavere del guardiano, il settantacinquenne Giuseppe Bernardini, assassinato a colpi di scure: sette colpi, come stabilirà l’anatomopatologo professor Pardi, l’ultimo dei quali inferto con tale violenza che l’assassino non è riuscito a estrarre l’arma dal cranio della vittima. Nei locali dell’Ufficio del Registro sono abbandonati alcuni attrezzi, tra cui un cacciavite. Due delle tre casseforti sono aperte: l’omicida era evidentemente un ladro che, scoperto dal vecchio guardiano, lo ha ucciso prima di darsi alla fuga.
Ciò che lascia perplesso il commissario Cozzi è il fatto che le casseforti non siano state scassinate, ma aperte con copie perfette delle chiavi. O forse con le stesse chiavi originali.
Viene convocato immediatamente il titolare dell’Ufficio del Registro, Guido Vizzardelli, in possesso delle chiavi, per verificare cosa sia stato effettivamente asportato. La somma mancante ammonta a 12.949 lire e 35 centesimi. Un dettaglio curioso: le chiavi in possesso del dottor Vizzardelli sono appiccicose, coperte da una sostanza zuccherina.
Chi ha manipolato le chiavi della cassaforte?
La sera precedente, intorno alle undici e trenta, il dottor Vizzardelli aveva denunciato la scomparsa del figlio, Giorgio William, di quasi diciassette anni. Ai carabinieri, piuttosto sorpresi della sua eccessiva preoccupazione, Vizzardelli aveva spiegato che il figlio, appassionato di chimica, aveva preso l’abitudine di distillarsi da solo dei liquori, con i quali finiva talvolta con l’ubriacarsi. Poche ore più tardi, ritrovato il figlio, Vizzardelli aveva ritirato la denuncia di scomparsa.
Insospettito, il commissario interroga il ragazzo, che spiega di essersi assopito su un baule in cantina, nel suo piccolo laboratorio, sotto l’effetto del cognac da lui stesso fabbricato. Tuttavia, dal momento che la sparizione del giovane corrisponde all’ora del delitto, il commissario approfondisce le indagini.
Nella stanza del ragazzo viene trovata una copia di Delitto e castigo di Dostoevskij, con numerose sottolineature alla pagina in cui viene descritto l’omicidio, perpetrato dallo studente Raskolnikov a colpi di scure.
In cantina i bauli sono uniformemente coperti di polvere, così come un materasso arrotolato, inutilizzato da tempo: nessuno ci ha dormito di recente. Ma l’indizio determinante è il fatto che l’attrezzatura impiegata dal ragazzo per la distillazione di alcolici è coperta dalla stessa sostanza appiccicosa e zuccherina trovata sulle chiavi della cassaforte.
La scure usata per il delitto viene riconosciuta da un domestico di casa Vizzardelli come un attrezzo da lui usato per spaccare la legna, mancante da alcuni giorni. Manlio, fratello di Giorgio William, dichiara che questi gli ha confidato che il cacciavite trovato nell’Ufficio del Registro è uno dei suoi.
Sotto la pressione degli interrogatori, Giorgio William prima dice di non ricordare cosa sia successo la notte del delitto, poi racconta di avere consegnato le chiavi a un amico di nome Marco, che voleva farne una copia per la propria collezione. Chiarito che Marco non esiste, Cozzi sottopone il ragazzo a un ulteriore interrogatorio.
Il primo gennaio 1940 arriva la confessione: sotto l’effetto dell’alcool, il ragazzo ha preso la scure, l’ha nascosta sotto il cappotto e, impadronitosi delle chiavi, è entrato nell’ufficio. Aperte due casseforti su tre, ha ucciso il guardiano che lo aveva scoperto ed è fuggito. Il suo obiettivo: impadronirsi di una somma di denaro sufficiente a finanziare la propria fuga via mare in America, la terra, sostiene, in cui un uomo come Al Capone viene considerato un eroe. I soldi vengono ritrovati, su indicazione dell’aspirante gangster, in un involto nel camino e nelle canne di due biciclette.
Al commissario Cozzi non sfugge una serie di dettagli che collegano il giovane Vizzardelli ai delitti insoluti di Sarzana. Il figlio del titolare dell’Ufficio del Registro frequentava la Scuola di Avviamento presso il collegio di don Bernardelli: le ultime parole pronunciate dal portiere del collegio erano appunto «Avviamento» e «Registro».
Come studente, il ragazzo aveva anche testimoniato al processo Montepagani. Ed era, inoltre, amico di Livio Delfini, il barbiere assassinato sulla strada di Falcinello.

Sarzana, 4 gennaio 1940
A tre anni di distanza dai fatti Giorgio William viene interrogato sul delitto del collegio. Emerge una vicenda dimenticata: per vendicarsi della severità con cui veniva trattato, il giovane Vizzardelli era entrato nottetempo nella scuola e aveva imbrattato carte geografiche e ritratti del duce e del re. Scoperto, era stato pubblicamente schiaffeggiato da don Bernardelli, poco prima delle vacanze di Natale.
Deciso a vendicarsi, aveva preso una sciarpa e un cappello per camuffarsi e una pistola calibro 9, prestatagli da un amico cui non l’aveva mai restituita, affermando che gli era stata rubata. Al momento opportuno, aveva fatto irruzione nell’ufficio del direttore, che, pensando a una rapina, gli aveva offerto la busta del denaro. Non era bastato. Poi gli spari e la fuga. Don Bruno lo aveva riconosciuto perché la sciarpa era scesa, scoprendogli il viso. Per questo doveva essere eliminato. In seguito, William avrebbe gettato denaro e pistola in un canale: l’arma viene effettivamente ritrovata nel luogo da lui indicato, ma dei soldi non c’è nessuna traccia.
Delfini aveva più volte dichiarato di conoscere l’identità dell’assassino, ma tutti avevano pensato a una delle sue solite spacconate. In realtà il barbiere doveva sapere qualcosa, forse per confidenze dello stesso Vizzardelli. Fatto sta che spesso i due andavano in giro insieme, spendendo denaro. Forse Delfini era arrivato al ricatto, forse voleva semplicemente più soldi, fatto sta che Vizzardelli aveva preparato una trappola: un appuntamento in campagna, con il pretesto di recuperare quanto restava del bottino. Delfini si era presentato, inaspettatamente, con il taxista e Vizzardelli aveva dovuto eliminare anche lo scomodo testimone.
Le armi per questo delitto erano state comprate appositamente a Genova e gettate nel fiume Magra solo poco prima della recente perquisizione. Anche queste due pistole vengono ritrovate nel luogo indicato, convalidando le dichiarazioni di Giorgio William. Dall’età di quattordici anni il ragazzo ha ucciso cinque persone, in modo spietato, determinato e brutale. D’ora in poi tutti lo ricorderanno come il Mostro di Sarzana.

Genova, 19 settembre 1940
Nella città segnata dai bombardamenti ha inizio il processo Vizzardelli. Il ragazzo ha confessato e, più che determinarne l’innocenza, il dibattimento tende a chiarirne la sanità mentale. La decisione con cui ha agito, la premediatazione di molti delitti, la predisposizione alla violenza che lo ha portato a munirsi di una scure accorciandone il manico per renderla più maneggevole, giocano a suo sfavore.
La sua predilezione per la solitudine e la sua frequentazione con gli alcolici vengono attribuite a un trauma infantile: la distruzione della casa in cui viveva con la famiglia a Senigallia, durante il terremoto del 1930. Ma tutto quello che la difesa riesce a spuntare è uno “scarso sviluppo della sfera affettiva”. Per il resto il ragazzo viene giudicato sano di mente e solo la giovane età lo salva dalla fucilazione.
Il 23 settembre 1940, viene condannato in primo grado a 167 anni e quattro mesi complessivi di reclusione, oltre a una multa di 8888 lire. La pena verrà successivamente confermata in secondo grado il 15 gennaio 1941 e in appello, a Roma, il 2 maggio dello stesso anno. Vizzardelli è definitivamente il più giovane ergastolano d’Italia.
Ha inizio una lunga odissea carceraria: da Marassi, a Genova, Vizzardelli passa all’isola di Pianosa, dove riprende i propri studi, riuscendo in seguito a diplomarsi. Tornato a Genova, tra il 25 e il 26 gennaio del 1948 è protagonista di un fallito tentativo di evasione, che lo farà rimandare a Pianosa. Continua a studiare: legge Shakespeare e i romanzi russi in lingua originale, diventando un detenuto modello. Sofferente di tubercolosi, viene trasferito (probabilmente per un errore burocratico) nel manicomio criminale di Reggio Emilia. Ne uscirà grazie all’intervento del commissario Cozzi, interessato al suo reinserimento nella società.
Lunedì 29 luglio 1968 il presidente Saragat concede la grazia e Vizzardelli, scarcerato, va a vivere presso la sorella, a Carrara. Esce di casa solo una volta alla settimana per firmare il foglio di presenza dai carabinieri: è il suo modo di sfuggire all’assedio della stampa e dei curiosi. I suoi unici contatti con il mondo esterno avvengono attravero i giornali e la televisione, che segue assiduamente.
Il 29 luglio 1973 scadono i cinque anni di libertà vigilata. Vizzardelli, a meno di un mese dal suo cinquantunesimo compleanno, è ufficialmente libero. La sera di venerdì 10 agosto la televisione parla di un caso agghiacciante avvenuto a Houston, nella terra in cui “Al Capone è un eroe”: il diciassettenne Elmer Wayne Henley ha ammesso di avere assassinato circa trenta persone, insieme al complice Dean Corll, uccidendo poi quest’ultimo nel timore di esserne la prossima vittima.
Ogni epoca ha i suoi mostri.
Vizzardelli va in cucina a prendere un coltello e si rinchiude nel bagno. L’indomani la stampa parlerà di lui per l’ultima volta.

(Andrea Carlo Cappi & Rino Casazza)

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