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La strana storia del prepuzio di Gesù

Fino a una trentina di anni fa, in una chiesa della periferia di Roma nel giorno della Circoncisione del Signore, era esposto un reliquiario contenente il prepuzio di Gesù, anche se il Sant’Uffizio ne aveva vietata la venerazione. Si trattava di un pezzetto di pelle

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Fino a una trentina di anni fa, in una chiesa della periferia di Roma nel giorno della Circoncisione del Signore, era esposto un reliquiario contenente il prepuzio di Gesù, anche se il Sant’Uffizio ne aveva vietata la venerazione. Si trattava di un pezzetto di pelle accartocciata e annerita che, secondo antiche tradizioni si continuava a venerare, senza sapere esattamente di che cosa si trattasse.

La storia di questa reliquia si confonde con la leggenda, per cui la Madonna avrebbe consegnato alla Maddalena il prepuzio di Gesù e questa lo avrebbe portato con sé nelle Gallie (in Francia), dove scomparve per ricomparire alla vigilia dell’incoronazione dell’imperatore Carlo Magno, il quale poi lo portò a Roma. Sembra che durante l’invasione dei Lanzichenecchi del 1527, un sacerdote sia riuscito nascondere questa reliquia nella chiesa di Calcata, a cinquanta chilometri da Viterbo. Nel 1983 il parroco don Dario Magnoni denunciò il furto del reliquiario, ma non tutti hanno creduto a questa sua versione, e sembra difatti che “il parroco abbia ricevuto l’ordine di fare sparire la reliquia al fine di evitare illazioni poco edificanti”.

Non è questa la sola reliquia che finì comunque per provocare polemiche di un certo rilievo, perché in alcune chiese veniva venerato anche il cordone ombelicale della Madonna, ed in questo caso ci sono risvolti a dir poco sorprendenti perché “i lembi del santo cordone della Madonna si trovavano in molte chiese”, tanto che secondo una ricerca del XVII secolo, “il cordone ombelicale della Madonna avrebbe dovuto misurare alcune decine di metri”.

Dobbiamo stupirci? Direi proprio di no, perché la storia di molte reliquie ha veramente dell’incredibile, soprattutto se si trattava di oggetti che facevano riferimento alla Crocifissione di Gesù. Erasmo da Rotterdam lasciò scritto che nelle chiese di Francia che “circolavano tanti frammenti delle Croce di Gesù, tanto da poter costruire una nave”. C’erano poi le spine della corona della flagellazione e una trentina di chiodi delle Crocifissione, ma con l’avvento di Napoleone si finì per fare un po’ di pulizia, togliendo dalle chiese reliquie che non avevano nulla a che fare con il divino.

Sembra però che ancor oggi siano sparsi per le chiese italiane e francesi otto chiodi delle Crocifissione di Gesù che, quasi certamente, non hanno nulla a che fare con la vera Crocifissione. Bisogna dire che la Chiesa all’alba del terzo Millennio ha cercato di togliere gli ultimi residui di superstizioni e credulità popolari, trovando però una vivace opposizione da parte della gente, che spesso confonde la fede e la religiosità con un residuo dell’idolatria.

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Come nacquero Frankenstein e il nobile vampiro

Tutto successe in un incredibile weekend di paura. Una storia vera

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Il 15 e 16 giugno del 1816, l'”anno senza estate”, nacquero insieme, in un insolito gioco di società, due tra i più celebri miti della narrativa horror: il Vampiro e Frankenstein

 

Il 1816 fu un anno infelice dal punto di vista climatico.

Oggi siamo abituati a lamentarci delle variazioni metereologiche, che tendiamo ad attribuire all’inquinamento industriale, ma quell’anno si verificò un vero e proprio sconvolgimento, con temperature che rimasero molto al di sotto delle medie  e impedirono alla bella stagione di sbocciare, con immensi danni all’agricoltura, in particolare quella nordamericana, trainante a livello mondiale.

Non è un caso che il 1816 viene ricordato anche col nome, ancora più infausto, di “anno della poverta’.

Secondo le interpretazioni attuali, causa dell’ ondata di gelo fu la violenta eruzione del vulcano Tambora in Indonesia che saturò di cenere gli strati superiori dell’atmosfera schermando il calore solare.

L’estate del 1816 procurò disagi non solo alle classi popolari, ma anche a quelle più agiate, a cui apparteneva  l’irrequieto poeta George Byron.

Costui, rampollo di un nobile casato inglese, nella primavera di quell’anno era stato costretto ad abbandonare l’Inghilterra a causa dello scandalo suscitato dal suo controverso matrimonio, finito con una tumultuosa separazione.

Byron decise di stabilirsi, assieme al proprio segretario e medico personale John Polidori, nella splendida Villa Diodati, sul lago Lemano, nei pressi di Ginevra,  che due secoli prima aveva ospitato uno dei padri della letteratura inglese,  John Milton.

I piani per una piacevole vacanza andarono ben presto in fumo: sul lago i viaggiatori  inglesi invece dell’usuale tiepida estate trovarono un freddo e burrascoso inverno.

Tuttavia il soggiorno, grazie ad un prezioso incontro, si rivelò comunque interessante.

Lì vicino risiedeva l’altro grande poeta anglosassone Percy B. Shelley, assieme a due amiche: Mary Wollstonecraft Godwin, e la di lei sorellastra Claire Clairmont.

Poiché il maltempo imperversava, impedendo di uscire all’aperto, i cinque, su invito di Byron, si riunirono a Villa Diodati.

Il forzato confinamento del gruppetto nella bella dimora ebbe due effetti significativi.

Innanzitutto, fece scoccare la scintilla amorosa  tra Shelley e la Wollstonecraft e tra Byron e la Clairmont.

Ne nacquero due matrimoni, più stabile  e duraturo quello della prima coppia, traballante e contrastato come tutte le relazioni sentimentali di Byron il secondo.

L’altra conseguenza della lunga coabitazione  fu davvero eccezionale.

Nel fine settimana del 15 e 16 giugno, il tempo fu particolarmente cattivo, e i cinque amici, tutti letterati o comunque persone di elevata cultura, decisero di combattere la noia inventando un passatempo ispirato proprio alla situazione.

Poiché si trovavano in un’abitazione solitaria in un paesaggio livido e crepuscolare, sotto un cielo plumbeo che scaricava  continui acquazzoni, si sfidarono a comporre una storia cupa ed inquietante intonata all’atmosfera.

Tutti si aspetterebbero che dalla singolare e sofisticata gara uscissero vincitori Byron e Shelley, scrittori già affermati.

Invece non andò così: i migliori racconti horror li produssero Mary Wollstonecraft e John Polidori.

Non basta. I parti letterari del medico del padrone di casa e della futura signora Shelley diedero vita a due personaggi destinati a superare, in popolarità, l’intera opera degli altri due contendenti, pur unanimemente considerati la massima espressione poetica del Romanticismo britannico.

Si tratta, per quanto riguarda Mary Shelley, di Frankenstein, l’essere mostruoso fatto di pezzi di cadaveri e animato con una scarica elettrica, che continua ad affascinare i lettori e soprattutto gli spettatori di tutto il mondo per le innumerevoli trasposizioni cinematografiche realizzate.

Non meno singolare è il caso del protagonista del racconto di Polidori, intitolato “Il vampiro”.

Al sentire questo nome il pensiero di tutti andrà al celeberrimo Conte Dracula, protagonista del romanzo di Bram Stoker.

Tuttavia il libro di Stoker è stato pubblicato 81 anni dopo il “week end” col brivido in cui Polidori sfornò  il suo “Il vampiro”.

Dracula, dunque, non ha la primogenitura  nel filone letterario “vampiresco”.

Il personaggio della storia di Polidori, il tenebroso e dissoluto aristocratico inglese Lord Reuthven, che gode nel mandare in perdizione le sue vittime e le uccide privandole pian piano dell’energia vitale,  ha indiscutibilmente fornito il calco per la popolare figura di Dracula, il Conte transilvano che si trasferisce a Londra per diffondervi il contagio vampiro.

Rino Casazza 

Tutti i libri di Rino Casazza:

 

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Il fantasma della dama nera di Milano

Quando fu visto per l’ultima volta il fantasma della “dama nera” nel parco del Sempione di Milano?

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Quando fu visto per l’ultima volta il fantasma della “dama nera” nel parco del Sempione di Milano?

(D.F. di Pavia)

Sembra che l’ultima apparizione della “dama nera” risalga alla fine dell’Ottocento, e questo fantasma appariva nel cuore della notte e sempre in preda a smanie amorose incontenibili. Era sempre vestita di nero e anche il volto era coperto da un velo nero. Alcuni ritennero che si trattasse di una certa Angelina Costa, amante di uno Sforza, che finì per ucciderla ritenendo di essere stato tradito.

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Perché Dio creò Eva da una costola? Non poteva scegliere un piede?

Più volte mi sono chiesto perché il Padreterno abbia scelto la costola di Adamo per creare la donna, ma non poteva scegliere una mano o un piede?

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Più volte mi sono chiesto perché il Padreterno abbia scelto la costola di Adamo per creare la donna, ma non poteva scegliere una mano o un piede?

(Carmine di Benevento)

Le rispondo con le parole del Talmud: “Dio si chiese quale parte del corpo dell’uomo avrebbe dovuto formare la donna. Non è opportuno scegliere la testa, pensò, per non infondere nella donna il senso di superiorità, e non è giusto scegliere l’occhio affinché questa non sia troppo curiosa, come non va scelto l’orecchio per non invogliarla ad ascoltare dietro le porte, né la bocca affinché non sia troppo chiacchierona, né la mano affinché non si abbandoni alla prodigalità, né il piede affinché non esca continuamente da casa. Sceglierò una costola, concluse il Padreterno, perché questa rimane nascosta, affinché la donna sia modesta e umile.”

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