PERSE LA VITA PER IL SUO REGGISENO

Posted on by Cronaca Vera

MISTERI E DELITTI

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

I contorni di un omicidio di settant’anni fa. La vittima era una donna di mezza età uccisa lungo un sentiero di montagna. Le indagini portarono a un muratore con tendenze feticiste – L’assassino voleva dalla donna la biancheria intima e al suo rifiuto l’ha uccisa e derubata della catenina d’oro e dell’orologio.

 

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

L’uomo andò a vendere a Torino gli oggetti e l’orefice avvertì la Polizia – Fu fermato e dopo un lungo interrogatorio finì per confessare il crimine – Fu condannato a venticinque anni di carcere

 

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Aosta

Angela Cavalli, all’inizio dell’estate, si rifugiava tra le fresche valli aostane. Quell’anno, siamo nel 1954, aveva scelto Entréves, a pochi chilometri da Courmayeur, trovando ospitalità in una pensione. Angela era una persona tranquilla, di mezza età, con una piccola attività commerciale che le permetteva di concedersi una breve vacanza in montagna. Da qualche giorno era giunta nella stessa pensione una ragazza che finì per attirare la sua attenzione, perché aveva lo sguardo triste, zoppicava leggermente ed era molto riservata. La giovane si chiamava Jolanda Bergani. Le due donne fecero presto amicizia e la nuova arrivata raccontò ad Angela la sua angosciante storia.

«Sono rimasta orfana a sedici anni e di conseguenza sono stata costretta ad andare a servizio presso una famiglia, dove il figlio del padrone di casa mi ha violentato, ma per non perdere il posto sono rimasta in silenzio», le racconta Jolanda. «Qualche mese dopo mi resi conto di essere rimasta incinta e il giorno che anche la padrona di casa si è accorta del mio gonfiore alla pancia, capendo che ero incinta e mi ha licenziato su due piedi».

Jolanda ebbe la fortuna di trovare una donna anziana che la ospitò in casa propria, dove dette alla luce un bambino, al quale fu imposto il nome di Ugo. Era un bimbo gracile, bisognoso di cure e fu necessario pertanto farlo ricoverare in una struttura sanitaria.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Lungo il sentiero

Le disgrazie, dice un proverbio, non vengono mai sole e Jolanda, poco tempo dopo si ammalò di tubercolosi. Dopo alcuni mesi di ricovero era stata dimessa e ora era giunta a Entréves perché, secondo il parere dei medici, l’aria di montagna avrebbe accelerato la sua guarigione. Questa storia di dolore e di umiliazioni finì per intenerire il cuore di Angela, che si sentì in dovere di proteggere la giovane nuova amica. Le due donne trascorrevano molto tempo in piacevole compagnia. La gente le guardava con ammirazione, perché capiva che stavano coltivando una bella amicizia.

Un pomeriggio Angela, dopo un breve riposo, nell’attesa d’incontrare nel giardino della pensione la giovane amica, andò a fare una breve passeggiata. Contava d’impiegare circa mezzora. Invece, alcuni villeggianti la videro allontanarsi, ma non più rientrare. Jolanda, una volta giunta in giardino, iniziò a cercarla. Si avviò lungo il sentiero che spesso percorrevano assieme, la chiamò forte, ma di Angela non c’era alcuna traccia. Con il diffondersi della notizia della scomparsa di Angela, la preoccupazione iniziò ad aumentare tra i villeggianti, che verso sera decidono di avvertire i carabinieri.

Angela Cavalli fu trovata esanime lungo un sentiero, con le vesti scomposte e il reggiseno strappato. Si pensò subito a un delitto a sfondo sessuale. La perizia necroscopica accertò che non aveva subito alcuna violenza sessuale e che la morte era avvenuta per soffocamento. Fu poi accertato che alla vittima erano stati rubati l’orologio da polso e la catenina d’oro che portava al collo. Supponendo che poteva trattarsi di un omicidio a scopo di furto, si cercò di scoprire chi, tra gli ospiti della pensione, viveva in ristrettezze economiche. I primi sospetti caddero su Jolanda, ma contemporaneamente, un orefice di Torino segnalò alla polizia di avere acquistato da un uomo di mezza età, con residenza ad Aosta, una catenina d’oro e un orologio da polso. Erano quelli rubati ad Angela Cavalli. Gli accertamenti degli inquirenti portarono a Nadi Chibono, un muratore che abitava ad Aosta. L’uomo confessò.

«Ero a Entréves per incontrare un impresario che mi aveva promesso un lavoro … ho incontrato una donna che ha suscitato in me vogliosi pensieri. Mi sono avvicinato per chiederle in bei modi di regalarmi il reggiseno, ma lei prima si è messa a ridere, poi mi ha dato uno schiaffo. Allora le ho messo una mano dentro la camicetta, lei si è ribellata… non mi ricordo che cosa sia avvenuto poi. So solo che mi sono trovato in tasca la catenina e l’orologio. Erano due oggetti belli che avrei voluto conservare, ma avevo bisogno di soldi e così decisi di venderli».

Gli fu poi chiesto perché volesse il reggiseno.

«È un indumento che mi fa perdere la testa e mi fa sognare … non m’interessa la donna, quanto il suo reggiseno».

La Corte lo condannò a venticinque anni di carcere, che scontò tra Torino, Milano e Pavia.

Enzo Valentini

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