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PER FARE IL “CAVOR” CI VORREBBE IL PATENTINO!

L’idea di un 79enne discendente di una famiglia di cercatori d’oro. Vuole mantenere in vita questa vecchia pratica, ma a una condizione. I suoi avi ricevettero il privilegio di poter svolgere questo lavoro nel 1155, dall’imperatore Federico Barbarossa che così volle ricompensare i tre fratelli per i servizi che gli avevano reso

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ARRICCHIRSI SI’, MA RISPETTANDO LA NATURA

L’idea di un 79enne discendente di una famiglia di cercatori d’oro. Vuole mantenere in vita questa vecchia pratica, ma a una condizione. I suoi avi ricevettero il privilegio di poter svolgere questo lavoro nel 1155, dall’imperatore Federico Barbarossa che così volle ricompensare i tre fratelli per i servizi che gli avevano reso

La ricerca del prezioso metallo è un’occupazione che richiede molta pazienza.

La ricerca del prezioso metallo è un’occupazione che richiede molta pazienza.

Da sempre, lungo le rive del fiume c’è l’abitudine di cercare il prezioso metallo – Con la campagna fascista dell’“Oro alla patria” quella professione è scomparsa, poi la burocrazia ha fatto il resto

Dopo un intenso processo di lavorazione ecco il risultato.

Dopo un intenso processo di lavorazione ecco il risultato.

Vigevano (Pavia)
La sua famiglia è l’unica che ancora oggi può raccogliere l’oro del Ticino. Gli antenati di Sergio Biffignandi, 79enne pensionato di Vigevano, hanno ricevuto questo privilegio nel 1155, dall’imperatore Federico Barbarossa, che volle ricompensare i tre fratelli Biffignandi per i servizi che gli avevano reso.

All’epoca, Federico Barbarossa, era impegnato nella guerra che opponeva i comuni di Lodi e Pavia e Milano e, dopo aver conquistato Casale Monferrato, e averla ceduta al duca di Casale, uomo a lui fedele, stava puntando verso Pavia. A ostacolare la sua voglia di conquista c’era di mezzo però il Ticino.

«A quei tempi le piene del fiume erano molto più impetuose e violente di oggi», spiega Sergio Biffignandi. «I miei antenati lavoravano già sul Ticino e costruirono un ponte di legno nella zona di Vigevano chiamata Buccella, dove avevano un piccolo castello, che diede modo al Barbarossa di passare».

Oggi si possono ancora vedere quei piloni del ponte ormai distrutto, che hanno resistito all’acqua, grazie all’utilizzo di un legno molto particolare presente nei boschi del Ticino.

Scena d’altri tempi*** Un tempo, sulle sponde del Ticino, quella del cercatore d'oro era una vera e propria professione.

Scena d’altri tempi***
Un tempo, sulle sponde del Ticino, quella del cercatore d’oro era una vera e propria professione.

Un ponte prezioso
«Dopo aver conquistato Pavia, l’imperatore è ripassato da Vigevano per varcare il ponte e ha ritrovato i tre fratelli Biffignandi, che l’hanno omaggiato di una coppa per il vino in oro del Ticino», continua il 79enne. «Fin dall’antichità, infatti, lungo le rive del fiume c’è l’abitudine di ricercare il prezioso materiale per venderlo e fabbricarne gioielli. Grazie a quel favore, il mio antenato Gherardo, dal quale ho preso il mio secondo nome e i suoi fratelli hanno ricevuto il privilegio esclusivo di raccogliere l’oro del Ticino».

Quella concessione è in una bacheca appesa nell’appartamento di Sergio Biffignandi e anche in tempi recenti ha avuto una sua utilità.

Fino a pochi anni fa, infatti, chi voleva dedicarsi alla ricerca dell’oro, pagava una piccola tassa alla sua famiglia, proprio per via di quel diritto ereditario.

«L’ultimo ad aver vissuto facendo il “cavor”, come qui chiamiamo i cercatori d’oro, è stato mio nonno. All’inizio del ‘900 era una professione che permetteva di guadagnare bene. Lo stipendio mensile di un operaio era di 100 lire, mentre raccogliendo un grammo d’oro se ne potevano guadagnare mille. Ha potuto farlo fino a quando non è arrivato il Fascismo. Con la campagna dell’“Oro alla patria” quella professione è scomparsa, anche perché tutto veniva requisito e mandato allo Stato. Mio nonno, che era uomo di fiume, è diventato un guardia parco».

La traduzione italiana della pergamena che attesta il privilegio ottenuto dalla famiglia Biffignandi dall’imperatore Barbarossa.

La traduzione italiana della pergamena che attesta il privilegio ottenuto dalla famiglia Biffignandi dall’imperatore Barbarossa.

Campioni del mondo

La passione per la ricerca dell’oro nel Ticino è stata comunque mandata avanti dalla famiglia Biffignandi, infatti Sergio, fin da ragazzo, nel tempo libero passava le giornate sulle sponde del fiume, a setacciare sassi e a cercare pagliuzze d’oro.

«È un lavoro per il quale ci vuole molta pazienza», continua. «Per saper raccogliere l’oro bisogna immaginarsi come ha lavorato il fiume dopo la piena. Nel Ticino di solito si deposita dietro alla sponda alta. Bisogna fare la prova e vedere dove ce n’è un po’. Prima si prendono i sassi nella sabbia, poi si puliscono a poco a poco e attraverso una lunga operazione di filtraggio, con appositi strumenti, si fa rimanere solo l’oro».

Se il Fascismo ha fatto scomparire i cercatori d’oro professionisti, la burocrazia negli anni ’70 ha rischiato di provocare l’estinzione anche di quelli amatoriali. Infatti, il Parco del Ticino aveva vietato di togliere qualsiasi cosa che si trovasse nell’area attorno al fiume.

«Fu in quell’occasione che feci valere il mio diritto e fondammo l’associazione dei cercatori d’oro, che ha prodotto cinque campioni del mondo alle gare in Norvegia». Il parco accettò la proposta di mantenere in vita quell’antica pratica, ma oggi c’è una nuova battaglia da combattere.

«Vengono con le pompe e aspirano tutto per prendere l’oro. Così si rovina però la natura. Perciò mi sto battendo affinché sia istituito il patentino per i cercatori doro».

Andrea Ballone

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La mia verità su Don Euro

Francesco Mangiacapra, l’escort di lusso già autore de “Il Numero Uno- confessioni di un marchettaro”, racconta i retroscena della doppia vita di Don Luca Morini, o Don Euro, come tutti lo chiamano oggi. Fu proprio Francesco il primo a parlarne alla Curia e ai magistrati

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Recentemente Francesco aveva documentato in esclusiva a Cronaca Vera anche la doppia vita di militare ed escort di Ciro Guarente, l’assassino di Vincenzo Ruggiero. Ecco il suo racconto su Don Euro, pubblicato in due puntate sul nostro settimanale, con foto e dossier esclusivo che trovate in edicola

 

 

Di Gigi Montero

 

MASSA- Riciclaggio, estorsione, truffa e appropriazione indebita. Nove faldoni e migliaia di pagine per raccontare la vita non di un boss, ma di un parroco, di quelle persone che sul pulpito predicano umiltà e onestà e che invece, secondo la Procura di Massa Carrara, avrebbe usato i soldi destinati alle famiglie disagiate per festini con gigolò, cocaina, viaggi e regali griffati. È la storia di Don Luca Morini, detto anche Don Euro per il modo in cui era sempre alla ricerca di denaro. Indagati con lui anche un ex sacerdote e perfino, per episodi definiti marginali, il vescovo Giovanni Santucci, il quale peraltro avrebbe corrisposto svariate somme a Don Euro pagandogli perfino una colf e dandogli l’usufrutto di una villetta da 200mila euro purché Don Euro – accusato per questo di estorsione- non rendesse pubblici “fatti incresciosi di molti preti diocesani”. L’ennesima storia di una Chiesa travolta da scandali mondani, che ne fanno a pezzi l’immagine. Soprattutto perché la Procura arriva dopo anni che la Curia era stata informata della situazione. Il vescovo si è al momento affidato ad una nota, spiegando che «il 15 maggio 2015, prima ancora che il caso di don Luca Morini assurgesse agli onori della cronaca nazionale, il vescovo aveva chiesto al sacerdote di non rientrare in parrocchia, per dare seguito a verifiche e approfondimenti circa la sua condotta. La volontà dell’istituzione ecclesiastica era, ed è stata, fin dal principio, di fare chiarezza, evitando ogni sorta di “copertura”. Tale decisione, in attesa della conclusione dell’indagine interna, esponeva, di fatto, il sacerdote don Morini a una mancanza di sostegno economico e il vescovo, a norma della legge canonica, ha dovuto provvederne al mantenimento anche perché il sacerdote lamentava condizioni economiche di bisogno; non era compito del Vescovo di verificarle, in ossequio al principio della doverosa assistenza pastorale. Inoltre, da maggio scorso, il conto corrente dello stesso sacerdote è stato congelato, provocando, di conseguenza, un intervento caritatevole temporaneo nei suoi confronti, dettato da una situazione di difficoltà oggettiva». Quanto a Don Euro, il suo avvocato Giovanna Barsotti assicura ai cronisti che il prelato ha commesso «peccati, non reati».

IL LIBRO SHOCK DI FRANCESCO MANGIACAPRA:

 

LE RIVELAZIONI A CRONACA VERA

Di fatto tutto è iniziato con le rivelazioni di Francesco Mangiacapra, l’escort di lusso napoletano autore di “Il Numero Uno- confessioni di un marchettaro” (Iacobelli editore), che peraltro nel suo recente libro molto si dilunga su orge e rapporti sessuali con parroci di diverse parti d’Italia. Fu lui, anni orsono, a raccogliere come un vero investigatore, le ricevute degli alberghi, quelle di spese costose, foto e filmati di Don Euro. A registrare telefonate e raccogliere video dove il parroco sniffava la coca. E a parlarne alla Curia, sdegnato che una persona del genere potesse dire messa e donare il corpo di Cristo. Fu lui, successivamente, vedendo che le cose non cambiavano, a rivolgersi ai giornali. Ed è oggi lui il testimone chiave dell’inchiesta. La seconda che lo vede come persona informata dei fatti: nei mesi scorsi, un’altra Procura lo aveva sentito per le sue documentatissime rivelazioni rilasciate al nostro settimanale sulla doppia vita di Ciro Guarente, il militare che uccise Vincenzo Ruggiero e che, ci dimostrò, si prostituiva da anni con uno pseudonimo. Ecco perché Cronaca Vera ha deciso di proporvi le nuove verità di Francesco, accompagnate dalle foto e dalle registrazioni che l’uomo ha fatto sulla vicenda di Don Euro.

IL LIBRO SHOCK DI FRANCESCO MANGIACAPRA:

 

PAROLE CHOC

Partiamo dall’inizio. Come ha conosciuto Don Euro e quando ha saputo che era un prete?

«L’ho incontrato diverse volte negli ultimi 5 o 6 anni. Inizialmente si spacciava per giudice promettendo grandi occasioni lavorative nel pubblico impiego a ragazzi evidentemente più ingenui di me. Non si può scherzare su un argomento tanto delicato come il lavoro, soprattutto al sud, soprattutto in questo periodo di crisi per molti. Lo avevo invitato a non sottovalutare la mia intelligenza, ma lui aveva deciso di sfidarla, dandomi il disturbo di costringermi ad arrivare a doverlo denunciare. Non si può sempre essere omertosi! Per questo le denunce sia alla Chiesa che ai giornali le ho inviate firmate a mio nome, non con l’intento di farmi pubblicità ma per mera coerenza, che è quella che da sempre mi contraddistingue, soprattutto perché convivo con l’idea di non dovermi nascondere né vergognare di nulla, perché ciascuno è libero di fare le scelte più congrue alle proprie aspettative».

L’AVVOCATO: “PECCATI, NON REATI”

Avevi esposto il caso alla Curia?

«Il Vescovo era perfettamente a conoscenza della situazione, già da prima che la notizia uscisse sui giornali e in tv, perché avevo avvertito prima la Chiesa, nell’auspicio che fossero presi provvedimenti, anche perché ciò che cercavo non era la visibilità mediatica. Appresa da me la notizia, il Vescovo non interveniva e neppure il Vaticano rispondeva alle mie raccomandate – delle quali conservo le ricevute di ritorno – per non sconvolgere e turbare un ordine che evidentemente era meglio mantenere così. Nel frattempo, lui continuava, indisturbato a distribuire il corpo di Cristo di domenica e a prendere corpi estranei il lunedì. Quando per la prima volta mi rivolsi alla Curia di competenza, fu il Vicario stesso a confermarmi che già era a conoscenza di tutto, ma che non erano intervenuti perché speravano in una “guarigione” del curato. Nonostante tutto, evidentemente lui si è sentito più intoccabile di quanto in realtà non fosse».

 

Don Euro

 

Quali sono gli episodi su Don Euro che hai fatto presente alla Curia e quale è stata la risposta?

«Alla Curia ho fornito un dossier circostanziato con le abitudini di vita del Morini. Mi creda se le dico che il primo messaggio di solidarietà l’ho ricevuto proprio da un prete, che mi ha scritto: “hai fatto bene, non siamo tutti uguali!”. Pensi che dopo lo scandalo, quando è venuto fuori il mio nome, sono stato contattato da alcune ex parrocchiane del prete che mi ringraziavano per aver fatto emergere tanto marcio! Qualcuna mi ha detto “grazie a te ho evitato di far evangelizzare mio figlio da lui”. Parlando con loro, è emerso che già prima dello scandalo la sua fama in paese non era propriamente positiva, tanto che era il soprannome di Don Euro, per le sue richieste continue di denaro ai fedeli, era precedente allo scandalo!»

 

Il vescovo sostiene di averlo rimosso nel 2015. Come si è comportata la magistratura ecclesiastica con te e quando si è fatta sentire?

«In realtà il Vescovo lo ha invitato ad autosospendersi per motivi di salute la sera prima che uscisse il primo articolo di giornale, avendo ricevuto notizia dai giornalisti che il giorno successivo la questione sarebbe venuta alla luce. Nel periodo successivo però avrebbe continuato a foraggiarlo, non solo con aiuti economici ma anche acquistando per lui una villetta costata oltre 200mila euro, così come è emerso dalle indagini preliminari della magistratura. Sono stato sentito come testimone chiave nonché come principale accusatore anche dalla magistratura ecclesiastica, che non mi è sembrata però troppo mossa dal reale intento di voler scoprire la verità: quando dopo qualche mese ho scoperto che Don Euro continuava a cercare ragazzi da incontrare – nonostante fosse già indagato – sono tornato alla Curia per portare le nuove prove e la risposta che ho avuto è stata una porta in faccia».

 

Quali episodi ha riferito alla Procura?

«Alla Procura ho riferito quello che avevo già detto alla Curia, alla quale avevo fornito un dossier, che nel frattempo la magistratura aveva già acquisito. Foto e video che inequivocabilmente dimostravano che la condotta di Don Euro era abituale e convinta. Niente affatto occasionale o indotta».

 

C’era solo lui o c’erano altri preti della zona nel suo dossier?

«Lui era solo, ma attualmente gli indagati sono tre: il Vescovo, che a quanto pare lo ha avallato, forse perché ricattato, e un giovane ex sacerdote, che Don Euro stesso aveva indotto a prendere i voti. Le indagini preliminari però hanno parlato anche di ricatti ordini da Don Euro nei confronti del vescovo: a quanto pare Don Euro era a conoscenza della condotta viziosa di altri sacerdoti della stessa diocesi. Ho veramente scoperchiato il vaso di Pandora».

 

Don Euro non è però l’unico prete che ha conosciuto. Nel suo libro “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro” c’è una lunga parte dedicata ai preti peccaminosi che ha avuto modo di incontrare nel corso della sua carriera. Qual è il suo parere riguardo i sacerdoti che cercano sesso e più precisamente sesso a pagamento?

«Mi piace pensare che i preti che vengono con me non siano anime da salvare ma solo cuori e menti da liberare: fondamentalmente il mio lavoro è simile a quello dei preti, solo più scrupoloso.

Forse se la Chiesa non imponesse il celibato ai sacerdoti, sarebbero tutti più sereni con sé stessi e con il mondo. Non voglio essere un anticlericale accanito, in realtà nel mio libro ho voluto solo far emergere il marcio di qualche mela: se poi qualcuno vuole ritenere tutte le altre mele appetibili, non sarà certo il mio racconto a far traboccare il cesto! La Chiesa è una grande lobby, che da millenni specula sulla credulità delle persone. Io non sono nessuno in confronto. Ognuno fa il suo gioco, e capita che qualche volta un gigante inciampi in una formica».

 

Cosa vorrebbe dire oggi a Don Euro?

«Gli augurerei sinceramente di trovare la sua strada, che evidentemente non è quella della guarigione, come la Chiesa gli prospetterebbe. Auspicherei che possa vivere la sua vita facendo le sue scelte alla luce del sole e senza sensi di colpa. Sudando, però, e guadagnando con la propria fatica tutto il denaro che spendeva, come ho sempre fatto io. E se fossi misero d’animo come si è dimostrato lui, gli augurerei di essere trattato nello stesso modo in cui lui si rivolgeva ad autisti, camerieri e sottoposti vari. Denigrandoli e deridendoli. Solo un po’ di contrappasso nelle cornici del Purgatorio per scontare tutti i soldi trafugati ai fedeli, tanto per apprezzare di più il Paradiso di cui tanto discorreva dal pulpito».

IL LIBRO SHOCK DI FRANCESCO MANGIACAPRA:

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VIVO COME UN TOPO IN UNA CANTINA BUIA

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Panettiere per tutta una vita, ha perso l’impiego per delle circostanze sfortunate e diversi guai familiari, e ora si ritrova solo e disperato, rintanato in un bugigattolo all’insaputa del suo proprietario

 

 

 

Torino

Ha perso il lavoro e ora è costretto a sopravvivere, nel vero senso della parola. Vincenzo Costantino è un uomo di 49 anni senza più un domicilio, senza un lavoro, senza una compagna al suo fianco, e tira a campare nascosto in un’angusta cantina che ha occupato all’insaputa del proprietario e trasformata in un alloggio di fortuna. Il seminterrato, che si trova in un complesso di edilizia popolare nella zona nord di Torino, è tutto ciò che gli è rimasto della sua vita precedente. La sua è una storia di drammatica emarginazione, costellata di fatti spiacevoli, di episodi sfortunati, e di persone che gli hanno voltato le spalle nel momento del bisogno. Vincenzo ha sempre fatto il panettiere e per un certo periodo, la sua vita era fatta di pura normalità. Quella tutti hanno, o cercano, al giorno d’oggi: un lavoro, una moglie e una prole, in questo caso una figlia.

Un 49enne ha perso il lavoro e la famiglia

Nel fine settimana, prima di perdere tutto, il 49enne vendeva bandierine e gagliardetti allo stadio, aiutando i genitori in una modesta attività cessata lo scorso marzo con la scomparsa del padre e con un incidente della madre in autostrada, proprio mentre la famiglia raggiungeva uno dei tanti stadi italiani per vendere le bandiere e racimolare qualche soldino da mettere da parte.

Un guaio dopo l’altro

Invece, la sorte ha voluto essere spregevole con Vincenzo e gli ha tolto tutto, forse anche la speranza di vivere in un mondo migliore. La madre è finita in coma e ora si trova in Sicilia, lontana da tutto e da tutti, e per lui piano piano le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega. Vincenzo ha perso il lavoro da panettiere e oggi, senza alcuna altra scelta, sopravvive lavorando due notti alla settimana, il martedì e il venerdì, presso dei panificatori marocchini che lo pagano una miseria.

Tira a campare nascosto in un alloggio di fortuna

«Ho avuto dei problemi in famiglia e mi sono ritrovato da solo, come un cane», racconta l’uomo. «O forse anche peggio».

Per lui poi sono iniziati anche altri tipi di guai.

Dopo la separazione da mia moglie mi ero trovato un’altra compagna che lavorava con me in panetteria, ed è stata proprio lei qualche anno fa, dopo una lite, ad accoltellarmi mentre stavo lavorando».

Da allora la vita di Vincenzo è stata come una discesa negli inferi. Si è ripreso da quel dolore, ma non è stato più lo stesso.

«Oltre a una serie di problemi fisici ho anche perso anche la stanza dove dormivo non avendo più il lavoro che mi consentiva di pagare l’affitto», racconta sconsolato.

Paura e sfiducia

Oggi vive in una cantina buia e umida, sgattaiolando dentro e fuori per non incrociare qualche condomino, nel timore che possa essere cacciato, o peggio, di imbattersi il proprietario. Perché la gente, spesso e volentieri non si fa problemi a essere severa con chi ha dei problemi, e non conoscendo la storia di Vincenzo, qualcuno potrebbe scambiarlo erroneamente per un ladruncolo o un poco di buono. Al momento l’uomo prova a campare con 240 euro al mese, una cifra bassissima, che non gli consente di sborsare più i 180 euro per la stanza che occupava presso un pensionato, altrimenti non avrebbe più i soldi per mettere qualcosa sotto i denti.

«Vivo come tanti, il giorno mangio alla mensa del Cottolengo e la sera, quando sono sicuro che nessuno mi veda, rientro in questo spazio che mi sono creato, e prego sempre che non mi becchino» spiega.

Molte persone gli hanno voltato le spalle nel momento del bisogno e se ora qualcuno volesse dargli una seconda possibilità, offrendogli un lavoro dignitoso, può contattarlo personalmente

Nonostante la buona volontà per cercare di trovare un impiego come panettiere, «per rimettermi in carreggiata», Vincenzo riesce oggi a malapena a lavorare il fine settimana.

«Vado dove hanno bisogno, ma spesso vengo pagato 20 o 30 euro per 12 o più ore di lavoro. Non so quanto potrò andare avanti con questa vita».

Anche i nervi sono molto tesi. La paura è tanta, e la fiducia nel prossimo sempre di meno. Chi volesse dare una seconda opportunità lavorativa a Vincenzo, magari un lavoro da panettiere che lui esercita con professionalità da una vita, lo può contattare al numero di telefono 349.5636421.

Filippo La Guerra

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NEL SUO MARTIRIO LE FONDAMENTA DELLA NOSTRA UMANITA’

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Beata Salkaházi vergine e martire. Dedicò la sua vita al servizio dei deboli

 

 

Roma

Sara Salkaházi (in origine Schalkház), nasce da una famiglia borghese di origini tedesche l’11 maggio 1899 a Kassa, l’odierna Košice, in Slovacchia, e lì studia dalle Orsoline fino a ottenere il diploma di maestra. Dopo il trattato di pace di Trianon (firmato il 4 giugno 1920, che stabilisce le sorti dell’Ungheria al termine della Prima guerra mondiale) deve lasciare il suo lavoro d’insegnante perché rifiuta di giurare fedeltà al governo cecoslovacco.

Tenace e volenterosa, persiste con risolutezza nel suo cammino ed entra a far parte della vita letteraria dell’epoca, prima come umile assistente rilegatore, poi come scrittrice e giornalista. Dal 1919, Sara pubblica i suoi articoli sui quotidiani della sua città natale, sul “Giornale Ungherese di Praga” e nel 1926 diventa redattrice del “A NÈP”, il manifesto del Partito Sociale Cristiano della Cecoslovacchia. Lo stesso anno pubblicata la sua prima novella, dal titolo “Il flauto dolce nero” e comincia a percepire la sua vera e profonda vocazione.

Nel 1929 entra nella società delle Suore dell’Assistenza del Servizio Sociale, a Budapest, e si dedica con fervente ardore alle minoranze di ragazze e donne cattoliche del suo Paese

Sostenuta dalla fede, nel 1929 entra nella società delle Suore dell’Assistenza, a Budapest, dedicandosi con fervente ardore alla minoranza di ragazze e donne cattoliche ungheresi.

«Una suora dell’assistenza è una fiaccola», dirà frequentemente. «Dobbiamo illuminare il cammino che porta la gente a Dio».

Tradimento!

Nel 1940 prende il voto perpetuo e, con il permesso delle superiori, offre la sua stessa vita in caso cominciasse la persecuzione della Chiesa, della Società e delle suore.

Il 19 marzo 1944 Hitler decreta l’occupazione dell’Ungheria e Suor Sara, salda nelle proprie convinzioni, insieme con le consorelle dell’Assistenza, con varie traversie, sprezzo del pericolo e alto senso di umanità, salva migliaia di profughi ebrei, fornendo loro documenti falsi, oltre a un rifugio e delle benevole cure.

A un certo punto però, la 17enne Erzsébet Dömötör, cameriera che era stata trasferita in un altro istituto a causa di una relazione sentimentale impropria con un soldato ungherese, per ripicca denuncia le Suore del Servizio Sociale, e il 27 dicembre 1944 le Croci frecciate irrompono nella casa al numero 3 di via Bokréta. La volontà e le preghiere non frenano gli aguzzini, i quali sequestrano i rifugiati ebrei e con loro Suor Sara Salkaházi e Vilma Bernovits, quest’ultima catechista e sua affezionata amica. Senza tanti convenevoli, né una regolare sentenza, i violenti militari nazisti trascinano tutti sulla riva del Danubio, sotto il ponte della Libertà, dove li costringono a denudarsi e li fucilano in massa.

Fu fucilata e poi gettata nel Danubio dai nazisti ungheresi, nel dicembre 1944, mentre dava rifugio a un centinaio di ebrei – Il processo di beatificazione è stato introdotto nel 1997

Senza alcun miracolo

Uno dei militari del plotone di esecuzione, racconterà durante il proprio processo gli ultimi istanti di vita di Suor Sara: «Prima che rimbombassero gli spari, una piccola donna dai capelli neri e corti si girò con un’inspiegabile tranquillità d’animo verso i suoi giustizieri, li guardò per un istante negli occhi, si inginocchiò e, alzando gli occhi al cielo, si fece un ampio segno della croce».

Sara Salkaházi lascia questa valle di lacrime con dignità e pietà per chi la sta uccidendo, raggiungendo così il regno eterno, senza il conforto dei sacramenti.

L’avvio verso la beatificazione, con il nulla osta della Santa Sede, comincia il 14 dicembre 1996, e la Salkaházi viene innalzata agli onori degli altari da Benedetto XVI il 17 settembre 2006, senza la necessità di un miracolo avvenuto per sua intercessione.

«Essa si offrì di assumersi il rischio per i perseguitati in tempi di grande paura. Il suo martirio è ancora attuale e ci regala le fondamenta della nostra umanità», recita la proclamazione di Papa Benedetto XVI. Se Salkaházi sarà canonizzata, diventerà la prima donna ungherese non appartenente alla famiglia reale a essere proclamata santa.

Padre Leo di Grazia

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