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Eva Braun, per anni è stata l’amante invisibile

Dopo un anno, sentendosi trascurata, tentò il suicidio – Da quel momento, il suo amato promette di non abbandonarla mai più – Nonostante il suo ruolo era la donna più infelice del Terzo Reich

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UN’ESISTENZA NELL’OMBRA…

 S’incontrarono nello studio del fotografo ufficiale del futuro dittatore.  La loro relazione divenne seria tre anni dopo

Goebbels e Speer descrivono Eva Braun come un'oca giuliva che viveva solo in funzione del suo uomo, Adolf Hitler, dal quale era pronta ad accettare tutto. Visse per 16 anni nell'ombra, accontentandosi degli scampoli di tempo che il dittatore le concedeva.

Goebbels e Speer descrivono Eva Braun come un’oca giuliva che viveva solo in funzione del suo uomo, Adolf Hitler, dal quale era pronta ad accettare tutto. Visse per 16 anni nell’ombra, accontentandosi degli scampoli di tempo che il dittatore le concedeva.

Lei inizialmente non lo aveva nemmeno riconosciuto – Aveva 17 anni e lavorava come apprendista e commessa – Con imbarazzo ed esitazione accettò la corte discreta di un così importante persona

 

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Ecco come appariva Hitler nel 1929, quando incontrò Eva. Va detto che l’immagine fu abilmente ritoccata e trasformata in “santino” del futuro dittatore

 

Dopo un anno, sentendosi trascurata, tentò il suicidio – Da quel momento, il suo amato promette di non abbandonarla mai più – Nonostante il suo ruolo era la donna più infelice del Terzo Reich

 

Berlino

«Io ho sposato la Germania, la signorina Braun non esiste».

Questo il severo ordine impartito da Hitler al ministro della Propaganda Goebbels quando cominciarono a circolare le voci di una sua possibile relazione con Eva Braun una ragazzotta bionda, belloccia, ma tutto sommato insignificante, che aveva conosciuto dall’amico e suo fotografo ufficiale Hoffmann. Le si era presentato come Herr Wolf e lei non lo aveva neppure riconosciuto, nonostante passasse il tempo a riordinare le sue fotografie vendute come santini alle grandi adunate del partito. Era l’ottobre del 1929 ed Eva era stata da poco assunta come apprendista fotografa, commessa e ragazza di bottega. Per Eva era il primo impiego dopo avere studiato inglese, francese, dattilografia, ragioneria ed economia domestica.

Lo studio fotografico Hoffmann documentava tutte le attività del movimento, pubblicava servizi fotografici sui congressi del partito e stampava brossure di propaganda come “Germania svegliati!”.

Hoffmann era il fotografo personale di Hitler e, allo stesso tempo, influente membro del partito e ritrattista per le occasioni private e pubbliche di tutta l’élite nazista.

Inizialmente, il rapporto tra Hitler ed Eva Braun fu platonico. Il Führer si limitava a portarle fiori e scatole di cioccolatini e lei era lusingata delle attenzioni di un così importante personaggio che per molti tedeschi cominciava a diventare una sorta di semidio cui tutto era dovuto per il futuro bene della nazione.

Bella, colta, raffinata, elegante, Magda Goebbels era lontana anni luce dallo stereotipo della donna nazista. Idolatrava Hitler che a sua volta ne era ammaliato, anche se ci sono prove di una loro relazione.

Bella, colta, raffinata, elegante, Magda Goebbels era lontana anni luce dallo stereotipo della donna nazista. Idolatrava Hitler che a sua volta ne era ammaliato, anche se ci sono prove di una loro relazione.

Una vita di attese

Un po’ impacciata e titubante accettò la corte discreta del grand’uomo. Gli incontri avvenivano sempre durante il giorno, Eva scriveva a Hitler brevi messaggi che poi infilava nella tasca del suo impermeabile quand’era appeso nel guardaroba dello studio fotografico. Il Führer la lasciava fare senza prendere alcuna iniziativa.

Secondo la signora Winter, la governante di Hitler, finché ci fu la nipote Geli il rapporto rimase molto formale, ma nel 1932 si accorse che i due non si frequentavano più solo platonicamente.

La stessa Eva accennò il fatto alla sorella Gretl quando, guardando una foto del primo ministro inglese Chamberlain a colazione nell’appartamento di Hitler, ridacchiando affermò:

«Se quel sofà potesse parlare…».

Eva passò buona parte della sua vita in attesa che Hitler avesse tempo da dedicarle. Nel 1932, abitava ancora in casa dei genitori, ignari di tutto, e divideva la stanza con le sorelle.

Il suo unico legame con il grand’uomo era un telefono, spacciato per necessario per la ditta, ma solo lui poteva chiamarla. Quando suonava, Eva si metteva a letto e si copriva con le coperte, così poteva parlare indisturbata con il suo amante. Ma le chiamate giungevano sempre più raramente, Hitler era impegnato in una durissima campagna elettorale e non aveva tempo di amoreggiare.

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Hitler, con accanto Göring, saluta la folla che lo acclama nuovo Cancelliere del Reich. La notizia, anziché rallegrare Eva la rese triste e malinconica perchè il suo Adolf avrebbe avuto ancora meno tempo da dedicarle.

Orgoglio e gelosia

Eva, sfinita dall’attesa, il 1° novembre 1932 inviò una struggente lettera d’addio a Hitler e poi, con il revolver del padre, si sparò un colpo alla gola. Nonostante l’abbondante perdita di sangue riuscì a chiamare un medico, il dottor Plate, cognato di Hoffmann che la fece condurre in ospedale. Ai genitori accorsi al suo capezzale disse che si era trattato di un incidente causato dalla sua inesperienza a maneggiare le armi.

Quando Hitler apprese del tentato suicidio si precipitò da Eva, promettendole che non l’avrebbe mai più abbandonata.

Il 1° gennaio 1933 l’invitò a teatro e dopo la presentò ufficialmente a Putzi Hanfstaengl, nel cui sontuoso appartamento si concluse la serata, cui erano presenti anche Rudolf Hess con la moglie e Heinrich Hoffmann insieme a Sofie Spork, con cui si era fidanzato dopo la morte della prima moglie.

Tre giorni dopo si svolse il fatidico incontro tra Hitler e Franz von Papen, nella casa del banchiere di Colonia von Schroeder che preparava la caduta del Cancelliere in carica e la conseguente nomina di Hitler.

Il 30 gennaio 1933, l’annuncio che il suo uomo era diventato la personalità più importante del Reich dopo il presidente Hindenburg, non riempì Eva di gioia, ma di preoccupazione: Adolf avrebbe dovuto passare più tempo a Berlino, dove c’era quella che riteneva la sua più pericolosa rivale, Magda Goebbels.

Heinz von Fait

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PERSE LA VITA PER IL SUO REGGISENO

I contorni di un omicidio di settant’anni fa. La vittima era una donna di mezza età uccisa lungo un sentiero di montagna. Le indagini portarono a un muratore con tendenze feticiste – L’assassino voleva dalla donna la biancheria intima e al suo rifiuto l’ha uccisa e derubata della catenina d’oro e dell’orologio.

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MISTERI E DELITTI

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

I contorni di un omicidio di settant’anni fa. La vittima era una donna di mezza età uccisa lungo un sentiero di montagna. Le indagini portarono a un muratore con tendenze feticiste – L’assassino voleva dalla donna la biancheria intima e al suo rifiuto l’ha uccisa e derubata della catenina d’oro e dell’orologio.

 

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

L’uomo andò a vendere a Torino gli oggetti e l’orefice avvertì la Polizia – Fu fermato e dopo un lungo interrogatorio finì per confessare il crimine – Fu condannato a venticinque anni di carcere

 

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Aosta

Angela Cavalli, all’inizio dell’estate, si rifugiava tra le fresche valli aostane. Quell’anno, siamo nel 1954, aveva scelto Entréves, a pochi chilometri da Courmayeur, trovando ospitalità in una pensione. Angela era una persona tranquilla, di mezza età, con una piccola attività commerciale che le permetteva di concedersi una breve vacanza in montagna. Da qualche giorno era giunta nella stessa pensione una ragazza che finì per attirare la sua attenzione, perché aveva lo sguardo triste, zoppicava leggermente ed era molto riservata. La giovane si chiamava Jolanda Bergani. Le due donne fecero presto amicizia e la nuova arrivata raccontò ad Angela la sua angosciante storia.

«Sono rimasta orfana a sedici anni e di conseguenza sono stata costretta ad andare a servizio presso una famiglia, dove il figlio del padrone di casa mi ha violentato, ma per non perdere il posto sono rimasta in silenzio», le racconta Jolanda. «Qualche mese dopo mi resi conto di essere rimasta incinta e il giorno che anche la padrona di casa si è accorta del mio gonfiore alla pancia, capendo che ero incinta e mi ha licenziato su due piedi».

Jolanda ebbe la fortuna di trovare una donna anziana che la ospitò in casa propria, dove dette alla luce un bambino, al quale fu imposto il nome di Ugo. Era un bimbo gracile, bisognoso di cure e fu necessario pertanto farlo ricoverare in una struttura sanitaria.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Lungo il sentiero

Le disgrazie, dice un proverbio, non vengono mai sole e Jolanda, poco tempo dopo si ammalò di tubercolosi. Dopo alcuni mesi di ricovero era stata dimessa e ora era giunta a Entréves perché, secondo il parere dei medici, l’aria di montagna avrebbe accelerato la sua guarigione. Questa storia di dolore e di umiliazioni finì per intenerire il cuore di Angela, che si sentì in dovere di proteggere la giovane nuova amica. Le due donne trascorrevano molto tempo in piacevole compagnia. La gente le guardava con ammirazione, perché capiva che stavano coltivando una bella amicizia.

Un pomeriggio Angela, dopo un breve riposo, nell’attesa d’incontrare nel giardino della pensione la giovane amica, andò a fare una breve passeggiata. Contava d’impiegare circa mezzora. Invece, alcuni villeggianti la videro allontanarsi, ma non più rientrare. Jolanda, una volta giunta in giardino, iniziò a cercarla. Si avviò lungo il sentiero che spesso percorrevano assieme, la chiamò forte, ma di Angela non c’era alcuna traccia. Con il diffondersi della notizia della scomparsa di Angela, la preoccupazione iniziò ad aumentare tra i villeggianti, che verso sera decidono di avvertire i carabinieri.

Angela Cavalli fu trovata esanime lungo un sentiero, con le vesti scomposte e il reggiseno strappato. Si pensò subito a un delitto a sfondo sessuale. La perizia necroscopica accertò che non aveva subito alcuna violenza sessuale e che la morte era avvenuta per soffocamento. Fu poi accertato che alla vittima erano stati rubati l’orologio da polso e la catenina d’oro che portava al collo. Supponendo che poteva trattarsi di un omicidio a scopo di furto, si cercò di scoprire chi, tra gli ospiti della pensione, viveva in ristrettezze economiche. I primi sospetti caddero su Jolanda, ma contemporaneamente, un orefice di Torino segnalò alla polizia di avere acquistato da un uomo di mezza età, con residenza ad Aosta, una catenina d’oro e un orologio da polso. Erano quelli rubati ad Angela Cavalli. Gli accertamenti degli inquirenti portarono a Nadi Chibono, un muratore che abitava ad Aosta. L’uomo confessò.

«Ero a Entréves per incontrare un impresario che mi aveva promesso un lavoro … ho incontrato una donna che ha suscitato in me vogliosi pensieri. Mi sono avvicinato per chiederle in bei modi di regalarmi il reggiseno, ma lei prima si è messa a ridere, poi mi ha dato uno schiaffo. Allora le ho messo una mano dentro la camicetta, lei si è ribellata… non mi ricordo che cosa sia avvenuto poi. So solo che mi sono trovato in tasca la catenina e l’orologio. Erano due oggetti belli che avrei voluto conservare, ma avevo bisogno di soldi e così decisi di venderli».

Gli fu poi chiesto perché volesse il reggiseno.

«È un indumento che mi fa perdere la testa e mi fa sognare … non m’interessa la donna, quanto il suo reggiseno».

La Corte lo condannò a venticinque anni di carcere, che scontò tra Torino, Milano e Pavia.

Enzo Valentini

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SPREMIAMO IL PRETE POI FILIAMO IN AMERICA

Una diabolica coppia d’innamorati coinvolse un sacerdote in una tresca erotica. La vicenda si concluse con un omicidio

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Una diabolica coppia d’innamorati coinvolse un sacerdote in una tresca erotica. La vicenda si concluse con un omicidio 

La famiglia della ragazza osteggiava il suo matrimonio perché l’uomo che lei amava era un poco di buono – I due escogitarono un piano per procurarsi una grossa cifra di denaro e poi scappare

Suggestionata dal fidanzato, la ragazza ammazzò a coltellate il religioso, che aveva sedotto e ricattato – Lei morì in carcere nel 1926, lui tornato in libertà, perì nella ritirata di Caporetto

 

Adelina Blasi mentre uccide don Saverio, che aveva ricattato per molto tempo. Con i soldi dell’ultimo ricatto sarebbe andata in America, insieme con il fidanzato Bernardo, dove si sarebbero rifatti una vita. (Da un disegno del “Diavolo rosa”, del 1906)

Adelina Blasi mentre uccide don Saverio, che aveva ricattato per molto tempo. Con i soldi dell’ultimo ricatto sarebbe andata in America, insieme con il fidanzato Bernardo, dove si sarebbero rifatti una vita. (Da un disegno del “Diavolo rosa”, del 1906)

Torino

Era una coppia che si faceva notare. Lei, Adelina Blasi, era bella, giovane e sempre vestita con un tocco di originalità. Lui, Bernardo Rossini, era alto, robusto e, seppur con qualche anno in più, destava vivaci interessi tra le donne. I due si amavano, ma era un amore contrastato dai genitori di lei, i quali avevano scoperto che Bernardo aveva dovuto saldare qualche conto con la giustizia. Non grandi cose, ma si trattava sempre di ombre che offuscavano la sua onestà.

I genitori misero al corrente la figlia di quanto avevano scoperto, ma lei non volle sentire.

«Lo amo e lo sposerò», disse la figlia.

«Non possiamo vietarti di amarlo, ma faremo tutto il possibile per impedire che lo sposi», fu la replica del padre.

I genitori avevano ragione, Bernardo non era in grado di mantenere una famiglia, non aveva alcun lavoro e viveva di espedienti. I suoi genitori gli avevano lasciato un piccolo alloggio dietro alla Gran Madre, che lui aveva ipotecato. Bernardo era abile nel gioco delle tre carte e conosceva una rete di ladruncoli e truffatori, con i quali faceva “degli affari”. Viveva alla giornata, ma alla sua Adelina diceva di essere “nel mondo del commercio”.

La domenica i due passeggiavano per via Po, per poi girare in via Roma e andare a Messa nella chiesa di San Carlo, dove conobbero don Saverio, un prete affabile, loquace, con il quale avviarono subito un piacevole dialogo. Bernardo, che aveva qualche conoscenza nel restauro dei mobili, si offrì per restaurare un inginocchiatoio che don Saverio aveva nel suo piccolo appartamento parrocchiale.

Bernardo Rossini, era un uomo di bell’aspetto, aveva qualche anno più di Adelina, ma soprattutto era un poco di buono.

Bernardo Rossini, era un uomo di bell’aspetto, aveva qualche anno più di Adelina, ma soprattutto era un poco di buono.

Un perfido gioco

Poteva diventare un bel rapporto se don Saverio non avesse iniziato a guardare Adelina con occhi vogliosi. Bernardo se ne accorse e, invece di chiarire il rapporto, fece il possibile per aumentare nel sacerdote il desiderio peccaminoso, costringendo la donna a provocarlo. La ragazza, in un primo tempo, cercò di opporsi al perfido gioco, ma poi non se la sentì di contrastare il suo Bernardo e iniziò a sedurre il sacerdote.

Non passò molto tempo e il religioso e la donna finirono per diventare amanti, con la tacita approvazione di Bernardo, il quale aveva scoperto che don Saverio era di famiglia ricca: il giorno della sua ordinazione sacerdotale, i genitori gli avevano regalato un calice d’oro, che conservava nell’appartamento. Inoltre, aveva un conto in banca sul quale il padre, di tanto in tanto, faceva dei versamenti. Bernardo convinse Adelina a chiedere dei prestiti a don Saverio, il quale in un primo tempo “aprì il borsello senza  battere ciglio, ma poi quando le somme richieste aumentarono iniziò a rifiutarsi di pagare”.

Bernardo costringeva Adelina a chiedere continuamente denaro, con la promessa di sposarla in breve tempo e di farle trovare una bella casa. Adelina, plagiata dall’uomo che amava, iniziò a minacciare il povero prete di rivelare la loro tresca ai parrocchiani se non le avesse dato altro denaro.

La Gran Madre, dopo piazza Vittorio Veneto. Adelina abitava con la famiglia nelle case sulla destra.

La Gran Madre, dopo piazza Vittorio Veneto. Adelina abitava con la famiglia nelle case sulla destra.

Terribile maledizione

«Chiudiamo questa storia», le disse un giorno Bernardo. «Chiedi al prete una bella somma e poi partiamo per l’America, dove ci sposeremo e saremo felici».

Adelina prese alla lettera la proposta di Bartolomeo e, dopo un incontro galante con don Saverio gli chiese una somma molto elevata.

«Paga e scomparirò per sempre», gli disse.

Lui si rifiutò e allora lei afferrò un coltello e si scagliò come un’ossessa sul prete, colpendolo una decina di volte.

Il cadavere di don Saverio fu scoperto il giorno seguente. Sulla base delle testimonianze di una portinaia che aveva immaginato la tresca del prete con la donna i carabinieri arrivarono alla bella Adelina e a Bernardo. Il processo si svolse nel giro di una settimana, dopo che la donna confessò di avere ucciso il prete, mentre Bernardo dichiarò di essere estraneo ai fatti. Il 18 ottobre 1902, la Corte pronunciò la sentenza. Adelina Blasi fu condannata a trent’anni di carcere, mentre Bernardo Rossini se la cavò con quindici. Lei morì in carcere in seguito a una polmonite, nel 1926. Lui fu rimesso in libertà nel 1917 e subito chiamato sotto le armi. Morì durante la ritirata di Caporetto. Qualcuno disse che sulla coppia gravava la maledizione di don Saverio. E forse era proprio così.

Enzo Valentini

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Focus

COSTRETTI IN PROCESSIONE DAVANTI ALLA SUA TESTA

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

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Nel XIV secolo lo stato pontificio contava più briganti che preti

Il brigantaggio era la conseguenza delle condizioni di vita dei contadini

 

I nobili e, in parte, della Chiesa si arrogavano i tre quarti dei sudati prodotti della terra – Davanti a una simile ingiustizia anche dei religiosi si affiancarono ai malviventi – Il più celebre fra loro fu preso, decapitato e usato come monito

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

 

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

 

Roma

«Abbiamo più briganti che preti», disse Papa Gregorio XIII al figlio Giacomo. Erano gli “anni foschi” dello Stato Pontificio, nella seconda metà del XIV secolo. In quel tempo, i Papi avevano la loro donna e anche dei figli, amministravano la Chiesa e lo Stato con sistemi che non avevano nulla di cristiano e vivevano nel lusso. Un cronista del tempo riferisce che “nello Stato Pontificio c’erano circa trentamila briganti”.

La risposta a come mai la gente si dava al brigantaggio è nelle condizioni di vita dei contadini. La maggior parte di loro lavoravano duramente un fazzoletto di terra e quando arrivava il tempo della raccolta passavano gli sgherri del Principe che si prendevano la metà dei frutti della terra, poi toccava ai delegati della Chiesa che si prendevano la metà di quello che era rimasto. Alla fine al contadino rimaneva un quarto del raccolto, che non bastava a passare l’inverno.

Le persone “timorate di Dio” piegavano la testa e tiravano avanti pregando e lavorando, ma c’era anche chi si ribellava a queste ingiustizie e finiva per darsi alla macchia e iniziava la lotta contro le guardie pontificie, sempre più agguerrite e spietate.

Il Governatore si vantava di avere piazzato otto forche tra Frosinone e Anagni, affidandole a quattro boia, ma anche alcuni preti coraggiosi iniziarono a prendere posizione, condannando dai pulpiti il suo operato. Questa reazione non diede i frutti sperati, quindi anche dei religiosi finirono per raggiungere i briganti in montagna. Tra questi c’era il leggendario prete Guercino.

Il re della città*** Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

Il re della città***
Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

 

Era santo e demonio

Sono tante le leggende intorno a questo personaggio, che finì per diventare il “re della montagna”, in contrapposizione al “re della città”, che era il Papa. Una di queste racconta che “portava con sé sempre due fidati amici, il Vangelo e la spada”. Il suo motto era “dare sante bastonate a chi toglieva il pane dalla bocca dei fratelli, senza mai uccidere, perché la vita è un dono di Dio”, ma prima di dare le “sante bastonate” ai proprietari terrieri che sfruttavano i contadini, leggeva sempre un passo del Vangelo.

Questo prete, considerato santo dalla povera gente e demonio dai ricchi, partecipò a diverse spedizioni punitive organizzate da Marco Sciarra, il brigante gentiluomo che si proclamava “mandato da Dio contro gli affamatori del popolo”. E quando alla compagnia si unì anche Tommaso Forago dell’ordine di San Lorenzo e i cappuccini Antonio Macchia e Antonio Saccomanni, si formò la “Compagnia della Santa Giustizia”.

A questo punto Gregorio XIII ordinò al Governatore di fermare “un simile scandalo”. Iniziò così una caccia spietata ai “preti briganti”, che finirono in breve tempo nelle carceri pontificie.

Papa Gregorio XIII volle incontrare personalmente padre Guercino. Il colloquio durò un quarto d’ora e al termine “il Papa invocò la clemenza divina sul povero prete e questi invocò la stessa clemenza divina sul povero Papa”.

Padre Guercino fu poi processato e condannato a morte.

Il re della montagna*** Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Il re della montagna***
Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Predizione azzeccata

La grazia del Papa non arrivò e Padre Guercino trascorse in cella i suoi ultimi giorni, pregando, leggendo il Vangelo e meditando. Un giorno disse al suo carceriere che “davanti al tribunale divino l’avrebbe preceduto il Papa”.

Era una preveggenza, perché Gregorio XIII morì il 10 aprile 1585 e padre Guercino fu decapitato il 4 maggio.

Sisto V, che successe a Gregorio XIII, non si accontentò di fare decapitare il “prete brigante”, ma ordinò che la sua testa fosse esposta per tre giorni nel cortile dell’Angelo, a Castel Sant’Angelo, e costrinse il clero romano ad andare a vedere la macabra scena “affinché ogni prete si rendesse conto della fine riservata a coloro che si ribellano alla Santa Madre Chiesa”.

Il corpo di padre Guercino fu poi bruciato e le ceneri gettate nel Tevere “per disperdere ogni ricordo del prete brigante”. Davanti a tanta crudeltà, su alcuni muri vicini a Castel Sant’Angelo, mani ignote scrissero una frase che poi volò di bocca in bocca, diventando proverbiale: “Nemmeno Cristo perdonerà Papa Sisto”.

Quando poi morì questo pontefice, si diffuse la voce che fosse venuto a prenderlo il Demonio, perché mentre esalava l’ultimo respiro un uragano spaventoso si scatenò su Roma.

Enzo Valentini

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