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PAGA, O DICIAMO CHE SEI UN PEDOFILO!

Una banda di ragazzini adescava uomini in Internet. Poi li ricattava per estorcere loro denaro e regali. A capo della banda c’erano una 14enne e una 15enne che contattavano adulti vogliosi e si facevano inviare foto compromettenti, dopo di che svelavano al malcapitato la loro vera età

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IN QUESTA STORIA IL PIU’ PULITO HA LA ROGNA…

 

Una banda di ragazzini adescava uomini in Internet. Poi li ricattava per estorcere loro denaro e regali. A capo della banda c’erano una 14enne e una 15enne che contattavano adulti vogliosi e si facevano inviare foto compromettenti, dopo di che svelavano al malcapitato la loro vera età

Nei guai sono finiti 10 minorenni e due loro amici di poco maggiorenni, mentre le tre “vittime” del raggiro a luci rosse sono state denunciate per possesso di materiale pedopornografico

 

Sesso virtuale e incontri hard*** Le intercettazioni telefoniche hanno portato alla luce le attività criminali della banda di estorsori in erba, che ricattavano adulti in rete estorcendo loro denaro, cellulari e ricariche telefoniche.

Sesso virtuale e incontri hard***
Le intercettazioni telefoniche hanno portato alla luce le attività criminali della banda di estorsori in erba, che ricattavano adulti in rete estorcendo loro denaro, cellulari e ricariche telefoniche.

Forlì (Forlì-Cesena)

Quando gli inquirenti, la scorsa estate, si misero sulle tracce di un pedofilo che aveva fatto sesso con due ragazzine di 15 e 14 anni, mai avrebbero immaginato che la circostanza si sarebbe improvvisamente capovolta e che si sarebbero ritrovati a indagare su una “baby gang” che del “vizietto” di alcuni adulti, aveva fatto la propria fonte di guadagno, con un sistema di estorsioni e ricatti degna di una consumata banda di delinquenti.

Sulla base delle “confessioni” delle due minorenni che, messe alle strette dai genitori, avevano spifferato tutto su quel rapporto consumato con un adulto in un albergo di Forlì in cambio di un cellulare e di alcune ricariche telefoniche, gli inquirenti avevano fatto partire le intercettazioni ambientali e scoperchiato un pentolone di minacce, tentate rapine ed estorsioni al cui vertice si trovavano proprio le due ragazzine adescate dalle quali tutto era partito.

Le dodici persone finite nei guai, di cui dieci minorenni, maschi e femmine, e due appena maggiorenni, contattavano uomini in cerca di “emozioni forti” tramite Internet, proponendo loro uno scambio di foto “piccanti”. Dopo aver conversato in chat per settimane con il malcapitato di turno, le minorenni lanciavano l’esca inviando delle foto a luci rosse, magari prese da qualche sito porno, e quando l’adulto, ormai cotto a puntino, inviava proprie foto che lo ritraevano come mamma l’ha fatto, scattava il ricatto: la ragazzina confessava di essere minorenne e che i genitori, scoperta la tresca, minacciavano di andare alla polizia, problema che poteva però essere “risolto” in cambio di regali costosi e di denaro frusciante.

I risultati dell'inchiesta, iniziata l'estate scorsa dopo le ammissioni di una 15enne, sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Questura di Forlì.

I risultati dell’inchiesta, iniziata l’estate scorsa dopo le ammissioni di una 15enne, sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Questura di Forlì.

Estorsori in erba

«Ho raccontato tutto ai miei», si sente dire in un’intercettazione telefonica raccolta dagli inquirenti. «Se non mi dai 500 euro finisci nei guai», incalza la ragazzina.

Naturalmente i genitori dei minori erano all’oscuro di tutto, ma il malcapitato, troppo spaventato per ragionare a mente lucida, accettava di incontrare i ricattatori in un giardino pubblico di Forlì, dove, in genere, avveniva la consegna del denaro.

A occuparsi del “lavoro sporco”, com’è stato spiegato durante una conferenza stampa organizzata dalla questura forlivese, era una banda di amici delle adescatrici, una sorta di “protettori”, sia italiani che stranieri, il cui incarico era di spaventare il ricattato durante l’incontro, prospettandogli catastrofi di ogni genere, galera compresa, nel caso in cui non avesse pagato, e non disdegnando, in più di una occasione, di passare alla tentata rapina, quando la vittima si presentava all’appuntamento senza avere con sé abbastanza denaro contante.

«Tu porta la pistola finta, così se non paga gli facciamo paura», dice una 14enne intercettata a uno dei suoi compari in procinto di riscuotere il dovuto ai giardinetti e, in almeno due casi, da quanto è emerso dalle indagini, i ricattati sarebbero stati costretti a regalare telefoni, ricariche e contanti.

Dodici persone, di cui due maggiorenni, alcuni con situazioni familiari problematiche, altri con famiglie "solide" alle spalle, sono stati denunciati rapina, tentata rapina, estorsione, furto aggravato.

Dodici persone, di cui due maggiorenni, alcuni con situazioni familiari problematiche, altri con famiglie “solide” alle spalle, sono stati denunciati rapina, tentata rapina, estorsione, furto aggravato.

Rapine e minacce

Lanciati nel malaffare alla velocità della luce, la banda era solita anche svuotare le tasche ai compagni di scuola: tutto andava bene pur di procurarsi denaro, che sembrava essere, dalle intercettazioni telefoniche, l’argomento più ricorrente della gang di estorsori in erba.

Un episodio simile era già capitato nel 2012, quando un 40enne di Arluno, in provincia di Milano, fu adescato da una coppia di disoccupati, i quali, dopo mesi di messaggi intimi, fecero credere all’uomo di aver in realtà parlato in chat con una minorenne, chiedendogli poi 30mila euro per evitare una denuncia per pedofilia, ma mai era successo finora che fossero dei veri minorenni a reggere le fila dell’imbroglio, trasformando i carnefici in vittime e viceversa.

Messi di fronte alle proprie responsabilità, i dodici ragazzi fermati hanno confessato e per tutti è scattata una denuncia per rapina, tentata rapina, estorsione e furto aggravato. Anche le tre vittime accertate sono state denunciate, una per rapporti sessuali con minorenni e detenzione di materiale pedopornografico e le altre due, entrambi 30enni di Forlì, per detenzione di materiale pedopornografico.

Carmen Scotti

Finalista al Premio Calvino con L'imperfetta, sarà a breve in libreria con il suo primo romanzo.

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Massimo Bossetti: l’errore giudiziario americano che potrebbe riaprire il caso

In California un caso simile alla vicenda Bossetti: un dna, un arresto. E il rischio della pena di morte. Ma l’assassino era un altro.

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OMICIDA TORNA A CASA E VUOLE UCCIDERE ANCORA

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Un 64enne ha minacciato di morte la moglie e il figlio. L’uomo sta scontando una condanna per un delitto ed era in permesso premio

 

Milano

«Vi ammazzo tutti, e pure i vostri parenti». La minaccia, pronunciata da un uomo che è stato già capace di uccidere, tanto da essersi beccato una condanna a 24 anni di carcere, ha fatto tremare i polsi alla moglie 60enne e al figlio 22enne di Giuseppe Suraci, un 64enne calabrese, ma residente a Milano, uscito dalla gattabuia per un permesso premio che è durato il tempo dello sbraitare alla volta dei congiunti terrorizzati, prima di tornare dietro le sbarre. Del 64enne “fumantino” e del terribile delitto che lo aveva portato in carcere, ci eravamo già occupati sul numero 1487 di “Cronaca Vera”, mentre sul numero 1543 vi avevamo raccontato della rabbia di Silvia Cicognini, la moglie della vittima del 64enne.

È stato immediatamente rispedito in gattabuia con l’accusa di maltrattamenti in famiglia che è andata a sommarsi a quella a 24 anni per l’omicidio volontario commesso nel 2001

Il fattaccio risale al 19 febbraio del 2001, quando, in un palazzo di via Zoagli a Quarto Oggiaro, a Milano, Giuseppe Suraci, detto Pino, uccise con una coltellata al costato il suo vicino, il magazziniere bosniaco 32enne Hajrudin Sakic, a coronamento di una serie di piccoli scorni condominiali legati a futili motivi, dalla pipì del cagnolino all’acqua che, dalle fioriere del piano di sopra, colava sul balcone dei Suraci, che avevano già provocato diverse denunce e un intervento della Asl per studiare un modo per separare i due appartamenti, che però non aveva portato a nulla.

La lite e poi la morte

La mattina del 19 febbraio di 16 anni fa, la moglie di Giuseppe Suraci andò a denunciare la signora Sakic al commissariato di Musocco, dicendo di aver subito spinte e sputi davanti al cancello di casa, e poche ore dopo, mentre Hajrudin Sakic rincasava con la figlioletta di tre anni in braccio, Giuseppe Suraci aveva piantato nel cuore dello “zingaro”, come era solito apostrofarlo, una coltellata fatale, davanti ai bambini atterriti che giocavano in cortile. Logica avrebbe voluto che la povera Silvia Cicognini non avrebbe più dovuto subire la beffa di vedere il viso di colui che l’aveva resa vedova a meno di 40 anni e con due figli di 3 e 16 anni da crescere, ma la logica non dimora spesso nelle pagine delle sentenze italiche. Infatti, l’assassino, dopo aver scontato undici mesi di carcere a San Vittore e aver passato qualche tempo agli arresti domiciliari presso i parenti della moglie, a Gioiosa Jonica, era stato autorizzato dalla Corte d’Assise a tornare a Milano per preparare la difesa in vista del processo che poi lo vide condannato a 24 anni di carcere per omicidio.

«Ho passato giorni d’inferno, mia figlia, che era in braccio al padre al momento del delitto, non ha parlato per mesi e mimava di continuo la scena dell’omicidio con le sue bambole, e ora mi ritrovo quell’uomo di nuovo qui, a pochi metri da noi», ci aveva raccontato Silvia Cicognini quando Giuseppe Suraci era tornato a vivere nel suo vecchio appartamento. «Quando quell’uomo uccise mio marito, mi disse che la prossima sarei stata io. Io sono sola, ieri mi sono barricata in casa e prima di dormire ho messo le sedie dietro alle porte, ma per quanto io e i miei figli dovremo vivere in questa situazione?».

La precedente vittima della sua furia era stato un vicino di casa con il quale aveva litigato più volte per via di alcune beghe condominiali, prima di far parlare il coltello

Una testa calda

Per fortuna, dopo un’istanza del legale della donna, un provvedimento d’urgenza firmato dal procuratore capo Gerardo D’Ambrosio determinò l’allontanamento di Suraci dallo stabile, ma siccome di norma il lupo perde il pelo, ma non il vizio, il 64enne è tornato a far parlare di sé sedici anni dopo, il 24 agosto scorso, con le minacce ai suoi stessi familiari. Tornato nell’appartamento di via Dateo, dove la moglie e il figlio si erano trasferiti dopo la brutta vicenda, Giuseppe Suraci ha approfittato di uno dei suoi permessi premio, dei quali godeva già dal 2009, per dare in escandescenze, tanto che i congiunti, terrorizzati, si sono barricati in camera da letto da dove hanno chiamato il 112. Arrivati nello stabile in pochi minuti, gli agenti hanno trovato Suraci ancora in casa a urlare minacce, e hanno raccolto le testimonianze disperate della moglie e del figlio, al termine dei cui racconti il 64enne è stato rispedito in gattabuia, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia sommatasi a quella, già confermata, di omicidio volontario.

Carmela Scotti

IL ROMANZO DI CARMELA SCOTTI:

 

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E’ SCONCERTATA DA QUESTA SVOLTA GIUDIZIARIA

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Testimonial contro il femminicidio è indagata per la morte del marito. L’uomo è perito nel rogo che l’ha sfigurata

 

 

Cagliari

Il corpo di Manuel Piredda potrebbe presto essere riesumato. È quello che ha chiesto la sua famiglia per far luce su che cosa sia davvero accaduto nella notte tra il 17 e il 18 aprile 2011 a Bacu Abis, quando il ragazzo perse la vita a soli 27 anni. Stando a quanto ricostruito fin qui, Manuel avrebbe tentato di bruciare l’ex moglie Valentina Pitzalis cospargendola di cherosene. La donna, che ha subito gravissime ustioni, è sopravvissuta per miracolo ed è rimasta con il volto sfigurato e ha perso quasi del tutto l’uso delle mani. Questa ricostruzione è fortemente osteggiata da Roberta Mamusa, la madre di Manuel, che da tempo lotta insieme con l’avvocato Gianfranco Sollai per far riaprire il caso: il giovane, a detta della donna, non avrebbe avuto alcun motivo per macchiarsi di un gesto del genere. Nel corso degli anni, il legale della famiglia Mamusa ha raccolto diversi elementi che però non hanno portato a nessuno sbocco, ma ora è arrivata una possibile svolta. Il magistrato che era titolare del caso è stato denunciato per omissione di atti d’ufficio e il caso è stato riaperto dopo essere passato sul tavolo del viceprocuratore di Cagliari. Valentina Pitzalis si ritrova così a passare dalla veste di vittima a quella di indagata per omicidio volontario e incendio doloso.

Il fatto risale a sei anni fa – Il consorte era stato iscritto da morto nel registro degli indagati, ma il procedimento è stato archiviato – Nessuna sentenza quindi avvalora la versione della moglie

Elementi da vagliare

«Ci sono stati vari elementi sottoposti all’attenzione del magistrato che all’epoca era stato designato per il caso fin dal primo esposto del 14 ottobre 2016», spiega l’avvocato Sollai. «Proprio perché questi nuovi elementi, a mio giudizio, facevano seriamente dubitare di un eventuale coinvolgimento della Pitzalis nei fatti che hanno portato poi alla morte di Manuel e alla gravissima ustione alla donna, il magistrato non ha mai ritenuto di procedere alla sua iscrizione nel registro degli indagati. Lo abbiamo quindi denunciato a Roma per omissione di atti d’ufficio.  C’erano, infatti, degli elementi che avrebbero dovuto indurre il Pm a riaprire il caso e a indagare la Pitzalis, atto che sarebbe stato in contrasto con i suoi precedenti assunti. Ora che il fascicolo è passato al viceprocuratore questi elementi saranno finalmente approfonditi. Fino a questo momento la ricostruzione di cosa è accaduto quella notte si era basata solo sul racconto di Valentina. Manuel Piredda, per atto dovuto, era stato iscritto da morto nel registro degli indagati, ma quel procedimento si è chiuso con un decreto di archiviazione. Dunque, non esiste alcuna sentenza che abbia avvalorato la versione della donna».

La donna si dice vittima di una presunta campagna diffamatoria da parte dei genitori del defunto – Si attende ora la riesumazione del cadavere e l’autopsia che non era stata fatta a suo tempo

Valentina e Manuel si erano conosciuti giovanissimi e nel 2006 avevano deciso di sposarsi. Il rapporto ben presto era entrato in crisi e nel 2010 arrivò la sofferta separazione. Un anno più tardi, in una sera di aprile, Valentina aveva accolto Manuel in casa. Al termine forse di un’ennesima lite, il giovane avrebbe messo in atto il suo proposito omicida, rimanendo però soffocato dal fumo durante il tentativo di fuga.

Rapporto conflittuale

Le indagini si erano basate questo racconto fatto da Valentina e su alcuni elementi come i guanti scuri rinvenuti nelle mani del ragazzo. Accanto al corpo erano stati rinvenuti degli stracci imbevuti di liquido infiammabile e un secchio di plastica, forse utilizzato per lanciare il cherosene. La porta di casa era chiusa dall’interno. Valentina, oggi impegnata nel sostegno delle donne vittime di violenza, ha sempre ribadito la responsabilità dell’ex marito in quella terribile notte: è convinta che una nuova inchiesta giungerebbe alle stesse conclusioni, come testimoniano le sue cicatrici.

«Sono convinto che i fatti siano andati diversamente rispetto a quanto ci ha raccontato la Pitzalis e perciò emergeranno nuovi elementi e una ricostruzione sicuramente diversa», ha concluso l’avvocato Sollai, dopo essere riuscito a ottenere l’iscrizione della donna nel registro degli indagati. «Prima di eseguire la riesumazione potrebbe essere utile acquisire le cartelle cliniche di Valentina, ricoverata a Sassari per molto tempo, verificando se le ustioni riportate possano essere conformi al racconto della donna, valutando anche meglio il materiale raccolto dai Carabinieri sul luogo della tragedia, analizzando le foto con particolare cura e sentendo, eventualmente, altre persone che possano confermare, smentire o portare nuovi elementi sui fatti. Il rapporto tra i due ragazzi era sicuramente conflittuale. Escluderei quindi che si possa essere trattato di un omicidio colposo, credo si sia trattato piuttosto di un gesto volontario».

Fabio Frabetti

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