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I BARBIERI ALL’ANTICA SONO ANCORA DI MODA

GIOVANI, MA CON LA TESTA NEL PASSATO. 32enne ha realizzato il sogno che aveva fin da bambino. Ha iniziato come “ragazzo spazzola” e ora ha una bottega tutta sua. Nonostante la giovanissima età ha una grande ammirazione per le cose di una volta ed entrare nel suo negozio, tra poltrone in ceramica e strumenti di un’epoca lontana, è come tornare negli anni ‘50. In vetrina è esposta una vecchia bicicletta da ambulante, provvista del necessario per fare barba e capelli per strada – Per i clienti più assidui ci sono pennelli e rasoi personalizzati, con tanto di nome.

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GIOVANI, MA CON LA TESTA NEL PASSATO

32enne ha realizzato il sogno che aveva fin da bambino. Ha iniziato come “ragazzo spazzola” e ora ha una bottega tutta sua. 

Nonostante la giovanissima età ha una grande ammirazione per le cose di una volta ed entrare nel suo negozio, tra poltrone in ceramica e strumenti di un’epoca lontana, è come tornare negli anni ‘50.

 

Tutti lo cercano e tutti lo vogliono*** Gennaro Agliottone, 32 anni, mentre provvede a radere Agostino Rosini, 39 anni, un cliente abituale che arriva qui da Corridonia da alcuni anni.

Tutti lo cercano e tutti lo vogliono***
Gennaro Agliottone, 32 anni, mentre provvede a radere Agostino Rosini, 39 anni, un cliente abituale che arriva qui da Corridonia da alcuni anni.

 

 

In vetrina è esposta una vecchia bicicletta da ambulante, provvista del necessario per fare barba e capelli per strada – Per i clienti più assidui ci sono pennelli e rasoi personalizzati, con tanto di nome.

 

Civitanova Marche (Macerata)

«Avere nella mia barberia delle vecchie poltrone in ceramica era un grande sogno che avevo solo accantonato, attendendo che la buona sorte me lo avrebbe fatto realizzare. Quando, più di un anno orsono, è esploso nel gusto dei clienti lo stile “alla umbertina”, un taglio particolare dei capelli, così come della barba, mi sono reso conto che solo quelle poltrone allungabili in ceramica erano quelle adatte per effettuare al meglio quel taglio. Così ho iniziato a cercarle e Internet mi ha dato la possibilità di reperirle. Oggi regnano nella barberia e, visto che diventano una sorta di lettino, tutti i clienti le preferiscono a quelle “moderne”, dicendo che solo seduti lì si rilassano completamente. Perché qui, il cliente, oltre a farsi bello, entra in un lungo momento di pace fisica e mentale».

L’entusiastico racconto è di Gennaro Agliottone, 32 anni, che sorride mostrando orgoglioso le sue poltrone di inizio ‘900, costruite dalla ditta Scuderi di Catania.

Gennaro è innamorato fin da quando del lavoro di barbiere e ha trascorso la sua infanzia presso il maestro Enzo Busiello.

Una delle bacheche che contiene pennelli e rasoi personalizzati per i frequentatori più assidui: ognuno porta il nome del cliente. Accanto, una parte della collezione di lamette e rasoi raccolti da Gennaro Agliottone.

Una delle bacheche che contiene pennelli e rasoi personalizzati per i frequentatori più assidui: ognuno porta il nome del cliente. Accanto, una parte della collezione di lamette e rasoi raccolti da Gennaro Agliottone.

Il grande salto

«Ho iniziato come suo garzone, finite le scuole elementari, incoraggiato da mio padre che mi diceva che era un bel lavoro, fatto di fatica, ma anche di tante amicizie. A Napoli vivevo nei Quartieri Spagnoli e aver trovato un luogo dove trascorrere il tempo lavorando, sotto le ali del mio maestro, è stata una sorta di Grazia. Anche durante la scuola media, nei pomeriggi andavo in barberia e imparavo ogni segreto su come tagliare capelli e barbe, decidendo che quello sarebbe stato il mio lavoro da grande. Così, a 14 anni, ho frequentato un corso per parrucchieri e, a 17 anni, ho lasciato Napoli per approdare qui, a Civitanova Marche, dove una mia zia estetista mi aveva invitato e trovato lavoro presso una barberia. Risparmiando sempre su tutto, sin da ragazzino, nel 2004 ho fatto il grande salto, una bottega tutta mia che ho chiamato “Figaro”».

Accanto a una gigantografia tratta da un film americano che mostra una barberia di inizio novecento, vediamo le lamette da barba dello stesso periodo storico, ben ordinate in una sorta di bacheca. Oltre a queste, accanto a una vetrata, è esposta la vecchia bicicletta del barbiere ambulante, provvista di tutti gli strumenti dell’epoca.

«L’ho vista in un mercatino dell’antiquariato e me ne sono innamorato. Oggi, invece, la mia ricerca è per una poltrona con il cavallo, quella usata per tagliare i capelli ai bambini. In internet ne ho viste alcune, ma spero di trovarne a un prezzo più accessibile».

Gennaro ha un’ampia clientela, e molti clienti vengono da paesi limitrofi per sedersi sulla poltrona della sua barberia. Dato che il lavoro non manca, ha anche assunto due collaboratori, Nunzio Menna, 40 anni e Adam Ameur, italiano di origine tunisina (nato in Italia).

La gigantografia che accoglie i clienti di barberia “Figaro” Barberia, un po’ salone per uomo e un po’ museo.

La gigantografia che accoglie i clienti di barberia “Figaro” Barberia, un po’ salone per uomo e un po’ museo.

Per tutte le stagioni

«Anche dopo aver avuto in tasca il mio diploma di perito elettrotecnico, ho seguitato ad andare a lavorare presso la barberia del mio paese, presso il mio maestro Pasquale Sansoni che non ho mai lasciato sin da quando ero piccolo», racconta Nunzio. «Dopo il servizio di leva ho potuto frequentare il corso che mi avrebbe dato la qualifica di barbiere, quindi nel 2007 mi sono trasferito a Firenze per fare esperienza, appoggiandomi ai miei fratelli che abitavano in quella città, dove sono restato fino al 2011, quando, per seguire la mia ragazza di allora e oggi mia moglie, sono venuto qui, a Civitanova Marche, dove ho conosciuto Gennaro. In pratica, l’ho quasi perseguitato, fino a che, il primo aprile del 2012, infatti, temevo fosse uno scherzo, mi ha detto, “Domani inizi a lavorare con me”». 

Adam, invece, è rimasto come garzone, dopo uno stage e, manco a dirlo, sogna di avere una barberia tutta sua.

In questa cittadina rivierasca, le barberie non sono molte se rapportate a una popolazione che supera i 40.000 abitanti, e quelle poche sono soprattutto gestite da barbieri anziani.

«Noi siamo giovani, con un’esperienza che viene dalla frequentazione di molti corsi, per cui sappiamo intervenire su ogni tipo di taglio e, visto che siamo cresciuti in saloni di barbiere, conosciamo e non trascuriamo nemmeno i tagli storici».

Come a dire che della storia non si deve buttar via nulla, aggiungiamo noi!

Tommaso Vitali Rosati

«In circa quaranta anni ho girato tutte le vie d’Italia, alla guida di un camper attrezzato a Redazione viaggiante, per assistere e documentare i fatti di tutte le genti. Ho dato voce a chi aveva dimenticato di averla. Ho ridonato bellezza a chi pensava di averla perduta. Ho ascoltato storie per raccontarle a tutti; storie di piccole cose e di antichi sogni. Le mie compagne di viaggio sono state la macchina fotografica ed una macchina da scrivere. Strumenti che hanno permesso a chi leggeva il giornale, di conoscere persone e fatti più o meno lontani. Ho fatto rivivere paesi abbandonati , mostrando di essi, quegli angoli belli che solo l’ultimo abitante poteva conoscere. E poi: maghi, fantasie di fate, racconti di demoni, storie di guerre, di assurdi burocratici, di speranze mai perdute, di Musei nati per l’amore di una sola persona, di animali con un cuore immenso, di superstizioni mai morte, di Santi e miracoli, di uomini con buona volontà, di tragedie …… Ho fermato il tempo incidendo tutte le immagini nella pellicola: volti, luoghi, riti, masse di persone, particolari, creando un archivio trentennale di uno spaccato di vita oggi, spesso dimenticato. Ho consumato macchine fotografiche e camper: oggi con l’informatica, ho mutato gli strumenti della mia redazione viaggiante e posso, in pochi attimi, inviare le mie storie, ovunque, nel mondo. Sono stato anche un giornalista molto fortunato perché le mie piccole storie sono piaciute sempre al giornale Cronaca Vera ed ai due Direttori che si sono alternati: Antonio Perria, il grande Maestro della Cronaca, -purtroppo ci ha lasciati da alcuni anni- , e Giuseppe Biselli, un entusiasta delle piccole cose che pubblicate, diventano “grandi”».

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Focus

CONTINUO A LOTTARE E INTANTO PAGO!

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

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E’ CONVINTO CHE PRIMA O POI GLI SARA’ DATA RAGIONE…

L’infinito calvario di un imprenditore 40enne

Rimasto senza liquidità ha dovuto dichiarare fallimento

Lo Stato sa esigere dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma quando deve pagare ogni scusa è buona per dilazionare l’esborso – Prima che dalle tasse è stato messo in ginocchio dalle banche

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

 

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

Gela (Caltanissetta)
Emilio Missuto, 40 anni, è stato costretto a dichiarare fallimento per 37mila euro di tasse non pagate allo Stato di cui è creditore per quasi tre milioni di euro per lavori pubblici fatturati e non saldati. Per attirare l’attenzione sulla sua vicenda scandalosa le ha tentate tutte: si è incatenato davanti ai tribunali, ha fatto più volte lo sciopero della fame e della sete sino a finire in ospedale, ha denunciato alla magistratura le malefatte di alcune persone che, a suo dire, l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha invocato l’incontro con il presidente della Repubblica e con le diverse istituzione ai vari livelli, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza che si sia mossa foglia. Nulla di nulla.

Ma l’imprenditore 40enne è un uomo coriaceo e continua la sua protesta con ogni mezzo. Non intende arrendersi davanti alle avversità che gli sono costate tutte le sue risorse economiche e quelle della sua famiglia. La “Cosei Srl” era una delle società di famiglia specializzata nella messa in sicurezza e rinforzo degli argini dei fiumi e dei costoni di colline e montagne. Un lavoro di alta specializzazione che occupava una cinquantina di dipendenti ai quali Missuto ha sempre assicurato lo stipendio.

Le commesse nel settore dei lavori pubblici non mancavano, ma la crisi si faceva sentire e ogni ritardo nel pagamento delle fatture rischiava di mettere in ginocchio la ditta che, alcuni anni addietro, iniziava il suo lento calvario verso la chiusura.

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Tasse e pignoramenti

«Ho fatturato per milioni di euro in diversi comuni d’Italia», racconta Missuto. «Ho realizzato opere pubbliche di notevole valore, ma bastava che uno di questi ritardasse nei pagamenti per mettermi nei guai e cosi è stato. Senza liquidità è stato tutto un susseguirsi di eventi nefasti che sono culminati con il fallimento dell’impresa, cui sono seguiti i licenziamenti delle maestranze e tutto il resto».

Le prime a dare addosso all’imprenditore sono state le banche, che hanno iniziato a pignorare le macchine movimento terra dell’azienda e tutto ciò che potesse trasformarsi in denaro contante per fare cassa a seguito del dissesto dell’azienda. Poi sono arrivate, puntuali, le tasse e, per non aver potuto pagare contributi previdenziali e Iva, l’imprenditore siciliano ha dovuto subire altri pignoramenti, stavolta sul patrimonio di famiglia.

«Circa 23.000 euro che sono diventati 37 mila per via degli interessi», aggiunge Missuto. «Mentre io aspetto ancora che mi siano saldati quasi tre milioni di euro da uno Stato che esige dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma che quando si deve mettere le mani in tasca ogni scusa è buona per dilazionare nel tempo l’esborso, mentre l’Italia muore».

Il resto è storia nota, come quella di altri imprenditori che, per molto meno, si sono tolti la vita pur di mantenere integra la loro dignità nei confronti dei propri dipendenti.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Giustizia lumaca

«I Comuni che dovevano pagare le fatture al posto di aiutarmi mi hanno messo il bastone tra le ruote», continua il coraggioso imprenditore. «Tra errori e perizie alla carlona hanno tentato qualsiasi cosa pur di sfuggire alle loro responsabilità, tanto da costringermi a denunciare diverse persone tra tecnici e funzionari, ma sino a oggi gli unici ad averci rimesso siamo io e i miei dipendenti».

Per dirne una, Emilio Missuto aspetterebbe da sei anni il pagamento di oltre un milione di euro da parte del Comune di Santadi, in provincia di Carbonia Iglesias, con il quale è in corso un contenzioso giudiziario. Il civico consesso sardo rivendicherebbe la non conformità delle opere pubbliche eseguite dalla ditta siciliana, ma sarebbe incontrovertibile che detti lavori sono stati comunque eseguiti sotto il pieno controllo tecnico dell’ente pubblico, dunque dovrebbero essere pagati per le cifre pattuite. Ma ricorrendo al tribunale, Emilio Musso dovrà attendere gli esiti della lenta giustizia italiana.

«Intanto mi trovo in stato d’indigenza e con un pugno di mosche in mano», conclude l’uomo. «Continuerò la mia lotta perché prima o poi dovranno darmi ragione».

Già, prima o poi.

G.R.

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Focus

COSTRETTI IN PROCESSIONE DAVANTI ALLA SUA TESTA

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

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MISTERI E DELITTI

 

Nel XIV secolo lo stato pontificio contava più briganti che preti

Il brigantaggio era la conseguenza delle condizioni di vita dei contadini

 

I nobili e, in parte, della Chiesa si arrogavano i tre quarti dei sudati prodotti della terra – Davanti a una simile ingiustizia anche dei religiosi si affiancarono ai malviventi – Il più celebre fra loro fu preso, decapitato e usato come monito

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

 

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

 

Roma

«Abbiamo più briganti che preti», disse Papa Gregorio XIII al figlio Giacomo. Erano gli “anni foschi” dello Stato Pontificio, nella seconda metà del XIV secolo. In quel tempo, i Papi avevano la loro donna e anche dei figli, amministravano la Chiesa e lo Stato con sistemi che non avevano nulla di cristiano e vivevano nel lusso. Un cronista del tempo riferisce che “nello Stato Pontificio c’erano circa trentamila briganti”.

La risposta a come mai la gente si dava al brigantaggio è nelle condizioni di vita dei contadini. La maggior parte di loro lavoravano duramente un fazzoletto di terra e quando arrivava il tempo della raccolta passavano gli sgherri del Principe che si prendevano la metà dei frutti della terra, poi toccava ai delegati della Chiesa che si prendevano la metà di quello che era rimasto. Alla fine al contadino rimaneva un quarto del raccolto, che non bastava a passare l’inverno.

Le persone “timorate di Dio” piegavano la testa e tiravano avanti pregando e lavorando, ma c’era anche chi si ribellava a queste ingiustizie e finiva per darsi alla macchia e iniziava la lotta contro le guardie pontificie, sempre più agguerrite e spietate.

Il Governatore si vantava di avere piazzato otto forche tra Frosinone e Anagni, affidandole a quattro boia, ma anche alcuni preti coraggiosi iniziarono a prendere posizione, condannando dai pulpiti il suo operato. Questa reazione non diede i frutti sperati, quindi anche dei religiosi finirono per raggiungere i briganti in montagna. Tra questi c’era il leggendario prete Guercino.

Il re della città*** Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

Il re della città***
Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

 

Era santo e demonio

Sono tante le leggende intorno a questo personaggio, che finì per diventare il “re della montagna”, in contrapposizione al “re della città”, che era il Papa. Una di queste racconta che “portava con sé sempre due fidati amici, il Vangelo e la spada”. Il suo motto era “dare sante bastonate a chi toglieva il pane dalla bocca dei fratelli, senza mai uccidere, perché la vita è un dono di Dio”, ma prima di dare le “sante bastonate” ai proprietari terrieri che sfruttavano i contadini, leggeva sempre un passo del Vangelo.

Questo prete, considerato santo dalla povera gente e demonio dai ricchi, partecipò a diverse spedizioni punitive organizzate da Marco Sciarra, il brigante gentiluomo che si proclamava “mandato da Dio contro gli affamatori del popolo”. E quando alla compagnia si unì anche Tommaso Forago dell’ordine di San Lorenzo e i cappuccini Antonio Macchia e Antonio Saccomanni, si formò la “Compagnia della Santa Giustizia”.

A questo punto Gregorio XIII ordinò al Governatore di fermare “un simile scandalo”. Iniziò così una caccia spietata ai “preti briganti”, che finirono in breve tempo nelle carceri pontificie.

Papa Gregorio XIII volle incontrare personalmente padre Guercino. Il colloquio durò un quarto d’ora e al termine “il Papa invocò la clemenza divina sul povero prete e questi invocò la stessa clemenza divina sul povero Papa”.

Padre Guercino fu poi processato e condannato a morte.

Il re della montagna*** Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Il re della montagna***
Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Predizione azzeccata

La grazia del Papa non arrivò e Padre Guercino trascorse in cella i suoi ultimi giorni, pregando, leggendo il Vangelo e meditando. Un giorno disse al suo carceriere che “davanti al tribunale divino l’avrebbe preceduto il Papa”.

Era una preveggenza, perché Gregorio XIII morì il 10 aprile 1585 e padre Guercino fu decapitato il 4 maggio.

Sisto V, che successe a Gregorio XIII, non si accontentò di fare decapitare il “prete brigante”, ma ordinò che la sua testa fosse esposta per tre giorni nel cortile dell’Angelo, a Castel Sant’Angelo, e costrinse il clero romano ad andare a vedere la macabra scena “affinché ogni prete si rendesse conto della fine riservata a coloro che si ribellano alla Santa Madre Chiesa”.

Il corpo di padre Guercino fu poi bruciato e le ceneri gettate nel Tevere “per disperdere ogni ricordo del prete brigante”. Davanti a tanta crudeltà, su alcuni muri vicini a Castel Sant’Angelo, mani ignote scrissero una frase che poi volò di bocca in bocca, diventando proverbiale: “Nemmeno Cristo perdonerà Papa Sisto”.

Quando poi morì questo pontefice, si diffuse la voce che fosse venuto a prenderlo il Demonio, perché mentre esalava l’ultimo respiro un uragano spaventoso si scatenò su Roma.

Enzo Valentini

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Cronaca Incredibile!

DELFINO SALVA PUPO!

Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

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delfino

 Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

Un bimbo di appena dieci mesi è caduto in acqua dalle braccia della madre mentre viaggiava su un fiume in piena, a bordo di una barchetta sgangherata. Sembrava subito tragedia. Ma dalla riva, frattanto che la gente urlava per la disperazione, assisteva ad un sorprendete salvataggio: un gentil delfino facendo scivolare il bambino nella sua larga bocca, morbidamente lo deponeva di nuovo nel grembo della madre incredula. Non solo. L’enorme pesce col suo muso è riuscito a sospingere il relitto fino al primo villaggio abitato consentendone il recupero!

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