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SI PRENDANO IL CONTATORE IO ME NE VADO!

Paradossale vicenda capitata a una vedova 93enne: l’Enel le ha recapitato una bolletta di quasi 6.500 euro. La donna vive sola e i suoi unici elettrodomestici sono un televisore, un fornello elettrico per preparare i pasti e un microonde – Per riscaldarsi ha una stufa a legna e non ha nemmeno la lavatrice

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E LEI NON PAGA!

 

Paradossale vicenda capitata a una vedova 93enne

L’Enel le ha recapitato una bolletta di quasi 6.500 euro

 

La donna vive sola e i suoi unici elettrodomestici sono un televisore, un fornello elettrico per preparare i pasti e un microonde – Per riscaldarsi ha una stufa a legna e non ha nemmeno la lavatrice

 

Amalia Borutti, 93 anni, una pensionata che vive sola, mostra la bolletta dell’Enel che non è assolutamente intenzionata a pagare.

Amalia Borutti, 93 anni, una pensionata che vive sola, mostra la bolletta dell’Enel che non è assolutamente intenzionata a pagare.

 

L’azienda elettrica, dopo avere rassicurato l’anziana donna che non avrebbe dovuto pagare importi non dovuti, le ha prontamente inviato un’altra lettera, sollecitando il saldo della precedente fattura

 

Codevilla (Pavia)

Vedersi recapitare una bolletta dell’energia elettrica da oltre 6mila euro non è cosa da tutti i giorni. È quello che è successo ad Amalia Borutti, 93 anni, una pensionata che vive sola e i cui unici suoi elettrodomestici sono un televisore, un fornelletto elettrico con il quale si prepara i pasti e un forno microonde, che utilizza di tanto in tanto.

Amalia Borutti in questa casa di campagna in località si chiama Cascina Castagnola, ci abita praticamente da sempre e non vorrebbe lasciarla.

La 93enne si domanda come possa esserle stato addebitato un importo così elevato visto che lei possiede soltanto un fornelletto, un frigorifero e un televisore.

La 93enne si domanda come possa esserle stato addebitato un importo così elevato visto che lei possiede soltanto un fornelletto, un frigorifero e un televisore.

«Sono originaria di Voghera, ma sto qui da settant’anni, da quando mi sono sposata».

Per riscaldarsi usa una stufa a legna e non ha nemmeno la lavatrice. In pratica, la sua è una vita all’insegna del risparmio energetico, eppure dalla sua bolletta sembrerebbe avere consumato la stessa quantità di energia elettrica di una fabbrica e per questo la donna dice che c’è stato un errore.

«Non appena ho aperto la busta mi sono spaventata per la cifra», racconta la pensionata. «L’ho subito detto a mia nuora, che ha chiamato l’Enel, per chiedere chiarimenti e per sapere il motivo di una cifra così alta rispetto alle mie solite bollette che sono inferiori ai cinquanta euro».

All’altro capo del filo un impiegato ha risposto prontamente che se avesse voluto Amalia poteva benissimo pagare a rate, ma in realtà la donna non voleva proprio pagare una bolletta ritenuta eccessiva e ingiustificata, come in realtà si è rivelata.

Il danno e la beffa

Dopo varie proteste, infatti, un dirigente dell’Enel ha verificato e ha affermato che, probabilmente, c’è stato un errore, così ha consigliato alla donna di non pagare nulla, che non ci sarebbero stati problemi. Le rassicurazioni a voce hanno in parte tranquillizzato la signora Amalia, che vive sola, nonostante un’infermità, e ha come unico aiuto una badante che la assiste di tanto in tanto.

Qualche giorno dopo, però, è arrivata un’altra sorpresa. L’Enel ha inviato un’altra lettera, questa volta di sollecito.

«Già nella prima bolletta mi si diceva che dei 6.466 euro avrei dovuto pagarne soltanto 4mila, perché gli altri erano a credito e, dopo pochi giorni, mi è arrivato questo il sollecito di 4mila». spiega la pensionata. «A questo punto mi chiedo se devo pagare o no? E se devo pagare, vorrei sapere il perché».

Il dubbio, al momento, non è ancora stato ufficialmente sciolto, anche perché se l’Enel stessa ha riconosciuto che c’è stato un errore e che si impegnerà a risolverlo, ma non è ancora stato chiarito dove si trovi questo sbaglio.

«In un primo tempo mi è stato detto che poteva trattarsi di una dispersione», spiega la donna. «Oppure di un allacciamento abusivo di qualcuno, ma mi chiedo come sia possibile, anche perché il contatore dell’energia elettrica si trova all’interno di casa mia».

Sembra alquanto improbabile che qualcuno si sia intrufolato senza essere visto nella casa dell’anziana per manomettere il contatore.

In prima battuta, la signora Borutti si è vista recapitare una bolletta dal 6466 euro, a seguire, dopo le rassicurazioni dell’azienda elettrica, le è rapidamente arrivato un sollecito di pagamento.

In prima battuta, la signora Borutti si è vista recapitare una bolletta dal 6466 euro, a seguire, dopo le rassicurazioni dell’azienda elettrica, le è rapidamente arrivato un sollecito di pagamento.

Decisione estrema

Permane, quindi, il mistero, anche perché sembra improbabile che una casa così piccola, abitata da una donna con gravi problemi di mobilità, possa produrre un consumo simile.

«Quando abbiamo chiesto spiegazioni al numero verde, ci hanno risposto che il consumo elevato poteva essere stato causato da una dispersione o da un allacciamento abusivo al contatore, consigliandoci di chiamare un elettricista», dice la nuora, Marisa Moroni. «A me e a mio marito sono cascate letteralmente le braccia. Non sapevamo se ridere o piangere».

Al momento, qualsiasi cosa succeda la donna non è intenzionata a pagare nessuna bolletta e il figlio e la nuora si sono resi disponibile a ospitarla a casa propria e a chiudere il contratto con Enel.

«A 93 anni non mi metterò certo a fare una battaglia», conclude la lucida e sveglia 93enne. «Se vuole, l’Enel può venire a prendersi il suo contatore, io mi trasferirò a casa di mio figlio, così non avrò più nulla a che fare con bollette e solleciti».

Al momento, comunque, gli uffici dell’Enel si stanno attivando per risolvere il problema della donna e per capire dove ci sia stato l’errore e la speranza della donna e dei suoi famigliari è che tutto si risolva senza pagare nulla di quella cifra veramente eccessiva.

Andrea Ballone

Andrea Ballone lavora da anni con varie testate giornalistiche occupandosi di inchieste e di cronaca. Attualmente collabora con Cronaca Vera, Espresso e F. E' anche autore con Simone Satta e Carlo Gariboldi del libo “Pizza Sangue Videopoker” (Ed La Barriera) che descrive l'ascesa della 'ndrangheta al Nord.

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4 Commenti

4 Comments

  1. Riccardo Galletti

    2014/08/10 a 15:51

    Pazzesco.

  2. Stefano

    2014/08/10 a 19:24

    Ovviamente Enel si attiva adesso che la notiza è uscita, potevano pensarci prima di mandare la lettera?

  3. iogodo

    2014/08/11 a 17:32

    Quelli dell’enel che rispondono al telefono sono da prendere a schiaffi ogni volta che aprono bocca.

    Analogamente alla signora, nel 2009 mi sono visto recapitare una bolletta da 1300 euro, nonostante io vivessi in un monolocale di 18 mq mansardato con una televisione, un mini frigo e fornelletto. Chiedendo spiegazioni al solito imbecille al telefono della Enel mi è stato detto che potevo serenamente pagare a rate. Mi sono quindi recato di persona presso i loro sportelli sentendomi dire che siccome la bolletta è stata emessa devo pagare, salvo poi poter chiedere spiegazioni ed eventualmente, in un secondo momento, un rimborso. Alla simpaticona allo sportello ho detto che la Enel mi deve 1 milione di euro, scrivendo la somma su un foglio di carta. Innanzitutto avrebbero dovuto pagarmeli, poi con comodo,avrei restituito la somma qualora avessi riscontrato qualche anomalia. Società di parassiti.

    • Alex

      2015/04/15 a 13:29

      Complimenti sinceri su ciò che lei ha detto all’impiegato parassita dell’enel….Lei ha fatto ciò che loro fanno a noi tt i giorni…ciao.

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Focus

CONTINUO A LOTTARE E INTANTO PAGO!

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

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E’ CONVINTO CHE PRIMA O POI GLI SARA’ DATA RAGIONE…

L’infinito calvario di un imprenditore 40enne

Rimasto senza liquidità ha dovuto dichiarare fallimento

Lo Stato sa esigere dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma quando deve pagare ogni scusa è buona per dilazionare l’esborso – Prima che dalle tasse è stato messo in ginocchio dalle banche

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

 

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

Gela (Caltanissetta)
Emilio Missuto, 40 anni, è stato costretto a dichiarare fallimento per 37mila euro di tasse non pagate allo Stato di cui è creditore per quasi tre milioni di euro per lavori pubblici fatturati e non saldati. Per attirare l’attenzione sulla sua vicenda scandalosa le ha tentate tutte: si è incatenato davanti ai tribunali, ha fatto più volte lo sciopero della fame e della sete sino a finire in ospedale, ha denunciato alla magistratura le malefatte di alcune persone che, a suo dire, l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha invocato l’incontro con il presidente della Repubblica e con le diverse istituzione ai vari livelli, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza che si sia mossa foglia. Nulla di nulla.

Ma l’imprenditore 40enne è un uomo coriaceo e continua la sua protesta con ogni mezzo. Non intende arrendersi davanti alle avversità che gli sono costate tutte le sue risorse economiche e quelle della sua famiglia. La “Cosei Srl” era una delle società di famiglia specializzata nella messa in sicurezza e rinforzo degli argini dei fiumi e dei costoni di colline e montagne. Un lavoro di alta specializzazione che occupava una cinquantina di dipendenti ai quali Missuto ha sempre assicurato lo stipendio.

Le commesse nel settore dei lavori pubblici non mancavano, ma la crisi si faceva sentire e ogni ritardo nel pagamento delle fatture rischiava di mettere in ginocchio la ditta che, alcuni anni addietro, iniziava il suo lento calvario verso la chiusura.

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Tasse e pignoramenti

«Ho fatturato per milioni di euro in diversi comuni d’Italia», racconta Missuto. «Ho realizzato opere pubbliche di notevole valore, ma bastava che uno di questi ritardasse nei pagamenti per mettermi nei guai e cosi è stato. Senza liquidità è stato tutto un susseguirsi di eventi nefasti che sono culminati con il fallimento dell’impresa, cui sono seguiti i licenziamenti delle maestranze e tutto il resto».

Le prime a dare addosso all’imprenditore sono state le banche, che hanno iniziato a pignorare le macchine movimento terra dell’azienda e tutto ciò che potesse trasformarsi in denaro contante per fare cassa a seguito del dissesto dell’azienda. Poi sono arrivate, puntuali, le tasse e, per non aver potuto pagare contributi previdenziali e Iva, l’imprenditore siciliano ha dovuto subire altri pignoramenti, stavolta sul patrimonio di famiglia.

«Circa 23.000 euro che sono diventati 37 mila per via degli interessi», aggiunge Missuto. «Mentre io aspetto ancora che mi siano saldati quasi tre milioni di euro da uno Stato che esige dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma che quando si deve mettere le mani in tasca ogni scusa è buona per dilazionare nel tempo l’esborso, mentre l’Italia muore».

Il resto è storia nota, come quella di altri imprenditori che, per molto meno, si sono tolti la vita pur di mantenere integra la loro dignità nei confronti dei propri dipendenti.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Giustizia lumaca

«I Comuni che dovevano pagare le fatture al posto di aiutarmi mi hanno messo il bastone tra le ruote», continua il coraggioso imprenditore. «Tra errori e perizie alla carlona hanno tentato qualsiasi cosa pur di sfuggire alle loro responsabilità, tanto da costringermi a denunciare diverse persone tra tecnici e funzionari, ma sino a oggi gli unici ad averci rimesso siamo io e i miei dipendenti».

Per dirne una, Emilio Missuto aspetterebbe da sei anni il pagamento di oltre un milione di euro da parte del Comune di Santadi, in provincia di Carbonia Iglesias, con il quale è in corso un contenzioso giudiziario. Il civico consesso sardo rivendicherebbe la non conformità delle opere pubbliche eseguite dalla ditta siciliana, ma sarebbe incontrovertibile che detti lavori sono stati comunque eseguiti sotto il pieno controllo tecnico dell’ente pubblico, dunque dovrebbero essere pagati per le cifre pattuite. Ma ricorrendo al tribunale, Emilio Musso dovrà attendere gli esiti della lenta giustizia italiana.

«Intanto mi trovo in stato d’indigenza e con un pugno di mosche in mano», conclude l’uomo. «Continuerò la mia lotta perché prima o poi dovranno darmi ragione».

Già, prima o poi.

G.R.

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Focus

COSTRETTI IN PROCESSIONE DAVANTI ALLA SUA TESTA

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

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MISTERI E DELITTI

 

Nel XIV secolo lo stato pontificio contava più briganti che preti

Il brigantaggio era la conseguenza delle condizioni di vita dei contadini

 

I nobili e, in parte, della Chiesa si arrogavano i tre quarti dei sudati prodotti della terra – Davanti a una simile ingiustizia anche dei religiosi si affiancarono ai malviventi – Il più celebre fra loro fu preso, decapitato e usato come monito

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

 

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

 

Roma

«Abbiamo più briganti che preti», disse Papa Gregorio XIII al figlio Giacomo. Erano gli “anni foschi” dello Stato Pontificio, nella seconda metà del XIV secolo. In quel tempo, i Papi avevano la loro donna e anche dei figli, amministravano la Chiesa e lo Stato con sistemi che non avevano nulla di cristiano e vivevano nel lusso. Un cronista del tempo riferisce che “nello Stato Pontificio c’erano circa trentamila briganti”.

La risposta a come mai la gente si dava al brigantaggio è nelle condizioni di vita dei contadini. La maggior parte di loro lavoravano duramente un fazzoletto di terra e quando arrivava il tempo della raccolta passavano gli sgherri del Principe che si prendevano la metà dei frutti della terra, poi toccava ai delegati della Chiesa che si prendevano la metà di quello che era rimasto. Alla fine al contadino rimaneva un quarto del raccolto, che non bastava a passare l’inverno.

Le persone “timorate di Dio” piegavano la testa e tiravano avanti pregando e lavorando, ma c’era anche chi si ribellava a queste ingiustizie e finiva per darsi alla macchia e iniziava la lotta contro le guardie pontificie, sempre più agguerrite e spietate.

Il Governatore si vantava di avere piazzato otto forche tra Frosinone e Anagni, affidandole a quattro boia, ma anche alcuni preti coraggiosi iniziarono a prendere posizione, condannando dai pulpiti il suo operato. Questa reazione non diede i frutti sperati, quindi anche dei religiosi finirono per raggiungere i briganti in montagna. Tra questi c’era il leggendario prete Guercino.

Il re della città*** Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

Il re della città***
Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

 

Era santo e demonio

Sono tante le leggende intorno a questo personaggio, che finì per diventare il “re della montagna”, in contrapposizione al “re della città”, che era il Papa. Una di queste racconta che “portava con sé sempre due fidati amici, il Vangelo e la spada”. Il suo motto era “dare sante bastonate a chi toglieva il pane dalla bocca dei fratelli, senza mai uccidere, perché la vita è un dono di Dio”, ma prima di dare le “sante bastonate” ai proprietari terrieri che sfruttavano i contadini, leggeva sempre un passo del Vangelo.

Questo prete, considerato santo dalla povera gente e demonio dai ricchi, partecipò a diverse spedizioni punitive organizzate da Marco Sciarra, il brigante gentiluomo che si proclamava “mandato da Dio contro gli affamatori del popolo”. E quando alla compagnia si unì anche Tommaso Forago dell’ordine di San Lorenzo e i cappuccini Antonio Macchia e Antonio Saccomanni, si formò la “Compagnia della Santa Giustizia”.

A questo punto Gregorio XIII ordinò al Governatore di fermare “un simile scandalo”. Iniziò così una caccia spietata ai “preti briganti”, che finirono in breve tempo nelle carceri pontificie.

Papa Gregorio XIII volle incontrare personalmente padre Guercino. Il colloquio durò un quarto d’ora e al termine “il Papa invocò la clemenza divina sul povero prete e questi invocò la stessa clemenza divina sul povero Papa”.

Padre Guercino fu poi processato e condannato a morte.

Il re della montagna*** Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Il re della montagna***
Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Predizione azzeccata

La grazia del Papa non arrivò e Padre Guercino trascorse in cella i suoi ultimi giorni, pregando, leggendo il Vangelo e meditando. Un giorno disse al suo carceriere che “davanti al tribunale divino l’avrebbe preceduto il Papa”.

Era una preveggenza, perché Gregorio XIII morì il 10 aprile 1585 e padre Guercino fu decapitato il 4 maggio.

Sisto V, che successe a Gregorio XIII, non si accontentò di fare decapitare il “prete brigante”, ma ordinò che la sua testa fosse esposta per tre giorni nel cortile dell’Angelo, a Castel Sant’Angelo, e costrinse il clero romano ad andare a vedere la macabra scena “affinché ogni prete si rendesse conto della fine riservata a coloro che si ribellano alla Santa Madre Chiesa”.

Il corpo di padre Guercino fu poi bruciato e le ceneri gettate nel Tevere “per disperdere ogni ricordo del prete brigante”. Davanti a tanta crudeltà, su alcuni muri vicini a Castel Sant’Angelo, mani ignote scrissero una frase che poi volò di bocca in bocca, diventando proverbiale: “Nemmeno Cristo perdonerà Papa Sisto”.

Quando poi morì questo pontefice, si diffuse la voce che fosse venuto a prenderlo il Demonio, perché mentre esalava l’ultimo respiro un uragano spaventoso si scatenò su Roma.

Enzo Valentini

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Cronaca Incredibile!

DELFINO SALVA PUPO!

Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

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delfino

 Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

Un bimbo di appena dieci mesi è caduto in acqua dalle braccia della madre mentre viaggiava su un fiume in piena, a bordo di una barchetta sgangherata. Sembrava subito tragedia. Ma dalla riva, frattanto che la gente urlava per la disperazione, assisteva ad un sorprendete salvataggio: un gentil delfino facendo scivolare il bambino nella sua larga bocca, morbidamente lo deponeva di nuovo nel grembo della madre incredula. Non solo. L’enorme pesce col suo muso è riuscito a sospingere il relitto fino al primo villaggio abitato consentendone il recupero!

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