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PER UN GIORNO CONTADINI DI UN TEMPO CHE FU

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SULLE TRACCE DEI MESTIERI ANTICHI

Grande successo per la prima edizione di una singolare rievocazione storica

Al centro della manifestazione le tecniche per la mietitura del grano

Numerosa la partecipazione di anziani e giovani che poco sapevano di ciò che avveniva in passato – In alcune ore, hanno tagliato le spighe usando tutte le tecniche adottate nel corso degli anni

mietitura

Tra loro c’era anche un 78enne che ha iniziato a lavorare come mezzadro e oggi ha la più grande azienda agricola della zona, grazie ai terreni abbandonati dagli altri a partire dagli anni Sessanta 

 

Montegiorgio (Fermo)

«Con i miei 78 anni, vissuti sempre sui campi, mi sono emozionato come un bambino quando Pietro e Giovanni mi hanno chiesto se potevo far mietere il mio grano nei modi antichi, quelli che avevo visto da sempre e che mi avevano portato fino a Termoli, ingaggiato da altri contadini perché  ritenuto un grande lavoratore», così racconta Giuseppe Peroni mentre assiste, insieme con altre persone, alla prima fase di mietitura del grano con la modalità millenaria delle grandi falci.
«Subito mi sono immaginato degli uomini armati di falce intenti a tagliare i lunghi steli del grano, mentre le donne, a seguire, preparavano i mazzi di spighe che avrebbero poi disposto in covoni. Ottenuta la mia disponibilità e stabilito quale campo mettere a disposizione, Pietro e Giovanni, pieni d’entusiasmo, mi hanno colmato di meraviglia perché la rievocazione cui stavano lavorando era la descrizione della mia vita intera. Infatti, non si sarebbero limitati alla mietitura di quando ero un ragazzo, ma avrebbero tagliato il mio grano attraverso tutte le varie e susseguenti tecniche adottate dall’uomo, sino a giungere all’attuale mietitrebbia. In pratica, in poche ore avrei visto scorrere davanti ai miei occhi tutta la mia vita di agricoltore».

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Una vita nei campi

Nel corso della giornata, la musica dell’organetto di Feliciano rallegra i cuori e allevia il sudore degli uomini al lavoro sotto un sole cocente. A questa si aggiungono anche i canti popolari, chiamati nella zona “a batoccu”, di Maria Teresa Mercuri, appresi da nonna Assunta e da mamma Adele, da questa che è una vera custode della memoria. Tutt’intorno c’è aria di grande festa e non manca un po’ di commozione tra gli anziani.

«Come quelli di tutti, anche i miei genitori erano mezzadri», ricorda il signor Giuseppe. «Quando era il tempo dei raccolti io venivo richiesto da varie squadre, per lavorare a giornata. Ero forte e la fatica sembrava non facesse parte di me, per cui l’estate la trascorrevo a mietere grano ovunque. Dapprima a mano, poi con la falciatrice, quindi con la mietilega, una macchina che svolgeva il lavoro di ben otto uomini. Infine, con la mietitrebbia, quell’enorme macchina che fa tutto da sola,  taglia e divide il grano dalla pula. Come tutti i mezzadri, anch’io volevo avere della terra mia e, grazie ai miei risparmi, nel 1958, ho potuto finalmente comprarmi il primo terreno e il primo trattore, un OM45, cui sono seguiti altri, tecnicamente migliori. Negli anni ’60, quando i terreni iniziarono a esser abbandonati, io, fedele alla terra, non ho fatto altro che allargare il lavoro, coltivando anche quelle terre abbandonate. Oggi la mia azienda, nella quale lavorano i miei due figli, è la più grande della zona».

Evoluzione storica

Pietro Spaccapaniccia, 71 anni, e il suo amico Giovanni Ricci, di 67, sono stati dunque gli organizzatori di questa manifestazione intitolata “Andiamo a mietere il grano”.

«La prima edizione di una lunga serie futura», si augura Pietro, ridendo. «In questo pomeriggio il grano sarà tagliato secondo l’evoluzione storica che molti di noi hanno vissuto. Proseguirà poi Amleto, con una “Bici falciatrice” risalente agli anni ‘30, una macchina forlinese inventata da chissà quale artigiano: girando la ruota sospesa della bici, il grano viene tagliato, eliminando così il lavoro manuale del falciatore. Seguirà la mietitura degli anni ’40, con le mucche che trainano una falciatrice, mentre uomini e donne, dietro, raccoglieranno e legheranno i mazzetti per farne covoni. Messe a riposo le mucche, subentrerà la “mietilega DCS”, una macchina con motore a petrolio che elimina il lavoro di molti uomini e donne perché taglia e lega. Con questa macchina, procedendo nel tempo, si arriva fino agli anni ‘70, quando nei campi sono entrate le enormi mietitrebbie che in poco tempo hanno cancellato ogni fatica degli uomini e anche la storia della raccolta millenaria del frumento! Fino a oggi, quando, grazie a noi che vogliamo riproporre l’evoluzione tecnologica della mietitura, con la trebbiatura  con le trebbie  fisse e sarà ancora festa per tutti!».

Tommaso Vitali Rosati

«In circa quaranta anni ho girato tutte le vie d’Italia, alla guida di un camper attrezzato a Redazione viaggiante, per assistere e documentare i fatti di tutte le genti. Ho dato voce a chi aveva dimenticato di averla. Ho ridonato bellezza a chi pensava di averla perduta. Ho ascoltato storie per raccontarle a tutti; storie di piccole cose e di antichi sogni. Le mie compagne di viaggio sono state la macchina fotografica ed una macchina da scrivere. Strumenti che hanno permesso a chi leggeva il giornale, di conoscere persone e fatti più o meno lontani. Ho fatto rivivere paesi abbandonati , mostrando di essi, quegli angoli belli che solo l’ultimo abitante poteva conoscere. E poi: maghi, fantasie di fate, racconti di demoni, storie di guerre, di assurdi burocratici, di speranze mai perdute, di Musei nati per l’amore di una sola persona, di animali con un cuore immenso, di superstizioni mai morte, di Santi e miracoli, di uomini con buona volontà, di tragedie …… Ho fermato il tempo incidendo tutte le immagini nella pellicola: volti, luoghi, riti, masse di persone, particolari, creando un archivio trentennale di uno spaccato di vita oggi, spesso dimenticato. Ho consumato macchine fotografiche e camper: oggi con l’informatica, ho mutato gli strumenti della mia redazione viaggiante e posso, in pochi attimi, inviare le mie storie, ovunque, nel mondo. Sono stato anche un giornalista molto fortunato perché le mie piccole storie sono piaciute sempre al giornale Cronaca Vera ed ai due Direttori che si sono alternati: Antonio Perria, il grande Maestro della Cronaca, -purtroppo ci ha lasciati da alcuni anni- , e Giuseppe Biselli, un entusiasta delle piccole cose che pubblicate, diventano “grandi”».

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Focus

CONTINUO A LOTTARE E INTANTO PAGO!

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

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E’ CONVINTO CHE PRIMA O POI GLI SARA’ DATA RAGIONE…

L’infinito calvario di un imprenditore 40enne

Rimasto senza liquidità ha dovuto dichiarare fallimento

Lo Stato sa esigere dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma quando deve pagare ogni scusa è buona per dilazionare l’esborso – Prima che dalle tasse è stato messo in ginocchio dalle banche

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

 

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

Gela (Caltanissetta)
Emilio Missuto, 40 anni, è stato costretto a dichiarare fallimento per 37mila euro di tasse non pagate allo Stato di cui è creditore per quasi tre milioni di euro per lavori pubblici fatturati e non saldati. Per attirare l’attenzione sulla sua vicenda scandalosa le ha tentate tutte: si è incatenato davanti ai tribunali, ha fatto più volte lo sciopero della fame e della sete sino a finire in ospedale, ha denunciato alla magistratura le malefatte di alcune persone che, a suo dire, l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha invocato l’incontro con il presidente della Repubblica e con le diverse istituzione ai vari livelli, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza che si sia mossa foglia. Nulla di nulla.

Ma l’imprenditore 40enne è un uomo coriaceo e continua la sua protesta con ogni mezzo. Non intende arrendersi davanti alle avversità che gli sono costate tutte le sue risorse economiche e quelle della sua famiglia. La “Cosei Srl” era una delle società di famiglia specializzata nella messa in sicurezza e rinforzo degli argini dei fiumi e dei costoni di colline e montagne. Un lavoro di alta specializzazione che occupava una cinquantina di dipendenti ai quali Missuto ha sempre assicurato lo stipendio.

Le commesse nel settore dei lavori pubblici non mancavano, ma la crisi si faceva sentire e ogni ritardo nel pagamento delle fatture rischiava di mettere in ginocchio la ditta che, alcuni anni addietro, iniziava il suo lento calvario verso la chiusura.

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Tasse e pignoramenti

«Ho fatturato per milioni di euro in diversi comuni d’Italia», racconta Missuto. «Ho realizzato opere pubbliche di notevole valore, ma bastava che uno di questi ritardasse nei pagamenti per mettermi nei guai e cosi è stato. Senza liquidità è stato tutto un susseguirsi di eventi nefasti che sono culminati con il fallimento dell’impresa, cui sono seguiti i licenziamenti delle maestranze e tutto il resto».

Le prime a dare addosso all’imprenditore sono state le banche, che hanno iniziato a pignorare le macchine movimento terra dell’azienda e tutto ciò che potesse trasformarsi in denaro contante per fare cassa a seguito del dissesto dell’azienda. Poi sono arrivate, puntuali, le tasse e, per non aver potuto pagare contributi previdenziali e Iva, l’imprenditore siciliano ha dovuto subire altri pignoramenti, stavolta sul patrimonio di famiglia.

«Circa 23.000 euro che sono diventati 37 mila per via degli interessi», aggiunge Missuto. «Mentre io aspetto ancora che mi siano saldati quasi tre milioni di euro da uno Stato che esige dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma che quando si deve mettere le mani in tasca ogni scusa è buona per dilazionare nel tempo l’esborso, mentre l’Italia muore».

Il resto è storia nota, come quella di altri imprenditori che, per molto meno, si sono tolti la vita pur di mantenere integra la loro dignità nei confronti dei propri dipendenti.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Giustizia lumaca

«I Comuni che dovevano pagare le fatture al posto di aiutarmi mi hanno messo il bastone tra le ruote», continua il coraggioso imprenditore. «Tra errori e perizie alla carlona hanno tentato qualsiasi cosa pur di sfuggire alle loro responsabilità, tanto da costringermi a denunciare diverse persone tra tecnici e funzionari, ma sino a oggi gli unici ad averci rimesso siamo io e i miei dipendenti».

Per dirne una, Emilio Missuto aspetterebbe da sei anni il pagamento di oltre un milione di euro da parte del Comune di Santadi, in provincia di Carbonia Iglesias, con il quale è in corso un contenzioso giudiziario. Il civico consesso sardo rivendicherebbe la non conformità delle opere pubbliche eseguite dalla ditta siciliana, ma sarebbe incontrovertibile che detti lavori sono stati comunque eseguiti sotto il pieno controllo tecnico dell’ente pubblico, dunque dovrebbero essere pagati per le cifre pattuite. Ma ricorrendo al tribunale, Emilio Musso dovrà attendere gli esiti della lenta giustizia italiana.

«Intanto mi trovo in stato d’indigenza e con un pugno di mosche in mano», conclude l’uomo. «Continuerò la mia lotta perché prima o poi dovranno darmi ragione».

Già, prima o poi.

G.R.

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Focus

COSTRETTI IN PROCESSIONE DAVANTI ALLA SUA TESTA

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

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MISTERI E DELITTI

 

Nel XIV secolo lo stato pontificio contava più briganti che preti

Il brigantaggio era la conseguenza delle condizioni di vita dei contadini

 

I nobili e, in parte, della Chiesa si arrogavano i tre quarti dei sudati prodotti della terra – Davanti a una simile ingiustizia anche dei religiosi si affiancarono ai malviventi – Il più celebre fra loro fu preso, decapitato e usato come monito

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

 

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

 

Roma

«Abbiamo più briganti che preti», disse Papa Gregorio XIII al figlio Giacomo. Erano gli “anni foschi” dello Stato Pontificio, nella seconda metà del XIV secolo. In quel tempo, i Papi avevano la loro donna e anche dei figli, amministravano la Chiesa e lo Stato con sistemi che non avevano nulla di cristiano e vivevano nel lusso. Un cronista del tempo riferisce che “nello Stato Pontificio c’erano circa trentamila briganti”.

La risposta a come mai la gente si dava al brigantaggio è nelle condizioni di vita dei contadini. La maggior parte di loro lavoravano duramente un fazzoletto di terra e quando arrivava il tempo della raccolta passavano gli sgherri del Principe che si prendevano la metà dei frutti della terra, poi toccava ai delegati della Chiesa che si prendevano la metà di quello che era rimasto. Alla fine al contadino rimaneva un quarto del raccolto, che non bastava a passare l’inverno.

Le persone “timorate di Dio” piegavano la testa e tiravano avanti pregando e lavorando, ma c’era anche chi si ribellava a queste ingiustizie e finiva per darsi alla macchia e iniziava la lotta contro le guardie pontificie, sempre più agguerrite e spietate.

Il Governatore si vantava di avere piazzato otto forche tra Frosinone e Anagni, affidandole a quattro boia, ma anche alcuni preti coraggiosi iniziarono a prendere posizione, condannando dai pulpiti il suo operato. Questa reazione non diede i frutti sperati, quindi anche dei religiosi finirono per raggiungere i briganti in montagna. Tra questi c’era il leggendario prete Guercino.

Il re della città*** Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

Il re della città***
Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

 

Era santo e demonio

Sono tante le leggende intorno a questo personaggio, che finì per diventare il “re della montagna”, in contrapposizione al “re della città”, che era il Papa. Una di queste racconta che “portava con sé sempre due fidati amici, il Vangelo e la spada”. Il suo motto era “dare sante bastonate a chi toglieva il pane dalla bocca dei fratelli, senza mai uccidere, perché la vita è un dono di Dio”, ma prima di dare le “sante bastonate” ai proprietari terrieri che sfruttavano i contadini, leggeva sempre un passo del Vangelo.

Questo prete, considerato santo dalla povera gente e demonio dai ricchi, partecipò a diverse spedizioni punitive organizzate da Marco Sciarra, il brigante gentiluomo che si proclamava “mandato da Dio contro gli affamatori del popolo”. E quando alla compagnia si unì anche Tommaso Forago dell’ordine di San Lorenzo e i cappuccini Antonio Macchia e Antonio Saccomanni, si formò la “Compagnia della Santa Giustizia”.

A questo punto Gregorio XIII ordinò al Governatore di fermare “un simile scandalo”. Iniziò così una caccia spietata ai “preti briganti”, che finirono in breve tempo nelle carceri pontificie.

Papa Gregorio XIII volle incontrare personalmente padre Guercino. Il colloquio durò un quarto d’ora e al termine “il Papa invocò la clemenza divina sul povero prete e questi invocò la stessa clemenza divina sul povero Papa”.

Padre Guercino fu poi processato e condannato a morte.

Il re della montagna*** Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Il re della montagna***
Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Predizione azzeccata

La grazia del Papa non arrivò e Padre Guercino trascorse in cella i suoi ultimi giorni, pregando, leggendo il Vangelo e meditando. Un giorno disse al suo carceriere che “davanti al tribunale divino l’avrebbe preceduto il Papa”.

Era una preveggenza, perché Gregorio XIII morì il 10 aprile 1585 e padre Guercino fu decapitato il 4 maggio.

Sisto V, che successe a Gregorio XIII, non si accontentò di fare decapitare il “prete brigante”, ma ordinò che la sua testa fosse esposta per tre giorni nel cortile dell’Angelo, a Castel Sant’Angelo, e costrinse il clero romano ad andare a vedere la macabra scena “affinché ogni prete si rendesse conto della fine riservata a coloro che si ribellano alla Santa Madre Chiesa”.

Il corpo di padre Guercino fu poi bruciato e le ceneri gettate nel Tevere “per disperdere ogni ricordo del prete brigante”. Davanti a tanta crudeltà, su alcuni muri vicini a Castel Sant’Angelo, mani ignote scrissero una frase che poi volò di bocca in bocca, diventando proverbiale: “Nemmeno Cristo perdonerà Papa Sisto”.

Quando poi morì questo pontefice, si diffuse la voce che fosse venuto a prenderlo il Demonio, perché mentre esalava l’ultimo respiro un uragano spaventoso si scatenò su Roma.

Enzo Valentini

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Cronaca Incredibile!

DELFINO SALVA PUPO!

Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

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delfino

 Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

Un bimbo di appena dieci mesi è caduto in acqua dalle braccia della madre mentre viaggiava su un fiume in piena, a bordo di una barchetta sgangherata. Sembrava subito tragedia. Ma dalla riva, frattanto che la gente urlava per la disperazione, assisteva ad un sorprendete salvataggio: un gentil delfino facendo scivolare il bambino nella sua larga bocca, morbidamente lo deponeva di nuovo nel grembo della madre incredula. Non solo. L’enorme pesce col suo muso è riuscito a sospingere il relitto fino al primo villaggio abitato consentendone il recupero!

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