Scrivici

News

SE LA CICOGNA NON SI FERMA PIÙ QUI…

Pubblicato

su

UNA LOTTA IN DIFESA DELLA SALUTE

Protestano per la chiusura di alcuni reparti dell’ospedale

Scendono in piazza contro la serrata di ostetricia-ginecologia e pediatria

La scelta del direttore generale dell’ASL di accorparli a un altro presidio ospedaliero, distante sette chilometri, è spinta dalla necessità di ottimizzare le risorse a causa della crisi della sanità campana  

Eboli protesta ospedale09 

Molte le mamme che hanno preso parte alla manifestazione di protesta che ha visto anche la partecipazione del sindaco con numerosi consiglieri e assessori, e dell’ex cappellano del nosocomio

 

Eboli (Salerno)

Le mamme ebolitane non vogliono la chiusura del reparto di pediatria dell’ospedale Maria S.S. dell’Addolorata e diventano “barricadiere”, organizzando un corteo di protesta contro la scelta del direttore generale dell’ASL di Salerno, Antonio Squillante, di accorpare i reparti di ostetricia-ginecologia e pediatria al presidio ospedaliero di Battipaglia, distante sette chilometri.

«Come mamme sentiamo il diritto di chiedere la tutela della salute dei nostri bambini», spiega la portavoce, Emanuela Grasso, 33 anni. «Vogliamo sottolineare che la nostra battaglia non è contro l’ospedale di Battipaglia, vogliamo soltanto difendere i reparti di ginecologia e ostetrica, presidi di tutela della nostra salute».

A sfilare lungo le strade cittadine c’erano 200 persone, forse poche, ma va anche considerato che la temperatura era di 36 gradi. Le donne che insieme ai loro bambini hanno sfidato il caldo sono partite in corteo da piazza della Repubblica e hanno raggiunto l’ingresso dell’ospedale Maria SS. Addolorata.

Un corteo ordinato, che vedeva tra le mamme anche gli ultras della squadra di calcio che inneggiavano cori da stadio contro il manager dell’ASL. Giorni fa hanno affisso uno striscione lungo una delle rotatorie del paese con la scritta “meglio sterili che nascere battipagliesi”, che qualcuno ha trovato un po’ volgare.

[slideshow_deploy id=’71’]

 

Le autorità dalla loro

Nessun disagio per il traffico, anche per le poche auto per strada quell’ora. Qualcuno s’è affacciato ai balcone al passaggio del corteo per sostenere la lotta con un applauso.

Presente anche il sindaco Martino Melchionda, insieme con numerosi consiglieri e assessori, e il presidente del comitato Edilizia e Lavoro, Mario Rega, il quale non ha mollato per un istante il suo cartello.

«La battaglia si può vincere», commenta Emanuela. «Se l’esito dell’incontro sarà negativo ci dovremmo organizzare per il da farsi, non più manifestare, ma bloccare il paese».

Tra i dimostranti anche don Giuseppe Bagarozza. Confuso tra la folla, con un sorriso pieno di determinazione, il sacerdote battipagliese arrivato a Eboli parla senza mezze misure.

«I tagli non si fanno sulle persone, ma su altre cose», ha detto il parroco 35enne, che è stato cappellano del nosocomio. «La salute è un diritto che non va toccato in nome del risparmio. All’ospedale di Eboli lavorano con dedizione e professionalità. Per mesi sono stato con loro e so quanto impegno mettono in ciò che fanno, non è comprensibile che si chiudano i reparti di un ospedale perché mancano le risorse».

Arrivato a marzo, don Giuseppe è già molto conosciuto tra la gente e il suo impegno e la sua energia hanno coinvolto anche le mamme. Un prete tra la gente, come chiede Papa Francesco.

«La presenza di don Peppino ci dà forza in questa battaglia per i nostri figli e non solo», ha detto Emanuela.

Risposte non gradite

La marcia sotto il sole cocente è terminata davanti al pronto soccorso, dove è stato chiesto di incontrare il direttore sanitario, Rocco Calabrese. Ci sono stati alcuni momenti di tensione e qualche urlo, poi il direttore Calabrese ha incontrato i manifestanti nel piazzale.

«Sono scelte obbligate dalla profonda crisi che vive la sanità campana», ha esordito il dirigente. «Una crisi che ha chiesto una razionalizzazione della spesa sanitaria cercando di ottimizzare le risorse».

Una risposta non gradita, cui è seguita la testimonianza di una mamma di un bimbo affetto da una grave patologia la cui vita è stata salvata più volte dal reparto che si vuole chiudere.

«I sette chilometri e i dieci minuti di percorrenza possono fare la differenza», ha spiegato la mamma. «Ma ancora più importante è il rapporto che i medici creano con i pazienti, in pediatria conoscono bene il caso di mio figlio, lo hanno studiato, invece in altri ospedali mi hanno spedito subito a Napoli».

Una testimonianza forte che il direttore ha recepito, ma come ha puntualizzato il sindaco Melchionda: «È il dottor Antonio Squillante, direttore generale dell’ASL, che sta operando scelte che mettono in serio rischio la salute dei cittadini».

Le mamme ebolitane hanno ascoltato fino in fondo, per oltre un’ora, e sono pronte a continuare la loro battaglia.

Angelica Tafuri

Continua a leggere
Pubblicità
Clicca sul commento

Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Focus

CONTINUO A LOTTARE E INTANTO PAGO!

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

Pubblicato

su

E’ CONVINTO CHE PRIMA O POI GLI SARA’ DATA RAGIONE…

L’infinito calvario di un imprenditore 40enne

Rimasto senza liquidità ha dovuto dichiarare fallimento

Lo Stato sa esigere dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma quando deve pagare ogni scusa è buona per dilazionare l’esborso – Prima che dalle tasse è stato messo in ginocchio dalle banche

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

Il 40enne Emilio Missuto, in sei anni ha si è incatenato davanti ai tribunali, ha denunciato alla magistratura le malefatte delle persone che l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza ottenere nulla.

 

A fronte di 37mila euro di tasse non pagate, è creditore di quasi tre milioni per lavori pubblici fatturati e mai saldati – Per attirare l’attenzione sulle sue vicissitudini ha tentato ogni tipo di protesta

Gela (Caltanissetta)
Emilio Missuto, 40 anni, è stato costretto a dichiarare fallimento per 37mila euro di tasse non pagate allo Stato di cui è creditore per quasi tre milioni di euro per lavori pubblici fatturati e non saldati. Per attirare l’attenzione sulla sua vicenda scandalosa le ha tentate tutte: si è incatenato davanti ai tribunali, ha fatto più volte lo sciopero della fame e della sete sino a finire in ospedale, ha denunciato alla magistratura le malefatte di alcune persone che, a suo dire, l’avrebbero ridotto sul lastrico, ha invocato l’incontro con il presidente della Repubblica e con le diverse istituzione ai vari livelli, ha raccontato i fatti a giornali e tv, senza che si sia mossa foglia. Nulla di nulla.

Ma l’imprenditore 40enne è un uomo coriaceo e continua la sua protesta con ogni mezzo. Non intende arrendersi davanti alle avversità che gli sono costate tutte le sue risorse economiche e quelle della sua famiglia. La “Cosei Srl” era una delle società di famiglia specializzata nella messa in sicurezza e rinforzo degli argini dei fiumi e dei costoni di colline e montagne. Un lavoro di alta specializzazione che occupava una cinquantina di dipendenti ai quali Missuto ha sempre assicurato lo stipendio.

Le commesse nel settore dei lavori pubblici non mancavano, ma la crisi si faceva sentire e ogni ritardo nel pagamento delle fatture rischiava di mettere in ginocchio la ditta che, alcuni anni addietro, iniziava il suo lento calvario verso la chiusura.

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Durante una protesta, un medico controlla la pressione a Missuto, il quale più di una volta è finito in ospedale per avere fatto degli scioperi della sete e della fame

Tasse e pignoramenti

«Ho fatturato per milioni di euro in diversi comuni d’Italia», racconta Missuto. «Ho realizzato opere pubbliche di notevole valore, ma bastava che uno di questi ritardasse nei pagamenti per mettermi nei guai e cosi è stato. Senza liquidità è stato tutto un susseguirsi di eventi nefasti che sono culminati con il fallimento dell’impresa, cui sono seguiti i licenziamenti delle maestranze e tutto il resto».

Le prime a dare addosso all’imprenditore sono state le banche, che hanno iniziato a pignorare le macchine movimento terra dell’azienda e tutto ciò che potesse trasformarsi in denaro contante per fare cassa a seguito del dissesto dell’azienda. Poi sono arrivate, puntuali, le tasse e, per non aver potuto pagare contributi previdenziali e Iva, l’imprenditore siciliano ha dovuto subire altri pignoramenti, stavolta sul patrimonio di famiglia.

«Circa 23.000 euro che sono diventati 37 mila per via degli interessi», aggiunge Missuto. «Mentre io aspetto ancora che mi siano saldati quasi tre milioni di euro da uno Stato che esige dai cittadini puntualità nei pagamenti, ma che quando si deve mettere le mani in tasca ogni scusa è buona per dilazionare nel tempo l’esborso, mentre l’Italia muore».

Il resto è storia nota, come quella di altri imprenditori che, per molto meno, si sono tolti la vita pur di mantenere integra la loro dignità nei confronti dei propri dipendenti.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Uno dei tanti lavori eseguiti dalla ditta di Missuto per il contenimento di costoni rocciosi e di alvei di fiumi oggi in pericolo per la dissennata cementificazione che provoca le tragedie a cui tutti stiamo facendo l’abitudine.

Giustizia lumaca

«I Comuni che dovevano pagare le fatture al posto di aiutarmi mi hanno messo il bastone tra le ruote», continua il coraggioso imprenditore. «Tra errori e perizie alla carlona hanno tentato qualsiasi cosa pur di sfuggire alle loro responsabilità, tanto da costringermi a denunciare diverse persone tra tecnici e funzionari, ma sino a oggi gli unici ad averci rimesso siamo io e i miei dipendenti».

Per dirne una, Emilio Missuto aspetterebbe da sei anni il pagamento di oltre un milione di euro da parte del Comune di Santadi, in provincia di Carbonia Iglesias, con il quale è in corso un contenzioso giudiziario. Il civico consesso sardo rivendicherebbe la non conformità delle opere pubbliche eseguite dalla ditta siciliana, ma sarebbe incontrovertibile che detti lavori sono stati comunque eseguiti sotto il pieno controllo tecnico dell’ente pubblico, dunque dovrebbero essere pagati per le cifre pattuite. Ma ricorrendo al tribunale, Emilio Musso dovrà attendere gli esiti della lenta giustizia italiana.

«Intanto mi trovo in stato d’indigenza e con un pugno di mosche in mano», conclude l’uomo. «Continuerò la mia lotta perché prima o poi dovranno darmi ragione».

Già, prima o poi.

G.R.

Continua a leggere

Focus

COSTRETTI IN PROCESSIONE DAVANTI ALLA SUA TESTA

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

Pubblicato

su

MISTERI E DELITTI

 

Nel XIV secolo lo stato pontificio contava più briganti che preti

Il brigantaggio era la conseguenza delle condizioni di vita dei contadini

 

I nobili e, in parte, della Chiesa si arrogavano i tre quarti dei sudati prodotti della terra – Davanti a una simile ingiustizia anche dei religiosi si affiancarono ai malviventi – Il più celebre fra loro fu preso, decapitato e usato come monito

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

Castel Sant’Angelo: qui nel cortile dell’Angelo, all’interno del castello, fu esposta per tre giorni la testa di padre Guercino. Sisto V, da poco succeduto a papa Gregorio XIII, obbligò il clero romano a una “macabra processione davanti alla testa mozzata del povero prete”.

 

Il macabro trofeo fu esposto per tre giorni su volontà del pontefice – Tanta crudeltà provocò nel popolo un’ondata di sdegno e sui muri della città apparve la scritta: “Papa Sisto non lo perdonerà nemmeno Cristo”

 

Roma

«Abbiamo più briganti che preti», disse Papa Gregorio XIII al figlio Giacomo. Erano gli “anni foschi” dello Stato Pontificio, nella seconda metà del XIV secolo. In quel tempo, i Papi avevano la loro donna e anche dei figli, amministravano la Chiesa e lo Stato con sistemi che non avevano nulla di cristiano e vivevano nel lusso. Un cronista del tempo riferisce che “nello Stato Pontificio c’erano circa trentamila briganti”.

La risposta a come mai la gente si dava al brigantaggio è nelle condizioni di vita dei contadini. La maggior parte di loro lavoravano duramente un fazzoletto di terra e quando arrivava il tempo della raccolta passavano gli sgherri del Principe che si prendevano la metà dei frutti della terra, poi toccava ai delegati della Chiesa che si prendevano la metà di quello che era rimasto. Alla fine al contadino rimaneva un quarto del raccolto, che non bastava a passare l’inverno.

Le persone “timorate di Dio” piegavano la testa e tiravano avanti pregando e lavorando, ma c’era anche chi si ribellava a queste ingiustizie e finiva per darsi alla macchia e iniziava la lotta contro le guardie pontificie, sempre più agguerrite e spietate.

Il Governatore si vantava di avere piazzato otto forche tra Frosinone e Anagni, affidandole a quattro boia, ma anche alcuni preti coraggiosi iniziarono a prendere posizione, condannando dai pulpiti il suo operato. Questa reazione non diede i frutti sperati, quindi anche dei religiosi finirono per raggiungere i briganti in montagna. Tra questi c’era il leggendario prete Guercino.

Il re della città*** Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

Il re della città***
Papa Gregorio XIII volle incontrare padre Guercino in carcere e, al termine del colloquio, invocò su di lui la clemenza divina, mentre il prete invocò la clemenza del Padreterno sul pontefice.

 

Era santo e demonio

Sono tante le leggende intorno a questo personaggio, che finì per diventare il “re della montagna”, in contrapposizione al “re della città”, che era il Papa. Una di queste racconta che “portava con sé sempre due fidati amici, il Vangelo e la spada”. Il suo motto era “dare sante bastonate a chi toglieva il pane dalla bocca dei fratelli, senza mai uccidere, perché la vita è un dono di Dio”, ma prima di dare le “sante bastonate” ai proprietari terrieri che sfruttavano i contadini, leggeva sempre un passo del Vangelo.

Questo prete, considerato santo dalla povera gente e demonio dai ricchi, partecipò a diverse spedizioni punitive organizzate da Marco Sciarra, il brigante gentiluomo che si proclamava “mandato da Dio contro gli affamatori del popolo”. E quando alla compagnia si unì anche Tommaso Forago dell’ordine di San Lorenzo e i cappuccini Antonio Macchia e Antonio Saccomanni, si formò la “Compagnia della Santa Giustizia”.

A questo punto Gregorio XIII ordinò al Governatore di fermare “un simile scandalo”. Iniziò così una caccia spietata ai “preti briganti”, che finirono in breve tempo nelle carceri pontificie.

Papa Gregorio XIII volle incontrare personalmente padre Guercino. Il colloquio durò un quarto d’ora e al termine “il Papa invocò la clemenza divina sul povero prete e questi invocò la stessa clemenza divina sul povero Papa”.

Padre Guercino fu poi processato e condannato a morte.

Il re della montagna*** Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Il re della montagna***
Padre Guercino, da un disegno pubblicato nel 1875 dal “Becco Giallo”. Il prete divenne brigante per difendere i contadini derubati dai nobili e dalla Chiesa. Fu decapitato e poi bruciato e le sue ceneri gettate nel Tevere “affinché tutto di lui fosse disperso”.

Predizione azzeccata

La grazia del Papa non arrivò e Padre Guercino trascorse in cella i suoi ultimi giorni, pregando, leggendo il Vangelo e meditando. Un giorno disse al suo carceriere che “davanti al tribunale divino l’avrebbe preceduto il Papa”.

Era una preveggenza, perché Gregorio XIII morì il 10 aprile 1585 e padre Guercino fu decapitato il 4 maggio.

Sisto V, che successe a Gregorio XIII, non si accontentò di fare decapitare il “prete brigante”, ma ordinò che la sua testa fosse esposta per tre giorni nel cortile dell’Angelo, a Castel Sant’Angelo, e costrinse il clero romano ad andare a vedere la macabra scena “affinché ogni prete si rendesse conto della fine riservata a coloro che si ribellano alla Santa Madre Chiesa”.

Il corpo di padre Guercino fu poi bruciato e le ceneri gettate nel Tevere “per disperdere ogni ricordo del prete brigante”. Davanti a tanta crudeltà, su alcuni muri vicini a Castel Sant’Angelo, mani ignote scrissero una frase che poi volò di bocca in bocca, diventando proverbiale: “Nemmeno Cristo perdonerà Papa Sisto”.

Quando poi morì questo pontefice, si diffuse la voce che fosse venuto a prenderlo il Demonio, perché mentre esalava l’ultimo respiro un uragano spaventoso si scatenò su Roma.

Enzo Valentini

Continua a leggere

Cronaca Incredibile!

DELFINO SALVA PUPO!

Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

Pubblicato

su

delfino

 Dacca (Bangladesh) – I nostri grandi amici acquatici

Un bimbo di appena dieci mesi è caduto in acqua dalle braccia della madre mentre viaggiava su un fiume in piena, a bordo di una barchetta sgangherata. Sembrava subito tragedia. Ma dalla riva, frattanto che la gente urlava per la disperazione, assisteva ad un sorprendete salvataggio: un gentil delfino facendo scivolare il bambino nella sua larga bocca, morbidamente lo deponeva di nuovo nel grembo della madre incredula. Non solo. L’enorme pesce col suo muso è riuscito a sospingere il relitto fino al primo villaggio abitato consentendone il recupero!

Continua a leggere
Pubblicità
Pubblicità
Pubblicità

Su Facebook!

Pubblicità
Pubblicità

Trending

Copyright 2017 - NEW MESSAGE UNO Srl - Piazza Erculea 5 - 20122 Milano - CF/P. IVA 08687380967 Realizzazione: Teaser LAB Srl - Via Privata Martino Lutero 6 - 20126 Milano - CF/P. IVA 08815430965 Nuova Cronaca Vera- Registrazione effettuata al Tribunale di Milano n.305 del 16/8/1972 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 5420, vol. 55, pag. 153 del 13/11/1996- Direttore Responsabile: Giuseppe Biselli - Sito a cura di Algama.it

Lo store di cronacavera.it è uno store di affiliazione. Al momento dell'acquisto sarete reindirizzati su Amazon Rimuovi