LE MANI STRITOLATE E POI GIÙ NEL FIUME

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MISTERI E DELITTI

Nel 1921 un fervente fascista 27enne ucciso a botte da ignoti

Il futuro Duce ne fece ufficialmente un martire

Fu aggredito mentre attraversava allegramente un ponte in bicicletta – Dopo averlo picchiato fu gettato nelle acque sottostanti – Ci fu un’inchiesta ma non furono mai individuati i responsabili

 

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In suo nome furono collocate lapidi e intitolate delle vie – La reazione delle squadre d’azione toscane alla sua uccisione fu feroce e ne seguì una sanguinaria campagna di repressione

 

Firenze

«Il Fascismo è più di un partito politico. È una religione e come tale ha bisogno dei suoi martiri». Con queste parole Mussolini concludeva un discorso alle squadre d’azione di Ferrara, all’inizio del mese di febbraio 1921. E il primo martire “ufficiale” della rivoluzione fascista non tardò a venire, perché il 28 febbraio dello stesso anno fu assassinato Giovanni Berta, figlio di un industriale metallurgico fiorentino.

Berta aveva 27 anni e da poco si era iscritto al partito fascista, con l’entusiasmo che in quel tempo animava molti giovani. Non nascondeva questa sua scelta, tanto da portare all’occhiello del bavero della giacca il distintivo del fascio. L’aveva anche la mattinata di quel fatidico giorno, mentre transitava in bicicletta su un ponte dell’Arno. Era una bella giornata e Berta pedalava tranquillamente, fischiettando una canzone.

Alcune persone che stavano confabulando tra loro lo videro arrivare. Una di queste notò che portava al bavero il fascio e lo fermò, con fare minaccioso.

Il 27enne cercò di reagire, ma quando arrivarono gli altri a dare manforte all’amico, dalle parole si passò ai pugni.

Diverse campane

Su quel che successe in seguito ci sono due versioni contrastanti.

Il verbale dei carabinieri sostiene che “nella colluttazione Giovanni Berta si accostò al parapetto del ponte e, in seguito a movimenti incontrollati, finì per cadere nel fiume, finendo poi trascinato dalla corrente”.

L’inchiesta non individuò i responsabili dell’aggressione e fu soltanto rintracciato l’operaio Giuseppe Orlandini che, da lontano, aveva assistito alla colluttazione e sulla base della sua testimonianza fu redatto il verbale.

Qualche giorno dopo riaffiorò dalle acque del fiume il cadavere di Giovanni Berta e la perizia necroscopica accertò che “le mani erano state colpite violentemente, tanto da provocare un numero imprecisato di fratture”. Fu accertato anche che la morte avvenne per annegamento.

Una lettera anonima “scritta da una persona che aveva visto, ma non voleva fare la fine dell’assassinato”, precisava che “il giovane fu spinto oltre il parapetto del ponte e costretto, a bastonate e pestandogli le mani che si aggrappavano al pavimento, a lasciarsi andare”. Questo spiegherebbe “il numero imprecisato di fratture alle mani”.

Il crimine impressionò molta gente e Mussolini, dalle pagine del suo giornale, “il Popolo d’Italia”, proclamò Giovanni Berta “primo Martire della rivoluzione fascista”. Ordinò inoltre a tutte le sedi dei Fasci di combattimento di collocare una lapide “in onore al Caduto fiorentino”, alla quale se ne aggiunsero poi tante altre, perché il massacro “tra rossi e neri” continuò per molto tempo.

Fu però con Giovanni Berta che il Fascismo iniziò il culto dei Caduti.

Decine di morti e feriti

L’anno successivo Mussolini ordinò a tutte le maggiori città di dedicare una via o una piazza al 27enne fiorentino e fu disposto che ogni comune con più di mille abitanti doveva creare un parco della rimembranza, piantando un albero per ogni Caduto in guerra o durante la rivoluzione fascista.

In un secondo tempo furono formate anche “le selve votive”, ovvero, giardini considerati “sacri alla memoria, che simboleggiavano la spirituale convivenza fra i vivi e i morti per la Patria”.
Come si può ben immaginare, dopo l’assassinio di Giovanni Berta ci fu una cruenta reazione da parte delle squadre d’azione fiorentine, che al comando del marchese Dino Perrone Compagnoni, meglio conosciuto come “il Granduca nero” partirono per “una pulizia delle terre rosse”, la Val Chiana e la Valle del Bisenzio.

Circa duecento squadristi lasciarono Firenze cantando la canzone del momento, il cui testo recitava: “Hanno ucciso Berta, fascista tra i fascisti, vendetta noi farem dei comunisti”. La vendetta che ne seguì gettò nel lutto e nella disperazione molte famiglie, sia “tra i rossi che tra i neri”.

Non contenti della loro “pulizia”, le squadre d’azione si accamparono sulla spiaggia di Avenzana, per poi procedere verso Suzzara, dove fu completato il massacro, che lasciò sul campo una decina di morti e un numero imprecisato di feriti, da ambo le parti.

Enzo Valentini

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