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“SONO GESÙ CRISTO, DOVEVO PUNIRE I PECCATORI”

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UNA GIORNATA DI FOLLIA… 

Aveva già fatto altre vittime il 34enne arrestato per avere accoltellato tre persone

Nelle ore precedenti aveva derubato e preso in ostaggio due uomini

Ora è piantonato nel reparto di psichiatria di un ospedale, in attesa che i medici l’hanno trovato in un evidente stato di alterazione e agitazione diano il consenso al suo trasferimento in carcere

Il giovane alterna momenti di lucidità a stati confusionali – Asserisce di essere un illuminato e di avere dovuto aggredire quegli sconosciuti in quanto esseri malvagi che volevano fargli del male

DAVIDE FRIGATTI

Cinisello Balsamo (Milano)

La scia di paura e morte disseminata da Davide Frigatti, il 34enne, arrestato dopo avere accoltellato e ucciso un passante e averne feriti altri due, è iniziata molto prima delle 14 di quella drammatica giornata, quando il giovane ha aggredito un 67enne al Parco Nord, alla periferia del capoluogo milanese (vedi “Cronaca Vera” n° 2182).

Intanto, chi è Davide Frigatti? Apparentemente, un trentenne come tanti, con il mito della Juve, la passione per lo sport, la natura, la vita all’aria aperta e l’arte.

Ha giocato a calcio, da difensore, seguendo le orme del fratello maggiore, Fabrizio, 38 anni, e indossando fino allo scorso anno la casacca del Real Cinisello, mentre per la prima parte di questa stagione ha giocato con l’Atletico Dominante, squadra di Sesto San Giovanni. Era anche campione di kung fu, e praticava corsa e nuoto, e si diceva affascinato dai personaggi storici attenti alla miseria e alla povertà, oltre che amante della pesca e del buon vino.

Viveva ancora con i genitori, ma le due notti precedenti le aggressioni ha dormito a casa del fratello, a Barlassina.

È proprio il fratello a dire che il 34enne era sotto stress e in preda a manie religiose.

«Mi ha detto che in giro sono tutti peccatori». E un’altra parente ha dichiarato che «Davide diceva che per lui era un periodo difficile, a causa della fine di una relazione, aveva trovato speranza nella religione, una forza interiore, mai però ci saremmo aspettati una cosa del genere…».

Secondo emerso dalle indagini, Frigatti la mattina del 17 giugno ha lasciato l’abitazione del fratello e, al volante della sua Alfa 147, s’è diretto a Milano.

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Un crescendo di violenza

Arrivato in piazzale Virgilio parcheggia la vettura e preleva 250 euro da un bancomat, quindi prende un taxi nel vicino piazzale Cadorna e si è fa portare a Piacenza.

Prima di arrivare telefona a un parrucchiere di Stradone Farnese e fissa un appuntamento per le 11.

«Mi ha chiesto un taglio spettinato, con una cresta ondulata», racconta il barbiere. «Abbiamo scambiato due chiacchiere, sembrava un uomo del tutto normale… una conversazione come tante altre, non ne ricordo i particolari, ne se fosse venuto qui altre volte».

Uscito dal barbiere, Frigatti tenta invano di fermare una vettura di passaggio, guidata da una donna, poi coltello alla mano si fa consegnare soldi e auto, una Fiat Punto, da un 40enne di Latina. Fugge questa utilitaria, ma appena incrocia una Volante l’abbandona, forse sentendosi braccato.

Arrivato alla rotonda di via Caduti sul lavoro ferma un’altra auto, guidata Stefano Mezzadri, 55enne disoccupato.

«Prima mi chiede di portarlo a Parma, in fretta. Poi cambia idea e mi dice: “No, andiamo a Milano, o a Sesto San Giovanni”. A quel punto si tranquillizza e comincia a parlarmi. Mi chiede se ho moglie e figli e se vado a messa, perché “la religione è importante”».

Arrivati nei pressi del Parco Nord, il 34enne torna a incattivirsi, butta Mezzadri fuori dall’auto e prosegue da solo.

Ore di paura

È a quel punto che, senza alcun motivo, aggredisce Dario Del Corso, 67 anni, con alcune coltellate. L’anziano sarà poi ricoverato all’ospedale Niguarda in prognosi riservata, ma non è in pericolo di vita.

Frigatti ha gli abiti sporchi di sangue e cerca di lavarli a una fontanella, poi ci rinuncia e, risalito sull’auto di Mezzadri, corre a casa dei genitori.

Al padre giustifica il suo stato dicendo di essere stato coinvolto in una rissa da persone che lo hanno derubato della sua auto, quindi esce di nuovo e raggiunge la stazione di servizio Shell dove ferisce il gestore, Francesco Saponara, 55 anni, anch’egli ora prognosi riservata al San Gerardo di Monza. Getta il coltello che ormai ha la lama spezzata e torna a casa una seconda volta, ma solo per prendere un altro coltello dalla cucina.

Il padre capisce che c’è qualcosa di strano e corre al commissariato di polizia per dare l’allarme, ma è troppo tardi per fermare Davide, che ha già raggiunto l’autolavaggio del 52enne Franco Mercadante, in via Gramsci e l’ha ucciso con un solo fendente alla gola.

Quando la polizia lo rintraccia, nudo e appiedato nei pressi del ponte di Bresso, il 34enne grida, «finalmente sono libero, mi son purificato».

Ora è piantonato nel reparto di Psichiatria dell’ospedale di Monza, in attesa che i medici acconsentano al suo trasferimento in carcere.

Pochi metri più in là, al primo piano del settore D dello stesso ospedale, Saponara è in coma farmacologico e lotta ancora tra la vita e la morte.

Carlo Poselli

 

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1 Commento

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  1. Ketlen

    2016/02/21 a 9:25

    ma la pagano x farsi le fonite e postarle? manco fosse obama..vabe’, a parte le sue solite pose, ho capito x altro x cui le fa, perche effettivamente viene meglio di lato perche’ ha un bel profilo mentre di faccia io ho sempre pensato fosse abbastanza anonima ( penso che anche lei lo sappia a questo punto, non si sare0 data la scusa dell anonimite0 ma qualche altra, ma qualcosa contro la sua faccia frontale ce l ha , seno non e8 spiegabile!!! ) . detto questo, io non so piu cosa dire dell look di questa ragazza..e8 davvero trash, non c e8 molto da dire .p.s. ma a voi i capelli non sembrano fatti con i fili x le stelle filanti lucciocose? tipo x carnevale?!

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Massimo Bossetti: l’errore giudiziario americano che potrebbe riaprire il caso

In California un caso simile alla vicenda Bossetti: un dna, un arresto. E il rischio della pena di morte. Ma l’assassino era un altro.

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OMICIDA TORNA A CASA E VUOLE UCCIDERE ANCORA

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Un 64enne ha minacciato di morte la moglie e il figlio. L’uomo sta scontando una condanna per un delitto ed era in permesso premio

 

Milano

«Vi ammazzo tutti, e pure i vostri parenti». La minaccia, pronunciata da un uomo che è stato già capace di uccidere, tanto da essersi beccato una condanna a 24 anni di carcere, ha fatto tremare i polsi alla moglie 60enne e al figlio 22enne di Giuseppe Suraci, un 64enne calabrese, ma residente a Milano, uscito dalla gattabuia per un permesso premio che è durato il tempo dello sbraitare alla volta dei congiunti terrorizzati, prima di tornare dietro le sbarre. Del 64enne “fumantino” e del terribile delitto che lo aveva portato in carcere, ci eravamo già occupati sul numero 1487 di “Cronaca Vera”, mentre sul numero 1543 vi avevamo raccontato della rabbia di Silvia Cicognini, la moglie della vittima del 64enne.

È stato immediatamente rispedito in gattabuia con l’accusa di maltrattamenti in famiglia che è andata a sommarsi a quella a 24 anni per l’omicidio volontario commesso nel 2001

Il fattaccio risale al 19 febbraio del 2001, quando, in un palazzo di via Zoagli a Quarto Oggiaro, a Milano, Giuseppe Suraci, detto Pino, uccise con una coltellata al costato il suo vicino, il magazziniere bosniaco 32enne Hajrudin Sakic, a coronamento di una serie di piccoli scorni condominiali legati a futili motivi, dalla pipì del cagnolino all’acqua che, dalle fioriere del piano di sopra, colava sul balcone dei Suraci, che avevano già provocato diverse denunce e un intervento della Asl per studiare un modo per separare i due appartamenti, che però non aveva portato a nulla.

La lite e poi la morte

La mattina del 19 febbraio di 16 anni fa, la moglie di Giuseppe Suraci andò a denunciare la signora Sakic al commissariato di Musocco, dicendo di aver subito spinte e sputi davanti al cancello di casa, e poche ore dopo, mentre Hajrudin Sakic rincasava con la figlioletta di tre anni in braccio, Giuseppe Suraci aveva piantato nel cuore dello “zingaro”, come era solito apostrofarlo, una coltellata fatale, davanti ai bambini atterriti che giocavano in cortile. Logica avrebbe voluto che la povera Silvia Cicognini non avrebbe più dovuto subire la beffa di vedere il viso di colui che l’aveva resa vedova a meno di 40 anni e con due figli di 3 e 16 anni da crescere, ma la logica non dimora spesso nelle pagine delle sentenze italiche. Infatti, l’assassino, dopo aver scontato undici mesi di carcere a San Vittore e aver passato qualche tempo agli arresti domiciliari presso i parenti della moglie, a Gioiosa Jonica, era stato autorizzato dalla Corte d’Assise a tornare a Milano per preparare la difesa in vista del processo che poi lo vide condannato a 24 anni di carcere per omicidio.

«Ho passato giorni d’inferno, mia figlia, che era in braccio al padre al momento del delitto, non ha parlato per mesi e mimava di continuo la scena dell’omicidio con le sue bambole, e ora mi ritrovo quell’uomo di nuovo qui, a pochi metri da noi», ci aveva raccontato Silvia Cicognini quando Giuseppe Suraci era tornato a vivere nel suo vecchio appartamento. «Quando quell’uomo uccise mio marito, mi disse che la prossima sarei stata io. Io sono sola, ieri mi sono barricata in casa e prima di dormire ho messo le sedie dietro alle porte, ma per quanto io e i miei figli dovremo vivere in questa situazione?».

La precedente vittima della sua furia era stato un vicino di casa con il quale aveva litigato più volte per via di alcune beghe condominiali, prima di far parlare il coltello

Una testa calda

Per fortuna, dopo un’istanza del legale della donna, un provvedimento d’urgenza firmato dal procuratore capo Gerardo D’Ambrosio determinò l’allontanamento di Suraci dallo stabile, ma siccome di norma il lupo perde il pelo, ma non il vizio, il 64enne è tornato a far parlare di sé sedici anni dopo, il 24 agosto scorso, con le minacce ai suoi stessi familiari. Tornato nell’appartamento di via Dateo, dove la moglie e il figlio si erano trasferiti dopo la brutta vicenda, Giuseppe Suraci ha approfittato di uno dei suoi permessi premio, dei quali godeva già dal 2009, per dare in escandescenze, tanto che i congiunti, terrorizzati, si sono barricati in camera da letto da dove hanno chiamato il 112. Arrivati nello stabile in pochi minuti, gli agenti hanno trovato Suraci ancora in casa a urlare minacce, e hanno raccolto le testimonianze disperate della moglie e del figlio, al termine dei cui racconti il 64enne è stato rispedito in gattabuia, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia sommatasi a quella, già confermata, di omicidio volontario.

Carmela Scotti

IL ROMANZO DI CARMELA SCOTTI:

 

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E’ SCONCERTATA DA QUESTA SVOLTA GIUDIZIARIA

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Testimonial contro il femminicidio è indagata per la morte del marito. L’uomo è perito nel rogo che l’ha sfigurata

 

 

Cagliari

Il corpo di Manuel Piredda potrebbe presto essere riesumato. È quello che ha chiesto la sua famiglia per far luce su che cosa sia davvero accaduto nella notte tra il 17 e il 18 aprile 2011 a Bacu Abis, quando il ragazzo perse la vita a soli 27 anni. Stando a quanto ricostruito fin qui, Manuel avrebbe tentato di bruciare l’ex moglie Valentina Pitzalis cospargendola di cherosene. La donna, che ha subito gravissime ustioni, è sopravvissuta per miracolo ed è rimasta con il volto sfigurato e ha perso quasi del tutto l’uso delle mani. Questa ricostruzione è fortemente osteggiata da Roberta Mamusa, la madre di Manuel, che da tempo lotta insieme con l’avvocato Gianfranco Sollai per far riaprire il caso: il giovane, a detta della donna, non avrebbe avuto alcun motivo per macchiarsi di un gesto del genere. Nel corso degli anni, il legale della famiglia Mamusa ha raccolto diversi elementi che però non hanno portato a nessuno sbocco, ma ora è arrivata una possibile svolta. Il magistrato che era titolare del caso è stato denunciato per omissione di atti d’ufficio e il caso è stato riaperto dopo essere passato sul tavolo del viceprocuratore di Cagliari. Valentina Pitzalis si ritrova così a passare dalla veste di vittima a quella di indagata per omicidio volontario e incendio doloso.

Il fatto risale a sei anni fa – Il consorte era stato iscritto da morto nel registro degli indagati, ma il procedimento è stato archiviato – Nessuna sentenza quindi avvalora la versione della moglie

Elementi da vagliare

«Ci sono stati vari elementi sottoposti all’attenzione del magistrato che all’epoca era stato designato per il caso fin dal primo esposto del 14 ottobre 2016», spiega l’avvocato Sollai. «Proprio perché questi nuovi elementi, a mio giudizio, facevano seriamente dubitare di un eventuale coinvolgimento della Pitzalis nei fatti che hanno portato poi alla morte di Manuel e alla gravissima ustione alla donna, il magistrato non ha mai ritenuto di procedere alla sua iscrizione nel registro degli indagati. Lo abbiamo quindi denunciato a Roma per omissione di atti d’ufficio.  C’erano, infatti, degli elementi che avrebbero dovuto indurre il Pm a riaprire il caso e a indagare la Pitzalis, atto che sarebbe stato in contrasto con i suoi precedenti assunti. Ora che il fascicolo è passato al viceprocuratore questi elementi saranno finalmente approfonditi. Fino a questo momento la ricostruzione di cosa è accaduto quella notte si era basata solo sul racconto di Valentina. Manuel Piredda, per atto dovuto, era stato iscritto da morto nel registro degli indagati, ma quel procedimento si è chiuso con un decreto di archiviazione. Dunque, non esiste alcuna sentenza che abbia avvalorato la versione della donna».

La donna si dice vittima di una presunta campagna diffamatoria da parte dei genitori del defunto – Si attende ora la riesumazione del cadavere e l’autopsia che non era stata fatta a suo tempo

Valentina e Manuel si erano conosciuti giovanissimi e nel 2006 avevano deciso di sposarsi. Il rapporto ben presto era entrato in crisi e nel 2010 arrivò la sofferta separazione. Un anno più tardi, in una sera di aprile, Valentina aveva accolto Manuel in casa. Al termine forse di un’ennesima lite, il giovane avrebbe messo in atto il suo proposito omicida, rimanendo però soffocato dal fumo durante il tentativo di fuga.

Rapporto conflittuale

Le indagini si erano basate questo racconto fatto da Valentina e su alcuni elementi come i guanti scuri rinvenuti nelle mani del ragazzo. Accanto al corpo erano stati rinvenuti degli stracci imbevuti di liquido infiammabile e un secchio di plastica, forse utilizzato per lanciare il cherosene. La porta di casa era chiusa dall’interno. Valentina, oggi impegnata nel sostegno delle donne vittime di violenza, ha sempre ribadito la responsabilità dell’ex marito in quella terribile notte: è convinta che una nuova inchiesta giungerebbe alle stesse conclusioni, come testimoniano le sue cicatrici.

«Sono convinto che i fatti siano andati diversamente rispetto a quanto ci ha raccontato la Pitzalis e perciò emergeranno nuovi elementi e una ricostruzione sicuramente diversa», ha concluso l’avvocato Sollai, dopo essere riuscito a ottenere l’iscrizione della donna nel registro degli indagati. «Prima di eseguire la riesumazione potrebbe essere utile acquisire le cartelle cliniche di Valentina, ricoverata a Sassari per molto tempo, verificando se le ustioni riportate possano essere conformi al racconto della donna, valutando anche meglio il materiale raccolto dai Carabinieri sul luogo della tragedia, analizzando le foto con particolare cura e sentendo, eventualmente, altre persone che possano confermare, smentire o portare nuovi elementi sui fatti. Il rapporto tra i due ragazzi era sicuramente conflittuale. Escluderei quindi che si possa essere trattato di un omicidio colposo, credo si sia trattato piuttosto di un gesto volontario».

Fabio Frabetti

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