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AL SEMINARIO PREFERÌ LA VITA RIBELLE

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MISTERI E MAGIE DELLE CITTÀ ITALIANE

 

Il brigante promosso colonnello e duca dal re

Un riconoscimento per la lotta ai Francesi che stavano invadendo il regno

 

Il nemico nutriva per questo leggendario personaggio un sentimento di odio e di ammirazione – Infine fu catturato e impiccato e il suo ultimo desiderio fu d’indossare l’uniforme di ufficiale

 

Il suo fantasma e quello dei suoi compari continuarono a vagare inquieti per molto tempo – La notte del 26 settembre, giorno del massacro, comparivano in processione con una lanterna in mano

 

Le terre di Fra Diavolo

 

Sora (Frosinone) 

Lo chiamavano Fra Diavolo perché era astuto come un demonio e buono come un fratello. Era nato a Itri, settanta chilometri da Latina, nel 1771, e il suo nome era Michele Pezza. Alle spalle aveva una vita difficile, i genitori tiravano avanti malamente con i pochi prodotti della terra e quando Michele ebbe dieci anni lo affidarono a un seminario “per assicurargli un avvenire in abito talare”. Il bambino però era irrequieto, ribelle, e dopo un paio di anni ritornò a casa. Fu messo allora “a bottega” presso un muratore di Basti, un tipo autoritario, prepotente, che rimproverava spesso i garzoni. Michele finì per ribellarsi, abbracciò un fucile e fece secco il padrone, poi si dette alla macchia. In breve tempo formò una banda, con una decina di uomini che si accontentavano di tirare avanti con piccole rapine, ma quando re Ferdinando di Borbone, nel 1798, lanciò il suo appello ai briganti affinché affrontassero l’esercito francese che stava invadendo il Regno delle Due Sicilie, Fra Diavolo colse la palla al balzo.

Da brigante diventò patriota, distinguendosi per il suo coraggio e la sua determinazione. Fondò il “Movimento di resistenza”, ingaggiando una guerriglia con i francesi, bene armati ed equipaggiati. Si racconta che un giorno riuscì ad accerchiare una squadra francese, poi legò i soldati agli alberi accendendo ai loro piedi dei fuochi, “tanto da bruciarli a fuoco lento, mentre la gente del villaggio ballava attorno a quest’orrendo massacro”.

Una leggenda vivente

Sorte altrettanto crudele toccò all’aiutante di battaglia del generale Glacè, che per attraversare Val Roveto si affidò a una guida che lo portò nella boscaglia dove si era accampata la banda di Fra Diavolo, e qui, dopo un sommario processo, fu decapitato e il suo corpo venne tagliato a pezzi.

Le prodezze di Fra Diavolo finirono per giungere alle orecchie di re Ferdinando, che volle conoscerlo personalmente. Fra Diavolo, entrato ormai nelle leggende popolari, andò in Sicilia, dove si era rifugiata la corte borbonica. L’incontro con il re fu cordiale e Ferdinando nominò Fra Diavolo Colonnello e duca di Cassano, mentre la regina Carolina gli regalò un anello con brillante e una ciocca di capelli.

Ritornato in Ciociaria, Fra Diavolo arruolò altri uomini e con il suo piccolo esercito formò uno sbarramento per fermare l’avanzata francese. A questo punto il comando francese ordinò al colonnello Hugo di annientarlo. Fu un’orrenda battaglia tra la valle di Sora e l’isola del Liri. La banda di Fra Diavolo combatté con indescrivibile coraggio, ma alla fine i francesi riuscirono ad annientarla, lasciando sul terreno un migliaio di morti. Era il 26 settembre 1806 e i francesi festeggiarono per due giorni consecutivi “la vittoria e la morte del bandito”, sicuri che tra i tanti cadaveri di fosse anche quello di Fra Diavolo.

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Odiato e stimato

Il brigante patriota era riuscito invece a sfondare l’accerchiamento nemico e stava andando con i pochi uomini rimasti, stanchi, affamati e in quel momento solo in cerca di un rifugio, verso la Campania. Furono fermati a Baronissi, in provincia di Caserta, e imprigionati. Fra Diavolo “fu incatenato come una bestia e condotto a Napoli”. Il colonnello Hugo comunicò subito a Giuseppe Bonaparte “l’arresto del feroce brigante”, e il Bonaparte volle parlare personalmente con l’uomo che “per molto tempo aveva dato scacco matto all’esercito francese, spargendo ovunque il terrore”. Nessuno sa quali parole si scambiarono. Sappiamo però che gli ufficiali francesi “nutrivano per questo leggendario personaggio un sentimento di odio e di ammirazione”.
Fu impiccato sulla piazza del Mercato l’11 novembre 1806 e il suo ultimo desiderio fu quello d’indossare l’uniforme di ufficiale borbonico. Qualche tempo dopo, in Val Roveto “si videro girare nell’aria strani lumi”, e una leggenda racconta che “tutti gli anni, il 26 settembre, anniversario del massacro di Sora, si vedeva sui monti Simbruini una processione di luci e di ombre che procedeva lentamente. Era la processione degli spiriti dei banditi, guidata da Fra Diavolo. Questo leggendario personaggio ispirò D.F. Auber per l’opera musicale “Fra Diavolo” e altri diversi scrittori, che spesso intrecciarono le leggende di Fra Diavolo con il mondo fantastico di Val Roveto, dei monti Simbruini, della vallate del Liri e del Volturno.

Enzo Valentini

 

 

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PERSE LA VITA PER IL SUO REGGISENO

I contorni di un omicidio di settant’anni fa. La vittima era una donna di mezza età uccisa lungo un sentiero di montagna. Le indagini portarono a un muratore con tendenze feticiste – L’assassino voleva dalla donna la biancheria intima e al suo rifiuto l’ha uccisa e derubata della catenina d’oro e dell’orologio.

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MISTERI E DELITTI

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

Piazza San Carlo di Torino. Sotto i portici di questa piazza c’era l’oreficeria dove Nadi Chibono è andato a vendere l’orologio e la catenina d’oro rubati ad Angela Cavalli. Fu la segnalazione dell’orefice a mettere la polizia sulla strada giusta.

I contorni di un omicidio di settant’anni fa. La vittima era una donna di mezza età uccisa lungo un sentiero di montagna. Le indagini portarono a un muratore con tendenze feticiste – L’assassino voleva dalla donna la biancheria intima e al suo rifiuto l’ha uccisa e derubata della catenina d’oro e dell’orologio.

 

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

La “torre dei Balivi”, ad Aosta. Nella casa a sinistra abitava Nadi Chibono, il muratore con tendenze feticiste che uccise Angela Cavalli dopo averle chiesto il reggiseno.

L’uomo andò a vendere a Torino gli oggetti e l’orefice avvertì la Polizia – Fu fermato e dopo un lungo interrogatorio finì per confessare il crimine – Fu condannato a venticinque anni di carcere

 

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Jolanda Bergani, che aveva fatto amicizia con Angela Cavalli dopo che lei l’aveva presa sotto la sua protezione, in un primo tempo fu accusata dell’omicidio dell’amica.

Aosta

Angela Cavalli, all’inizio dell’estate, si rifugiava tra le fresche valli aostane. Quell’anno, siamo nel 1954, aveva scelto Entréves, a pochi chilometri da Courmayeur, trovando ospitalità in una pensione. Angela era una persona tranquilla, di mezza età, con una piccola attività commerciale che le permetteva di concedersi una breve vacanza in montagna. Da qualche giorno era giunta nella stessa pensione una ragazza che finì per attirare la sua attenzione, perché aveva lo sguardo triste, zoppicava leggermente ed era molto riservata. La giovane si chiamava Jolanda Bergani. Le due donne fecero presto amicizia e la nuova arrivata raccontò ad Angela la sua angosciante storia.

«Sono rimasta orfana a sedici anni e di conseguenza sono stata costretta ad andare a servizio presso una famiglia, dove il figlio del padrone di casa mi ha violentato, ma per non perdere il posto sono rimasta in silenzio», le racconta Jolanda. «Qualche mese dopo mi resi conto di essere rimasta incinta e il giorno che anche la padrona di casa si è accorta del mio gonfiore alla pancia, capendo che ero incinta e mi ha licenziato su due piedi».

Jolanda ebbe la fortuna di trovare una donna anziana che la ospitò in casa propria, dove dette alla luce un bambino, al quale fu imposto il nome di Ugo. Era un bimbo gracile, bisognoso di cure e fu necessario pertanto farlo ricoverare in una struttura sanitaria.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Angela Cavalli era una donna di mezza età, non bella ma con quel “non so che” che provocava gli uomini. Ebbe la sfortuna d’incontrare, lungo un sentiero di montagna, un maniaco che la uccise.

Lungo il sentiero

Le disgrazie, dice un proverbio, non vengono mai sole e Jolanda, poco tempo dopo si ammalò di tubercolosi. Dopo alcuni mesi di ricovero era stata dimessa e ora era giunta a Entréves perché, secondo il parere dei medici, l’aria di montagna avrebbe accelerato la sua guarigione. Questa storia di dolore e di umiliazioni finì per intenerire il cuore di Angela, che si sentì in dovere di proteggere la giovane nuova amica. Le due donne trascorrevano molto tempo in piacevole compagnia. La gente le guardava con ammirazione, perché capiva che stavano coltivando una bella amicizia.

Un pomeriggio Angela, dopo un breve riposo, nell’attesa d’incontrare nel giardino della pensione la giovane amica, andò a fare una breve passeggiata. Contava d’impiegare circa mezzora. Invece, alcuni villeggianti la videro allontanarsi, ma non più rientrare. Jolanda, una volta giunta in giardino, iniziò a cercarla. Si avviò lungo il sentiero che spesso percorrevano assieme, la chiamò forte, ma di Angela non c’era alcuna traccia. Con il diffondersi della notizia della scomparsa di Angela, la preoccupazione iniziò ad aumentare tra i villeggianti, che verso sera decidono di avvertire i carabinieri.

Angela Cavalli fu trovata esanime lungo un sentiero, con le vesti scomposte e il reggiseno strappato. Si pensò subito a un delitto a sfondo sessuale. La perizia necroscopica accertò che non aveva subito alcuna violenza sessuale e che la morte era avvenuta per soffocamento. Fu poi accertato che alla vittima erano stati rubati l’orologio da polso e la catenina d’oro che portava al collo. Supponendo che poteva trattarsi di un omicidio a scopo di furto, si cercò di scoprire chi, tra gli ospiti della pensione, viveva in ristrettezze economiche. I primi sospetti caddero su Jolanda, ma contemporaneamente, un orefice di Torino segnalò alla polizia di avere acquistato da un uomo di mezza età, con residenza ad Aosta, una catenina d’oro e un orologio da polso. Erano quelli rubati ad Angela Cavalli. Gli accertamenti degli inquirenti portarono a Nadi Chibono, un muratore che abitava ad Aosta. L’uomo confessò.

«Ero a Entréves per incontrare un impresario che mi aveva promesso un lavoro … ho incontrato una donna che ha suscitato in me vogliosi pensieri. Mi sono avvicinato per chiederle in bei modi di regalarmi il reggiseno, ma lei prima si è messa a ridere, poi mi ha dato uno schiaffo. Allora le ho messo una mano dentro la camicetta, lei si è ribellata… non mi ricordo che cosa sia avvenuto poi. So solo che mi sono trovato in tasca la catenina e l’orologio. Erano due oggetti belli che avrei voluto conservare, ma avevo bisogno di soldi e così decisi di venderli».

Gli fu poi chiesto perché volesse il reggiseno.

«È un indumento che mi fa perdere la testa e mi fa sognare … non m’interessa la donna, quanto il suo reggiseno».

La Corte lo condannò a venticinque anni di carcere, che scontò tra Torino, Milano e Pavia.

Enzo Valentini

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Eva Braun, per anni è stata l’amante invisibile

Dopo un anno, sentendosi trascurata, tentò il suicidio – Da quel momento, il suo amato promette di non abbandonarla mai più – Nonostante il suo ruolo era la donna più infelice del Terzo Reich

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UN’ESISTENZA NELL’OMBRA…

 S’incontrarono nello studio del fotografo ufficiale del futuro dittatore.  La loro relazione divenne seria tre anni dopo

Goebbels e Speer descrivono Eva Braun come un'oca giuliva che viveva solo in funzione del suo uomo, Adolf Hitler, dal quale era pronta ad accettare tutto. Visse per 16 anni nell'ombra, accontentandosi degli scampoli di tempo che il dittatore le concedeva.

Goebbels e Speer descrivono Eva Braun come un’oca giuliva che viveva solo in funzione del suo uomo, Adolf Hitler, dal quale era pronta ad accettare tutto. Visse per 16 anni nell’ombra, accontentandosi degli scampoli di tempo che il dittatore le concedeva.

Lei inizialmente non lo aveva nemmeno riconosciuto – Aveva 17 anni e lavorava come apprendista e commessa – Con imbarazzo ed esitazione accettò la corte discreta di un così importante persona

 

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Ecco come appariva Hitler nel 1929, quando incontrò Eva. Va detto che l’immagine fu abilmente ritoccata e trasformata in “santino” del futuro dittatore

 

Dopo un anno, sentendosi trascurata, tentò il suicidio – Da quel momento, il suo amato promette di non abbandonarla mai più – Nonostante il suo ruolo era la donna più infelice del Terzo Reich

 

Berlino

«Io ho sposato la Germania, la signorina Braun non esiste».

Questo il severo ordine impartito da Hitler al ministro della Propaganda Goebbels quando cominciarono a circolare le voci di una sua possibile relazione con Eva Braun una ragazzotta bionda, belloccia, ma tutto sommato insignificante, che aveva conosciuto dall’amico e suo fotografo ufficiale Hoffmann. Le si era presentato come Herr Wolf e lei non lo aveva neppure riconosciuto, nonostante passasse il tempo a riordinare le sue fotografie vendute come santini alle grandi adunate del partito. Era l’ottobre del 1929 ed Eva era stata da poco assunta come apprendista fotografa, commessa e ragazza di bottega. Per Eva era il primo impiego dopo avere studiato inglese, francese, dattilografia, ragioneria ed economia domestica.

Lo studio fotografico Hoffmann documentava tutte le attività del movimento, pubblicava servizi fotografici sui congressi del partito e stampava brossure di propaganda come “Germania svegliati!”.

Hoffmann era il fotografo personale di Hitler e, allo stesso tempo, influente membro del partito e ritrattista per le occasioni private e pubbliche di tutta l’élite nazista.

Inizialmente, il rapporto tra Hitler ed Eva Braun fu platonico. Il Führer si limitava a portarle fiori e scatole di cioccolatini e lei era lusingata delle attenzioni di un così importante personaggio che per molti tedeschi cominciava a diventare una sorta di semidio cui tutto era dovuto per il futuro bene della nazione.

Bella, colta, raffinata, elegante, Magda Goebbels era lontana anni luce dallo stereotipo della donna nazista. Idolatrava Hitler che a sua volta ne era ammaliato, anche se ci sono prove di una loro relazione.

Bella, colta, raffinata, elegante, Magda Goebbels era lontana anni luce dallo stereotipo della donna nazista. Idolatrava Hitler che a sua volta ne era ammaliato, anche se ci sono prove di una loro relazione.

Una vita di attese

Un po’ impacciata e titubante accettò la corte discreta del grand’uomo. Gli incontri avvenivano sempre durante il giorno, Eva scriveva a Hitler brevi messaggi che poi infilava nella tasca del suo impermeabile quand’era appeso nel guardaroba dello studio fotografico. Il Führer la lasciava fare senza prendere alcuna iniziativa.

Secondo la signora Winter, la governante di Hitler, finché ci fu la nipote Geli il rapporto rimase molto formale, ma nel 1932 si accorse che i due non si frequentavano più solo platonicamente.

La stessa Eva accennò il fatto alla sorella Gretl quando, guardando una foto del primo ministro inglese Chamberlain a colazione nell’appartamento di Hitler, ridacchiando affermò:

«Se quel sofà potesse parlare…».

Eva passò buona parte della sua vita in attesa che Hitler avesse tempo da dedicarle. Nel 1932, abitava ancora in casa dei genitori, ignari di tutto, e divideva la stanza con le sorelle.

Il suo unico legame con il grand’uomo era un telefono, spacciato per necessario per la ditta, ma solo lui poteva chiamarla. Quando suonava, Eva si metteva a letto e si copriva con le coperte, così poteva parlare indisturbata con il suo amante. Ma le chiamate giungevano sempre più raramente, Hitler era impegnato in una durissima campagna elettorale e non aveva tempo di amoreggiare.

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Hitler, con accanto Göring, saluta la folla che lo acclama nuovo Cancelliere del Reich. La notizia, anziché rallegrare Eva la rese triste e malinconica perchè il suo Adolf avrebbe avuto ancora meno tempo da dedicarle.

Orgoglio e gelosia

Eva, sfinita dall’attesa, il 1° novembre 1932 inviò una struggente lettera d’addio a Hitler e poi, con il revolver del padre, si sparò un colpo alla gola. Nonostante l’abbondante perdita di sangue riuscì a chiamare un medico, il dottor Plate, cognato di Hoffmann che la fece condurre in ospedale. Ai genitori accorsi al suo capezzale disse che si era trattato di un incidente causato dalla sua inesperienza a maneggiare le armi.

Quando Hitler apprese del tentato suicidio si precipitò da Eva, promettendole che non l’avrebbe mai più abbandonata.

Il 1° gennaio 1933 l’invitò a teatro e dopo la presentò ufficialmente a Putzi Hanfstaengl, nel cui sontuoso appartamento si concluse la serata, cui erano presenti anche Rudolf Hess con la moglie e Heinrich Hoffmann insieme a Sofie Spork, con cui si era fidanzato dopo la morte della prima moglie.

Tre giorni dopo si svolse il fatidico incontro tra Hitler e Franz von Papen, nella casa del banchiere di Colonia von Schroeder che preparava la caduta del Cancelliere in carica e la conseguente nomina di Hitler.

Il 30 gennaio 1933, l’annuncio che il suo uomo era diventato la personalità più importante del Reich dopo il presidente Hindenburg, non riempì Eva di gioia, ma di preoccupazione: Adolf avrebbe dovuto passare più tempo a Berlino, dove c’era quella che riteneva la sua più pericolosa rivale, Magda Goebbels.

Heinz von Fait

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SPREMIAMO IL PRETE POI FILIAMO IN AMERICA

Una diabolica coppia d’innamorati coinvolse un sacerdote in una tresca erotica. La vicenda si concluse con un omicidio

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MISTERI E DELITTI

Una diabolica coppia d’innamorati coinvolse un sacerdote in una tresca erotica. La vicenda si concluse con un omicidio 

La famiglia della ragazza osteggiava il suo matrimonio perché l’uomo che lei amava era un poco di buono – I due escogitarono un piano per procurarsi una grossa cifra di denaro e poi scappare

Suggestionata dal fidanzato, la ragazza ammazzò a coltellate il religioso, che aveva sedotto e ricattato – Lei morì in carcere nel 1926, lui tornato in libertà, perì nella ritirata di Caporetto

 

Adelina Blasi mentre uccide don Saverio, che aveva ricattato per molto tempo. Con i soldi dell’ultimo ricatto sarebbe andata in America, insieme con il fidanzato Bernardo, dove si sarebbero rifatti una vita. (Da un disegno del “Diavolo rosa”, del 1906)

Adelina Blasi mentre uccide don Saverio, che aveva ricattato per molto tempo. Con i soldi dell’ultimo ricatto sarebbe andata in America, insieme con il fidanzato Bernardo, dove si sarebbero rifatti una vita. (Da un disegno del “Diavolo rosa”, del 1906)

Torino

Era una coppia che si faceva notare. Lei, Adelina Blasi, era bella, giovane e sempre vestita con un tocco di originalità. Lui, Bernardo Rossini, era alto, robusto e, seppur con qualche anno in più, destava vivaci interessi tra le donne. I due si amavano, ma era un amore contrastato dai genitori di lei, i quali avevano scoperto che Bernardo aveva dovuto saldare qualche conto con la giustizia. Non grandi cose, ma si trattava sempre di ombre che offuscavano la sua onestà.

I genitori misero al corrente la figlia di quanto avevano scoperto, ma lei non volle sentire.

«Lo amo e lo sposerò», disse la figlia.

«Non possiamo vietarti di amarlo, ma faremo tutto il possibile per impedire che lo sposi», fu la replica del padre.

I genitori avevano ragione, Bernardo non era in grado di mantenere una famiglia, non aveva alcun lavoro e viveva di espedienti. I suoi genitori gli avevano lasciato un piccolo alloggio dietro alla Gran Madre, che lui aveva ipotecato. Bernardo era abile nel gioco delle tre carte e conosceva una rete di ladruncoli e truffatori, con i quali faceva “degli affari”. Viveva alla giornata, ma alla sua Adelina diceva di essere “nel mondo del commercio”.

La domenica i due passeggiavano per via Po, per poi girare in via Roma e andare a Messa nella chiesa di San Carlo, dove conobbero don Saverio, un prete affabile, loquace, con il quale avviarono subito un piacevole dialogo. Bernardo, che aveva qualche conoscenza nel restauro dei mobili, si offrì per restaurare un inginocchiatoio che don Saverio aveva nel suo piccolo appartamento parrocchiale.

Bernardo Rossini, era un uomo di bell’aspetto, aveva qualche anno più di Adelina, ma soprattutto era un poco di buono.

Bernardo Rossini, era un uomo di bell’aspetto, aveva qualche anno più di Adelina, ma soprattutto era un poco di buono.

Un perfido gioco

Poteva diventare un bel rapporto se don Saverio non avesse iniziato a guardare Adelina con occhi vogliosi. Bernardo se ne accorse e, invece di chiarire il rapporto, fece il possibile per aumentare nel sacerdote il desiderio peccaminoso, costringendo la donna a provocarlo. La ragazza, in un primo tempo, cercò di opporsi al perfido gioco, ma poi non se la sentì di contrastare il suo Bernardo e iniziò a sedurre il sacerdote.

Non passò molto tempo e il religioso e la donna finirono per diventare amanti, con la tacita approvazione di Bernardo, il quale aveva scoperto che don Saverio era di famiglia ricca: il giorno della sua ordinazione sacerdotale, i genitori gli avevano regalato un calice d’oro, che conservava nell’appartamento. Inoltre, aveva un conto in banca sul quale il padre, di tanto in tanto, faceva dei versamenti. Bernardo convinse Adelina a chiedere dei prestiti a don Saverio, il quale in un primo tempo “aprì il borsello senza  battere ciglio, ma poi quando le somme richieste aumentarono iniziò a rifiutarsi di pagare”.

Bernardo costringeva Adelina a chiedere continuamente denaro, con la promessa di sposarla in breve tempo e di farle trovare una bella casa. Adelina, plagiata dall’uomo che amava, iniziò a minacciare il povero prete di rivelare la loro tresca ai parrocchiani se non le avesse dato altro denaro.

La Gran Madre, dopo piazza Vittorio Veneto. Adelina abitava con la famiglia nelle case sulla destra.

La Gran Madre, dopo piazza Vittorio Veneto. Adelina abitava con la famiglia nelle case sulla destra.

Terribile maledizione

«Chiudiamo questa storia», le disse un giorno Bernardo. «Chiedi al prete una bella somma e poi partiamo per l’America, dove ci sposeremo e saremo felici».

Adelina prese alla lettera la proposta di Bartolomeo e, dopo un incontro galante con don Saverio gli chiese una somma molto elevata.

«Paga e scomparirò per sempre», gli disse.

Lui si rifiutò e allora lei afferrò un coltello e si scagliò come un’ossessa sul prete, colpendolo una decina di volte.

Il cadavere di don Saverio fu scoperto il giorno seguente. Sulla base delle testimonianze di una portinaia che aveva immaginato la tresca del prete con la donna i carabinieri arrivarono alla bella Adelina e a Bernardo. Il processo si svolse nel giro di una settimana, dopo che la donna confessò di avere ucciso il prete, mentre Bernardo dichiarò di essere estraneo ai fatti. Il 18 ottobre 1902, la Corte pronunciò la sentenza. Adelina Blasi fu condannata a trent’anni di carcere, mentre Bernardo Rossini se la cavò con quindici. Lei morì in carcere in seguito a una polmonite, nel 1926. Lui fu rimesso in libertà nel 1917 e subito chiamato sotto le armi. Morì durante la ritirata di Caporetto. Qualcuno disse che sulla coppia gravava la maledizione di don Saverio. E forse era proprio così.

Enzo Valentini

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