“IL MIO MESTIERE E’ QUELLO DI UCCIDERE”

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MISTERI E DELITTI

 Un 17enne romano fu il terrore degli occupanti nazisti

 Affetto da una deformità dovuta a una caduta, fu soprannominato il Gobbo del Quarticciolo

 Partecipò a numerose operazioni di sabotaggio, soprattutto di treni tedeschi – Assaltava i forni per distribuire la farina alla popolazione affamata e divenne famoso per la rapidità d’azione e di fuga

 Fu un idolo per la gente che vedeva in lui un giustiziere e difensore dei deboli – Finita la guerra divenne un bandito e fu tradito da un amico della lotta partigiana – Finì ucciso a colpi di mitra

Giuseppe Albano

Roma

Si chiamava Giuseppe Albano il protagonista di questa storia. Arrivò a Roma nel 1936, da un paese della Campania, perché il padre aveva avuto la fortuna di trovare un posto da muratore in un cantiere che costruiva una “casa del littorio”.

La sua famiglia andò a vivere al “Quarticciolo”, abitato la povera gente che viveva di traffici e lavori occasionali. Giuseppe, quando arrivò a Roma aveva dieci anni e fu subito inquadrato nei “Balilla”. Il caposquadra, un ragazzetto con tanti muscoli e poco cervello, gli insegnò a fare il saluto romano e a marciare, ma Angelo si trovava a disagio perché a causa del suo aspetto gracile e della sua gibbosità, non poteva competere nei giochi e nello sport con gli altri ragazzi.

Conseguita la licenza elementare, andò a fare il garzone in una farmacia in piazza Ravennati. Era un lavoro piacevole, ma la paga era misera e il tragitto che doveva percorrere per recarsi sul posto di lavoro era veramente lungo. Qui lo colse il fatidico 25 luglio 1943, con la caduta del Fascismo. Per prima cosa nascose la camicia nera, poi entrò nel movimento “Italia libera”, dove conobbe un certo Franco che lo presentò a un capo della Resistenza. All’età di 17 anni, Angelo decise  di diventare un combattente della Resistenza e ritornò allora dal capo partigiano che aveva conosciuto.

Come un demonio

Angelo era veloce, furbo, spietato. Un giorno riempì il tascapane di bombe a mano, si mise in tasca una pistola, uscì tranquillamente e fece una strage. Un altro giorno affrontò da solo un’autocolonna tedesca che portava dei prigionieri. E il giorno di Pasqua del 1944 entrò in una in una trattoria in via Calpurnio Fiamma, dove tre militari tedeschi che tracannavano e ridevano si misero a osservarlo. Angelo ebbe l’impressione di essere stato riconosciuto e con una mossa fulminea estrasse dalla tasca una pistola e li uccise tutti.

La reazione del comando tedesco fu feroce. Il colonnello Kappler ordinò di rastrellare tutti gli uomini giovani con la gobba. Ne trovarono una ventina, ma tra questi non c’era Giuseppe Albano, il quale, dopo questa operazione di guerra divenne una celebrità, anche se lui si limitava a dire «non vedo perché tanto interesse… il mio lavoro è quello di uccidere, ed è quello che faccio».

Per i tedeschi era il “Gobbo del Quarticciolo”, un diavolo, ma non invisibile perché alla fine di maggio, durante l’ultimo rastrellamento tedesco, cadde nella rete e finì a Regina Coeli.

Gli Alleati però erano già alle porte di Roma e il 4 giugno entrarono nella capitale. I partigiani  aprirono le prigioni che custodivano molti carcerati politici e anche il “Gobbo del Quarticciolo” si ritrovò libero.

Bandito d’onore

A questo punto Giuseppe Albano avrebbe potuto rientrare nel suo quartiere e riprendere il lavoro in farmacia, invece non riuscì a spogliarsi dalla sua veste di giustiziere e finì per diventare un bandito. Formò una banda di una quarantina di giovani, chiamata “banda del Gobbo”, con elementi di spicco della malavita, come “ Nino er boia”, “Pippo er gatto” e tanti altri, tutti infiammati dalla voglia di togliere a chi aveva per poi dividere il bottino con la gente di borgata, tanto che qualcuno finì per chiamare Giuseppe Albano “bandito d’onore”.

Il 12 gennaio 1945 la banda attaccò una squadra di carabinieri, a villa Gordiani. L’appuntato Giovanni Selvaggi fu ucciso e questa fu la goccia che fece traboccare il vaso, al punto da fare intervenire Ivanoe Bonomi, che nel 1943 era Presidente del Comitato di Liberazione.

La banda fu annientata, ma Giuseppe Albano ancora una volta riuscì a fuggire. Ricomparve qualche mese dopo e questa volta per concludere la sua incredibile storia. Cadde crivellato da una scarica di mitra davanti alla sede dell’Unione Proletari.

“Er Guercio”, a capo di una formazione politica di sinistra, dichiarò a un cronista che «la squadra dei Carabinieri che uccise Giuseppe Albano passava da quelle parti per caso», in realtà, sembra sia stato lui proprio lui a segnalare ai militari la presenza del ricercato.

Enzo Valentini

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